A volte la cronaca funziona come grande semplificatrice: prima si parla, si obietta, si critica, si dibatte, ci si intorcina in teorie che sulla carta dei giornali sembrano tutte buone, poi per fortuna un evento, proprio come la spada di Alessandro, taglia di netto l’intricatissimo nodo verbale. Così, per qualsiasi discussione su adolescenza e consumismo, sottocultura e desideri indotti, ignoranza violenta e accecamento da vetrine, dobbiamo gioco forza ripartire dalle sommosse e dai saccheggi londinesi. Quella è la prova provata di quanto male abbia fatto a una generazione o forse anche a due o tre l’ipnosi pubblicitaria, il veleno inoculato dalla brama attraverso lo scintillio delle merci.
Chi ha, si sazia, almeno per un poco. Chi non ha, frigge sulla graticola del desiderio, che come dicevano Leopardi e Shopenhauer è la spinta primaria di ogni creatura vivente. Il mondo occidentale ha capito questa verità ontologica e ci ha fondato sopra il suo impero. Per accettare l’insensatezza della vita, bisogna solo ardere di voglie brucianti. E l’industria campa su questa febbre, sforna prodotti di continuo, getta nelle fauci della bestia qualsiasi cosa la possa sfamare per un minuto. Ma chi non ha niente aspetta solo l’occasione buona per prendere. Ideali, utopie, sensi di giustizia, di fratellanza, di partecipazione sono solo bromuro sul desiderio, pensieri che rallentano la tigre.
Per questo sono stati sepolti in fretta, magari con un bel funerale e tanti bei discorsi. Restano le uniche cose che contano davvero: il telefonino oltre il vetro, le scarpe nuove per distanziare la miseria interiore, le maglie firmate, i televisori al plasma, gli Ipod e gli Ipad, la carne macinata per la bestia. E così i giovani inglesi, colpevoli, ma non quanto i loro padri e i loro fratelli maggiori, hanno spaccato tutto per placare l’ansia di non essere niente. La merce ti marchia, ti rallegra, ti solleva dall’anonimato, ti dà un ruolo e una credibilità nel gruppo dei disperati. Ecco cosa ha prodotto la sottocultura gettata a palate di sterco nelle periferie più cupe. Ha concimato la terra secca dell’insoddisfazione e l’ha resa grassa, verminosa, affamata: da quella terra escono i teppisti che ci spaventano, ma che sono il prodotto inevitabile di vent’anni di avidità e cinismo politico.
Chi ha trattato i ragazzi come animali, ora deve temere i loro morsi e le loro zampate. Chi ha insegnato che solo il possesso delle merci più belle rende la vita degna di essere vissuta, ora trema davanti ai saccheggi e agli incendi. “Cria cuervos y te sacaran los ojos”, dice un proverbio spagnolo: alleva i corvi e ti beccheranno gli occhi. Un notizia per concludere: in una strada devastata dai furti solo un negozio è rimasto indenne, una piccola libreria.
30 agosto 2011

Mi sembra esserci della sociologia spicciola in questo discorso, che pretende di collegare sommariamente consumismo e violenze, senza guardare il contesto, le contingenze, le cause, i vari tessuti sociali; a dar retta a questo discorso, sembra che ovunque c’è consumismo (cioè in tutti i paesi “sviluppati” e ora anche in quelli in via di sviluppo) possano nascere/nascano atti di distruzione animaleschi.
Si irridono le teorie su questi argomenti e poi si propongono dei collegamenti (bozze di teorie) di comodo: una evidente contraddizione.
Non si possono affrontare-liquidare fenomeni così complessi con una critica qualunquista (questa sì forse figlia del consumismo!) prendendo un fatto, sia pure gravissimo, e ideologizzandolo per supportare le proprie, legittime (e tra l’altro da me condivise) opinioni/fedi personali.
Mi sembra quella di Lodoli una lettura condivisibile, sui fatti di Londra. Non l’unica possibile, certo, ma assai centrata, soprattutto ricordando le parole di Pasolini sulla strategica riduzione dell’uomo a consumatore, con l’orizzonte di attese generato, carsicamente, da decenni di tivù disinformante e deviante, rispetto a modelli umani eticamente decenti; uno scenario sociale sconsolante, di cui l’attuale classe dirigente è il prodotto e il degno rappresentante, dal momento che alcuno – forza politica, sociale, culturale – ha saputo porre un freno a tutto questo.
Dicevo, non l’unica interpretazione possibile, sia per l’imperscrutabilità delle motivazioni ultime e prime di chi ha rabbiosamente distrutto e saccheggiato, sia per l’intuibile sentimento di rivalsa rabbiosa di generazioni squalescamente estromesse dai padri dal presente e da un futuro.
Indubbia, per il resto, la complessità di certi fenomeni, che non giustifica però il silenzio.
[…] dal momento che nessuno […]
Analisi amputata.
Prima del pubblicitario e del centro commerciale c’è l’ideologia post-sessantottina dell’immaginazione al potere e del vietato vietare, che ne ha fornito la legittimazione culturale, e ha disarmato ogni resistenza di origine religiosa o civile al Paese dei Balocchi. Lodoli lo sa bene, ma non può dirlo, perchè sono ancora gli stessi che dettano la linea (e oggi si ergono magari a vestali della decrescita).
Così fa la figura di uno che è appena sceso dal pero.
Non so dire se in Inghilterra il ’68 abbia lasciato segni come qui da noi; quanto a violenza e devastazione però non hanno mai scherzato… http://itasoccerstyle.altervista.org/tifoserie/storia-della-tifoseria-del-liverpool/
mah. io ci ho visto semplice e pura e gratuita violenza. a volte le cose più semplici sono la spiegazione. associare quegli incidenti al consumismo mi sa di strumento ideologico: ogni violenza ha bisogno di un pretesto, per essere tale. penso che a centinaia di quei ragazzi della morte del loro coetaneo fregasse poco o nulla – come frega poco o nulla della tav a quelli che fanno gli incidenti lì – come fregava poco o nulla del g8 a quelli di genova. non dico che siano tutti così, ma sono così quelli che poi passano alla violenza; a molti ultras, del calcio, non gliene frega nulla. se la colpa fosse “solo” il consumismo allora avremmo ogni giorno milioni di ragazzi che sfasciano migliaia di città in tutto il mondo: siccome, come si è detto bene, i fattori sono sempre molti e diversi, ridurre tutto a consumismo=violenza mi sa di approccio da talk show televisivo. non mi risulta, tra l’altro, che negli anni dal 68 in avanti ci fosse il consumismo che c’è ora, eppure c’era più violenza ancora. la violenza sociale ci sarà sempre, e quelle che noi chiamiamo “cause” non sono che “pretesti”: sono tappi che saltano e la bottiglia si svuota. si parla poi di “consumismo” come di un’entità astratta, fuori da noi, come il male assoluto: mi sa tanto di ricerca del “colpevole” per non ammettere le colpe che anche noi abbiamo: siamo tutti consumisti, e chi non ha “le maglie firmate, i televisori al plasma, gli Ipod e gli Ipad” avrà il pc più lento, il telefonino più antico, il televisore col tubo catodico: ciò non fa di me un consumista? oppure sono un consumista “migliore” a seconda di quanto spendo? no, a mio parere non è così.