La nostra patria è un libro

di Paolo Vidali

Due hanno detto che sono vicentini. Tre che sono uomini. Due che sono ragazzi. Tre che sono italiani. Uno ha detto che non lo sa…

E’ questa la strana lista che ho ottenuto quando ho chiesto ad una mia classe “Chi siete? Di che comunità vi sentite parte?” Non è facile rispondere. Anch’io non saprei cosa dire. Di che comunità sono parte? A che patria appartengo? Forse direi che sono un europeo. Ma cosa significa? Che sono un italiano. Cioè?

Ricordo mio nonno quando mi parlava della I guerra mondiale – in fondo mi ha sempre parlato quasi esclusivamente della I guerra mondiale. Mi spiegava, lui comunista, la sua appartenenza al popolo italiano, che lo rendeva capace di sofferenze inaudite, capace anche di un estremo sacrificio. E la stessa cosa dicevano gli anziani che assistevo in Valsesia, durante il mio servizio civile. Conoscevano le nostre montagne, su cui avevano combattuto, e mi raccontavano la stessa epopea, la stessa guerra, la stessa appartenenza.

E oggi, dov’è finito questo sentimento collettivo? Dov’è la mia patria, oggi? Dove può essere quella di chi oggi ha diciott’anni?

Lo so, forse è la domanda ad essere sbagliata. Viviamo un tempo dalle identità mutevoli, plurime, liquide. Ha ragione Amartya Sen quando ce lo ricorda, con un esempio che potrebbe valere per ognuno di noi.

“La stessa persona può essere di origine malese, di ascendenza indiana, cittadina francese, residente negli Stati Uniti, cristiana, socialista, donna, poetessa, vegetariana, diabetica, antropologa, professoressa universitaria, antiabortista, bird watcher… ognuna di queste collettività le fornisce una particolare identità, di diversa importanza a seconda del contesto che, quando implica atteggiamenti differenti, entra in competizione con le altre per l’attenzione e la fedeltà della persona.” (A. Sen, Globalizzazione e libertà, Mondadori, 2002)

Eppure, per la prima volta, in questi giorni, ho scoperto che anch’io ho una patria che vorrei difendere, per cui vorrei combattere, magari senza sparare, ma fino al sacrificio di me. Non per coraggio, ma per necessità. Perché non posso essere chi sono senza sentirmi figlio di questa appartenenza, senza volere che viva, senza voler vivere in un paese che non la riconosca.

Questa patria è la Costituzione. Devo ringraziare Napolitano, il presidente della Repubblica, per avermi fatto capire quello che in cuor mio sapevo ma non riuscivo a dire. Non è la terra, non è il sangue, non è la storia e nemmeno la cultura a darmi un’identità collettiva. E’ il diritto, o meglio l’insieme di diritti e di doveri raccontati dalla nostra Costituzione. Cercavo una terra e invece erano parole. Cercavo una collettività e invece erano dei principi.

“Non c’è terreno comune migliore di quello di un autentico, profondo, operante patriottismo costituzionale. È, questa, la nuova, moderna forma di patriottismo nella quale far vivere il patto che ci lega: il nostro patto di unità nazionale nella libertà e nella democrazia” (G. Napolitano, Il patto che ci lega, il Mulino, 2009).

Sono italiano perché mi riconosco nella nostra Costituzione, dove confluiscono le nostre migliori tradizioni politiche, quella liberale, quella cattolica, quella socialista. Sono italiano perché so che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (art. 3). Sono italiano perché voglio concorrere a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (art. 3). Sono italiano perché conosco il nostro egoismo, ma so anche che “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (art. 4). Sono italiano perché voglio che le minoranze siano tutelate (art. 6), gli stranieri accolti (art. 10), la guerra bandita (art. 11), la scuola aperta a tutti, in cui anche i poveri possano raggiungere i più alti gradi degli studi (art. 34), in cui tutti paghino le tasse in ragione della loro capacità contributiva (art. 53).

Capisco perché sono italiano, ma anche perché sono europeo e cittadino del mondo. Perché questi principi, questi diritti, questi doveri sono quelli che fanno di tutti noi, ad ogni latitudine, degli uomini e delle donne liberi e responsabili. Cercavo una patria immaginando dei confini. L’ho trovata in un libro, in un patto, un mondo possibile, solo in parte realizzato, sempre perfettibile.

(Pubblicato sul Giornale di Vicenza il 4 dicembre 2009 con il titolo: L’identità degli italiani? Scritta nella Costituzione.)

2 pensieri su “La nostra patria è un libro

  1. Giocatore d'Azzardo

    La Costituzione Italiana non esiste PIU’ dal 1° Dicembre di quest’anno! Questo articolo è di un’ignoranza persino patetica e, utilizzando la solita buona dose di retorica e di nostalgia, che è come il prezzemolo e va sempre bene, fa solo danno, ostinandosi a non mostrare la realtà e la realtà si chiama Trattato di Lisbona.

    Perché è così difficile da accettare?

    Blackjack.

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