Enrico Macioci, “Tommaso e l’algebra del destino”

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Tommaso e l’algebra del destino (Società Editrice Milanese, 2020), il nuovo romanzo di Enrico Macioci, è una storia densa di dramma, imperniata sulla vicenda di un bambino di cinque anni che, in seguito a un imprevisto incidente di suo padre, rimane chiuso in macchina per lunghissime ore senza la possibilità di liberarsi, mentre intorno a lui il mondo continua a scorrere – o meglio, a non scorrere, nella paralisi di un’asfissiante giornata estiva – e le vite di sua madre, della gente che gli passa vicino e di chi sta assistendo suo padre in ospedale vanno avanti, ignare di ciò che gli sta accadendo. È un percorso orrifico di confronto con gli incubi peggiori del piccolo – e di ognuno di noi –, che arrivano perfino a materializzarsi e a parlare con lui.

Così, mentre la “telecamera” del narratore zooma sempre più sul nucleo minimo di smisurato dolore del piccolo protagonista, lo sguardo, quasi per reazione, sembra espandersi sul mondo intero, che sta asfissiando in un’oscena essiccazione dei sentimenti e della solidarietà umana.

Grande prova stilistica e di duello con gli archetipi più oscuri di quello che – come dico da tempo – è uno dei migliori autori italiani di oggi.

La vicenda del piccolo protagonista di Tommaso e l’algebra del destino pone il lettore di fronte ad alcune delle peggiori paure della vita, spesso appunto annidate nei territori dell’infanzia. Com’è nata in te l’intenzione di affrontare queste stanze oscure?

Sembra che io abbia la necessità interiore di esplorare gli scantinati, è una cosa che mi spaventa e però mi affascina da sempre. Non solo: ho via via più netta la sensazione, a livello personale, che solo attraversando certi scantinati possiamo arrivare a conoscere la luce di un bel giardino fiorito. Dantescamente si esce a riveder le stelle, non le si vede subito e con facilità. Inoltre agisce un elemento catartico: mettere sotto forma di storia (la quale segue un filo) le nostre paure dà loro un maggior senso. Le storie per me servono in definitiva soprattutto a questo: dare forma all’informe.

Ancora una volta un tuo libro che, pur inserito in una cornice traumatica, può definirsi, in senso molto particolare, un romanzo di formazione. Finora hai sempre optato per protagonisti tendenzialmente giovani. Questo ha a che fare con la tua esperienza di vita (anche se immagino che tu non sia rimasto chiuso in un’auto da bambino), con la tua preparazione letteraria o con che cosa?

L’infanzia e l’adolescenza, come diceva Flannery O’Connor, se superate da… vivi, bastano a fornire materiale narrativo per un’intera esistenza. Rappresentano il serbatoio delle nostre ossessioni, speranze, paure e aspirazioni. Lì, in nuce, c’è già tutto. Io poi ho sempre amato le storie cosiddette di formazione: posseggono una freschezza unica. Il rischio è di restare impantanati in un eccesso di nostalgia, che poi diventa un eccesso di retorica; ma se il rischio si evita ne vien fuori una forza incomparabile. La mia infanzia è stata tendenzialmente felice – con alcune zone d’ombra che al momento non capivo; più difficile invece l’adolescenza. Non sono mai stato abbandonato dentro un’auto, ma una volta mi persi in un grosso supermercato: ricordo ancora adesso il senso di smarrimento e di paura. I bambini sono così incredibilmente indifesi, e però così incredibilmente flessibili! Giunchi spirituali, ecco cosa sono. E ciò li rende affascinanti e ricchi di opportunità per un romanziere.

Il tuo stile è sempre molto curato e musicale, e questo crea un suadente – ma per certi versi inquietante – contrasto con la terribile vicenda che narri, un po’ come certe nenie che si sentono nei più spaventosi film dell’orrore. Tu usi volutamente la lingua come strumento per veicolare emozioni?

Durante la prima stesura – in genere assai rapida – non penso molto alla lingua, m’interessa la storia. Poi però faccio parecchie revisioni pignole. Ho una vena lirica da sempre; man mano si è spenta ma non del tutto, e riverbera un poco nella prosa ancora oggi. Non c’è intenzione da parte mia di far cozzare il contenuto con la forma; cerco sempre la forma migliore per il contenuto. Ma ciò che mi fai notare è molto acuto, e mi fa anche molto piacere! In ogni caso, per concludere, la lingua rappresenta per me il mezzo di dare voce all’immaginario, una voce il più precisa possibile e che è comunque destinata a fallire.

Il romanzo approfondisce anche il tema dei rapporti uomo-donna oggi, e più in generale la trasformazione della società in senso cinico ed egoistico. Le tue storie – anche nei tuoi romanzi precedenti – partono da vicende private per aprire una finestra sul mondo in cui viviamo, e in particolare sulla realtà italiana?

Oggi i ruoli dell’uomo e della donna, del marito e della moglie, ma direi anche i ruoli sociali in genere, si stanno liquidando, addirittura liquefacendo. Il mondo intero sembra vivere una profonda crisi d’identità, che la globalizzazione accentua vertiginosamente. Non sappiamo letteralmente più chi siamo, forse perché non siamo più chi eravamo e non siamo ancora chi dobbiamo diventare per affrontare le numerose sfide che ci attendono. Ogni storia che scrivo – può suonare presuntuoso – vuole essere universale; in realtà credo che ogni buona storia lo sia, e anzi mi spingo ad affermare che non ho letto un solo buon romanzo che non possa essere considerato universale. La realtà italiana m’interessa meno, invece; ma io sono italiano, e non posso né voglio sfuggire a questo dato oggettivo che ha forgiato la mia personalità e la mia forma mentis. Fino a qualche tempo fa m’illudevo di poter bypassare la cultura italiana, che non ho mai amato sin dai tempi del liceo; adesso invece capisco meglio che va assorbita e semmai, nei limiti delle mie possibilità, ampliata, anche solo di pochissimo.

Scrivere per te è un modo anche per approfondire la tua conoscenza di te stesso? Lo percepisci come un’attività necessaria o come un “mestiere”? (So già la risposta, ma voglio sentirlo dire da te)

Scrivere per me è un’attività necessaria ma non sufficiente. Credo che oggi più che mai un buon lavoro interiore sia indispensabile per rimanere al passo coi tempi difficili che viviamo. Scrivere poi non lo considero un mestiere né in senso economico – guadagno troppo poco coi miei libri – né in senso tecnico. Scrivere richiede certo molto mestiere, ma la spinta da cui nasce la volontà di scrivere è molto, molto più profonda. Scrivere (unitamente a leggere) è una delle vie più efficaci che io conosca per comprendere meglio sé stessi e il mondo, e per regalare alla società una visione.

Qualche anticipazione sui tuoi nuovi progetti?

Sto scrivendo per la prima volta un romanzo con soli adulti. Nessun bambino e nessun ragazzo. Forse usciranno altre mie opere che andranno a chiudere il cerchio con la giovinezza, ma sembra che la musa si stia orientando sulla seconda metà della vita – del resto ho appena compiuto 45 anni. Credo onestamente di aver detto (includendo appunto alcuni lavori inediti) tutto ciò che avevo da dire e sull’infanzia e l’adolescenza in generale, e sull’epoca in cui io sono stato un bambino e un ragazzo – pressappoco tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’90. Aggiungo che uno scrittore spesso parla a vanvera della propria attività, e dunque non escludo ripensamenti o marce indietro al riguardo.

Enrico Macioci è nato a L’Aquila nel maggio del 1975. È autore dei romanzi Terremoto (Terre di Mezzo, 2010), La dissoluzione familiare (Indiana, 2011), Breve storia del talento (Mondadori, 2015) e Lettera d’amore allo yeti (Mondadori, 2017) e della silloge poetica L’abete nel cerchio (Marco Saya, 2017). È inoltre stato co-curatore, insieme a Luca Cristiano, della raccolta di saggi su It di Stephen King dal titolo Dentro al nero (Effigie, 2017).

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Informazioni su giovanniag

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976), è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore del libro di viaggio "Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa" (Fusta Editore, 2020) e del romanzo psicologico "Viale dei silenzi" (Arkadia, 2019), ha anche preso parte al romanzo collettivo "Il postino di Mozzi", a cura di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia, 2019). È inoltre autore di una quadrilogia di romanzi distopici sul tema del crollo di internet e della società del controllo ("Sentieri di notte", "Partita di anime", "La casa degli anonimi" e "L’ultimo angolo di mondo finito", editi da Galaad tra il 2012 e il 2017 e in prossima riedizione in volume unico), in parte pubblicata anche in spagnolo e in polacco e in prossima riedizione in volume unico. Ha scritto, curato e tradotto vari libri sulle opere di J.R.R. Tolkien (su tutti, "Tolkien. Light and Shadow", opera bilingue italiana-inglese, ed. Kipple, 2019), e tradotto o co-tradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño ("Bolaño selvaggio" a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, ed. Miraggi, 2019, tradotto insieme a Marino Magliani), oltre a libri di Jorge Mario Bergoglio, Kamala Harris, Arsène Wenger, Amir Valle e Peter Straub. Ha partecipato a numerose residenze letterarie e reading in Europa e negli Stati Uniti, e traduce da inglese, spagnolo, francese e portoghese, oltre a parlare il polacco. I suoi contributi critici sono disponibili sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia, di Luigia Sorrentino” e “Postpopuli”. Insieme alla giornalista Valeria Bellagamba, ha creato e gestisce la pagina Facebook "Anticorpi letterari", con interviste in diretta video a protagonisti del panorama culturale italiani e internazionale. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com.

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