Da Amianto, di Alberto Prunetti (ed. Agenzia X)
Ma che freddo fa
Avrei voluto che questa storia non fosse davvero accaduta. Come si dice? Frutto della fantasia dell’autore. Invece è la realtà che ha bussato alle porte di queste pagine. L’immaginazione ha riempito i buchi come uno stucco di poco pregio e ha ridisegnato certi episodi per meglio riprodurre la vicenda di una vita e di una morte. Di una biografia operaia.
Il racconto dovrebbe tenere come un raccordo di tanti tubi diversi. Lui lo diceva sempre: mettici il canapone, regge più del teflon. Stai solo attento a rispettare il senso della filettatura e lega il tutto con un dito sporco di mastice verde. Poi stringi con forza, ma senza cattiveria. Non deve perdere.
Ho fatto così, con la penna. Ho cercato di rispettare la filettatura della storia, senza forzare il passo degli eventi, senza strozzature. Ho usato il mastice della fantasia e stretto senza cattiveria ma con decisione l’ordine del discorso. Non gocciola: ci ho messo un cartone sotto e le lacrime si sono asciugate. Bisognava saldarle così, l’idraulica dei grandi impianti e la memoria degli uomini che hanno unito chilometri di tubi e acciaio per una vita. Per portare la pressione del sangue nei canali dell’esistenza, per pomparla nei serbatoi della memoria e vederla gocciolare giorno dopo giorno a fertilizzare una pagina.
Lui indossa una tuta verde e un paio di guanti scamosciati. Piega un ginocchio appoggiandosi sulla terra ghiaiosa del cantiere. Impugna la mola: con un colpo di mazzuolo sulla testa di un cacciavite dall’impugnatura smussata, in direzione opposta al senso di rotazione, allenta la ghiera che fissa la spazzola e inserisce un disco a taglio. Poi, con il pollice guantato, preme l’interruttore verso l’alto. La lama comincia subito a girare alla velocità di diecimila giri al minuto. Avvicina il disco al tubo grigio. Al contatto della lama il rumore cambia, si trasforma in un urlo metallico, seguito da un’esplosione di scintille e dalla proiezione verso l’alto di una doccia secca di particelle fibrose e regolari. Sono piccoli dardi cristallini. Saette invisibili capaci di scendere lungo l’esofago, di calarsi nei polmoni e rimanere attaccate alla pleura per venti, trenta, anche quarant’anni, producendo una ferita mal cicatrizzata che l’organismo non riesce a debellare e che avvia un processo di degenerazione cellulare. Un tumore.
Lui distende una prolunga industriale che si snoda lungo il perimetro di una cisterna piena di idrocarburi. Il terreno è impastato d’olio denso e vischioso, d’un nero virato al cobalto. Collega la saldatrice al cavo elettrico, fissa la pinza a un elemento in metallo, inserisce nella seconda pinza un elettrodo, poi l’appoggia a terra. Impugna con la sinistra una maschera da saldatore e se l’avvicina al volto. Un altro operaio afferra un telone grigio sporco e lo srotola sopra di lui. Adesso è completamente al buio. Con la destra impugna la pinza, avvicina l’elettrodo al metallo. Scocca la luce, violenta, ammortizzata dalle lenti affumicate della maschera: scintille fioccano dalla punta dell’elettrodo che si consuma velocemente, sciogliendo e raggrumando metallo attorno ad altro metallo. Quando l’elettrodo è completamente fuso, l’uomo, sempre sotto il telone, afferra il mazzuolo e nell’oscurità indovina facilmente il grumo ancora incandescente ma già rappreso. Con la testa del mazzuolo picchia sul grumo e rompe la scorza di scorie attorno al punto di saldatura.
Un lavoro pericoloso, saldare a pochi centimetri da una cisterna di petrolio. Una sola scintilla è in grado di innescare una bomba che può portarsi via una raffineria. Per questo ti dicono di utilizzare quel telone grigio sporco, che è resistente alle alte temperature perché prodotto con una sostanza leggera e indistruttibile: l’amianto. Con quello le scintille rimangono prigioniere e tu rimani prigioniero con loro e sotto il telone d’amianto respiri le sostanze liberate dalla fusione dell’elettrodo. Una sola fibra d’amianto e tra vent’anni sei morto.


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