“Sotto le palpebre”, Edoardo Penoncini

Che cosa c’è sotto le palpebre, e che cosa si vede dal loro riparo, stando a occhi chiusi o socchiusi? «Si chiudono le sere / come ricci intrappolati / a difendersi attorcigliati / fuori c’è lo spavento / dell’ignoto // qui mi rassicura / anche una sedia / e la piccola lampada / che mi fa compagnia / non è una ferita del sole»: una situazione che ricorda, ad esempio, quella del Natale di Ungaretti, con l’opposizione fra esterno temibile e conforto dato dai semplici oggetti dentro la stanza, nei quali l’io vorrebbe identificarsi («Lasciatemi così / come una / cosa / posata / in un / angolo /e dimenticata»).

Gli occhi schermano dunque il timore del mondo – il verso che ispira il titolo della raccolta, tratto dal Requiem di Anna Achmatova, recita: «con la paura sotto le palpebre» –, e un’analoga metafora visiva intitolava già una precedente silloge di Penoncini: L’occhio profondo. Ovvero, la vista e la visione di cui qui si tratta sono fortemente centrate all’interno del soggetto e sempre rivelatrici di processi interiori, sebbene si rivolgano verso la realtà ‘oggettiva’ e ne registrino gli elementi.
Sotto le palpebre i vivi di oggi e di ieri sono ombre che il venir meno della memoria inizia già a inghiottire. Così, emblematicamente, il pubblico di un incontro di poesia si tramuta nelle «ombre / che se ne vanno senza dire niente», «di notte vengono a tirarmi i piedi / io mi rannicchio come da bambino / e fingo di non riconoscerle».
Sul lato interno degli occhi si muove anche la dimensione onirica: «essere guidato / nel sogno» – cioè, forse, attraversare il sogno avendo una guida – è una condizione della poesia.

Guardare da sotto le palpebre significa qui inoltre andamento prosastico e ripiegamento intimistico, crepuscolare: una poesia è dedicata a Marino Moretti, e un tono, moduli complessivamente gozzaniani, prosastici e patetico-sentimentali, sul modello della Signorina Felicita e dell’Amica di nonna Speranza, spirano nel poemetto che conclude il libro, colloquio memoriale con un amore di gioventù, Elettra, e con un mondo in cui «più di tutti sono morti i vivi».
Marzia Minutelli, nella Prefazione, definisce la raccolta «un delicato de senectute». Un efficace antidoto all’eccessiva delicatezza e alla vecchiaia stessa risulta sempre essere l’ironia: così, in vista di un appuntamento richiesto in tarda età, «si preparano liste di elogi / o un verosimile piano di guerra».

Penoncini nella vita è uno studioso, un professore, e sente in sé il peccato originale del ‘letterato’, i rischi di sterilità dell’uomo ‘libresco’: la manomorta sui libri, come scrive nella bellissima poesia d’apertura dedicata alla compagna di una vita («Cosa potresti dire se non nostro / quello ch’è stato mio / quello ch’è stato tuo / abbiamo condiviso / ogni tesoro della mente // eppure non mi è mai riuscito / di denudarmi completamente / per liberarmi del gelido mio / e della manomorta / sui miei libri e le librerie»). I volumi accumulati nel corso degli anni «continuano a prendersi gioco / della [sua] ingenua presunzione», ma: «Non lascerò archivi di cose mie / carte incompiute di fatui progetti / la pira è già pronta / e brillerà il fuoco / ogni parola sarà fumo in cielo».
La raccolta si pone – così dichiara l’autore al compimento dei settant’anni – come conclusiva di un percorso poetico in lingua: per quanto lo riguarda egli tende a considerare pressoché esaurito lo strumento espressivo dell’idioma nazionale, e più fecondo e congeniale il dialetto ferrarese. Nel «tempo del citazionismo» e della «millantata lettura» sempre più «la lingua perde le parole», «Rilke Lorca» si sciolgono in un’unica salsa insapore, e che le prove neodialettali di Penoncini – segnalate da premi e critica, Manuel Cohen tra gli altri – abbiano densità e risonanze impossibili da ottenere in italiano pare fuori di dubbio.

*

Di queste cose ne ho scritte tante
ricordo che le ho lette a un amico
c’era una volta perfino il pubblico

ma se tu adesso mi chiedi cos’erano
faccio fatica a dirtelo
non ho più tanta memoria

anzi non so nemmeno se avevo amici
di quella volta vedo però le ombre
che se ne vanno senza dire niente

di notte vengono a tirarmi i piedi
io mi rannicchio come da bambino
e fingo di non riconoscerle

*

Il mio esistere si piega all’esigenza

dopo le stoviglie della festa
e la sorpresa dell’uovo di pasqua
è nata una nuova urgenza
non è più tempo di partire
sono stanziale
devo trovare un punto per fissare un gancio
al quale appendere l’impermeabile
e lasciarmi immobile
scivolare addosso
la pioggia dell’ultimo temporale

*

La vita forse l’ho davvero amata
mentre di lustro in lustro
(gioco da illusionista)
assomigliava vieppiù a una matrioska
con un lungo cordone ombelicale
che dava linfa a tutte le mie età

e l’amo oggi di più
coscientemente vecchio
nei lustri dei miei nonni
in quelli di mio padre cardiopatico
e di mia madre immemore nel letto

non è mai stata sogno la mia vita
o tempo prolungato
di un’attesa esitante
con l’argilla seccata tra le mani
di un’incompiuta bambolina

è ancora senso che nasce dai suoni
di una parola detta e tanto amata
forse tu che mi leggi la conosci

*

Edoardo Penoncini (Ambrogio di Copparo, FE, 1951) dopo la laurea in storia medievale presso l’Università degli studi di Bologna è stato assegnista presso l’Istituto per la Storia di Bologna. Ha insegnato lettere nella scuola secondaria fino al 2011. Suoi lavori di storia medievale e di didattica della storia sono apparsi su riviste e in volumi collettanei. In versi ha pubblicato: L’argine dei silenzi, Este Edition, Ferrara 2010; Un anno senza pretese, Ibiskos-Ulivieri, Empoli 2012; La spesa del giorno, ivi 2012; Qui non si arriva di passaggio. Ferrara, musa pentagona, ivi 2012; Poesie scelte e dodici inediti, puntoacapo, Pasturana 2013; Lungo è stato il giorno, Ibiskos-Ulivieri, Empoli 2013; Quell’aria, Ed. Giovane Holden, Viareggio 2015; Vicus felix et nunc infelix. La luce dell’ultima casa, Al.Ce., Ferrara 2015; L’occhio profondo, ivi 2018; Sotto le palpebre, puntoacapo, Pasturana 2019; le raccolte dialettali Al fil ?rudlà (Il filo srotolato), Al.Ce., Ferrara 2015; Scartablàr int i casìt (Rovistare nei cassetti), ivi 2018; Al paréa u? fógh ad paja (Sembrava un fuoco di paglia), puntoacapo, Pasturana 2019.

2 pensieri su ““Sotto le palpebre”, Edoardo Penoncini

  1. Daniela Raimondi

    UN’ulteriore prova di maturità artistica di questo poeta che si destreggia fra lingua e dialetto, passando da un genere all’altro con uguale bravura e naturalezza. Un libro importante, che mi è piaciuto molto.
    daniela raimondi

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