Il romanzo sul fútbol povero della vecchia Argentina (che ci riporta alla magia autentica del calcio)

da Rassegna Stampa Il Punto | La newsletter del Corriere della Sera

Venerdì 27 settembre 2024

Rassegna antropologica (Minimi Tropici)

Il romanzo sul fútbol povero della vecchia Argentina (che ci riporta alla magia autentica del calcio)

di Mauro Francesco Minervino editorialista 

«Forse l’Occidente sta anticipando una religione e ancora non lo sa».

Lo scriveva alcuni decenni or sono Marc Augé in un breve, folgorante e ironico saggio — Football. Il calcio come fenomeno religioso — scritto in prima battuta per la rivista francese Le Débat nel 1982, e poi a lungo rivisto e aggiornato sin quasi ai giorni nostri. Nel calcio attuale, spiegava poi lo studioso francese, di fronte alle enormi trasformazioni recenti registratesi nello sport, si sono venuti via confermando i condizionamenti esterni ai fattori di specialità e all’etica del gioco. Fenomeni di grande scala sui quali, col suo acuminato sguardo da antropologo della contemporaneità applicato al football, Augé ci invitava infine a riflettere da par suo. Aspetti come la dimensione pervasiva dei giganteschi rapporti di forza economici e i crescenti interessi politici che sempre più sovrastano e deformano lo sport più popolare al mondo. Gli stadi, trasformati da campi sportivi in templi catodici ove si mette in scena e si celebra il più grande spettacolo di consumo delle società globali uniformate dalla contemporaneità.

I grandi stadi e le competizioni calcistiche internazionali tra squadre di élite sono così diventate via via teatri di grandiosi eventi globali, luoghi di senso e di rappresentazioni strategiche, fucine di conformismo universale e a volte persino di flagranti controsensi. Gli anfiteatri del football e le vicende dei suoi interpreti superpagati si trasformano sempre più spesso, e impropriamente, in rappresentazioni di speranza e di consenso, in simboli e scenari di trionfi pubblici, ma anche, talvolta, in arene di inopinabili orrori.

Gli stadi del calcio hanno così assunto la dimensione cruciale di luoghi universali, in cui si compiono buona parte dei grandi rituali moderni. Il rettangolo di gioco è sempre di più lo spazio dove ventitré officianti (i calciatori e l’arbitro) sono gli attori presenti di un rituale collettivo officiato per schiere di fedeli globalizzati, ma più dislocati e distanti, i tifosi. Milioni di «praticanti a domicilio», che a loro volta sono i rappresentanti di anonime schiere di milioni di solitudini individuali disaggregate dalle società di massa. Spettatori senza nome né volto fissati dietro uno schermo, unico altare domestico della modernità a canali unificati dal potere del dio Eupalla.

Come preconizzava Augé, è cambiato tanto, troppo, il calcio in questi ultimi quarant’anni. Trasformandosi da religione sportiva popolare in un enorme totalizzante Barnum pedatorio per atleti-semidei, grondante di quattrini e sponsorizzazioni.

Félix «Chaplin» Loustau, ala argentina degli anni ‘40-’50

Tuttavia, accanto a questo sport differito — infestato dai fenomeni tipici della società del divismo e dello spettacolo, deformato da interessi politici ed economici sempre più invasivi, asservito a propositi tetragoni da società orwelliana — resta ancora vivo, nonostante tutto, anche un altro calcio. Un calcio che sopravvive nelle periferie e nei margini, un calcio poetico che parla di funamboli e geni sregolati, tra storie di pallonari sfortunati e di fantasisti azzoppati.

È il calcio che si celebra dal vivo lontano dagli schermi, su campi spelacchiati dove si consumano tra spintoni e sudori le gesta memorabili e le epiche minori delle lontane province ai confini del mondo. Distante dai clamori e dagli strombazzamenti mediatici, proprio in aree ancora molto povere e lontane degli ormoni rigonfiati dal denaro di emiri e fondi d’investimento criptati, di fronte a questo calcio popolare si capisce quanto poco siano cambiate le passioni elementari messe in campo dal gioco più bello del mondo. Uno spazio-tempo inattuale in cui si ritrovano intatti i suoi fondamentali, le giocate, le epiche, i simboli, le passioni e le pulsioni profonde infuse in un fenomeno sociale che ancora si accresce di significati nella tensione mai risolta tra professionismo e pratica amatoriale. Un terreno vago, in cui calci, dribbling, fatica, sputi e colpi di testa, fallimenti e imprese, si trasformano d’incanto in favole e allegorie. Le partite ridiventano occasioni di riflessione mimetica sull’etica del gioco e quella della vita, sulla verità di sentimenti e passioni contrapposte, sulla lealtà tra amici ed avversari. Una sorta di racconto-apologo dell’umano, in cui il calcio giocato conserva la forza primordiale del mito.

Forse è qui l’ultima scena viva di un teatro animato in cui la religione del football passa ancora — e solo — per i piedi; ovvero per il coraggio, per l’abilità e la fantasia delle gesta sportive dei giocatori di pallone. E da essi si riversa senza mediazioni nella passione gratuita, incrollabile e fideistica dei tifosi che ne amplificano il sentimento, la passione e l’incanto.

Del resto, forse, neanche Augé, quando cominciava a scriverne nei primi anni ‘80, avrebbe potuto immaginare quanto successe a Rosario, in Argentina, una delle patrie elettive dell’epica classica del football, quando nel 1998, nel giorno del 38esimo compleanno di Diego Armando Maradona, venne fondata la Iglesia Maradoniana. Un culto laico e calcistico che anche oggi, dopo la morte del Pibe, conta ufficialmente in Argentina più un milione di «adepti». Mentre a Napoli, seconda patria consacrata dalle gesta calcistiche del campione argentino, il culto pop di Maradona fissato nei famosi murales, in particolare quello ai Quartieri Spagnoli e nella celebre icona king-size dipinta da Jorit nella periferia di San Giovanni a Teduccio, continuano a fare milioni di presenze. Un pellegrinaggio ininterrotto di devoti-tifosi di Maradona rappresentato in icona come Dios umano, che in Italia nel 2023, con ben 6 milioni di visitatori, è stato secondo in quanto a presenze turistiche. Superato solo da un sito storico come il Colosseo. La mano di Dio di Maradona alla stregua delle vestigia della Roma dei Cesari.

Qualche volta anche nelle narrazioni letterarie che raccontano il calcio accade il caso eccezionale di attingere dai fatti di questo sport popolare una conoscenza più approfondita e sensibile. Proprio quel qualcosa di «umano, troppo umano» che le gesta calcistiche rivelano, e che in certi casi quasi supera persino l’epica, e si avvicina al sacro. Del resto c’è in ogni partita e in chi la interpreta il ricapitolarsi di un rituale, dove le azioni degli atleti in campo si ripetono come atti di un libro liturgico trascritto, con gesti da tutti conosciuti e replicati, dove gli incitamenti del pubblico sono il coro tragico che recita a una voce la sua preghiera contro il fato. Una liturgia che nel calcio si ripete ovunque vada in scena, a ogni suo atto. Un rito universale, che grazie allo streaming televisivo e digitale, se pur esce prepotentemente dal recinto degli stadi e si propaga oggi urbi et orbi, tuttavia resta sempre, insieme e indissolubilmente, esotico e casalingo nei suoi connotati di culto sportivo primordiale.

A quest’altra epica del pallone, più genuina e popolaresca, esoticamente gergale e malinconicamente démodé, ottenuta anche con un sapiente scivolamento all’indietro del tempo storico e per la scelta della fervida ambientazione ispano-americana, riconduce un romanzo che può essere definito «calcistico» già per l’intreccio gustosamente ardito e continuamente mosso, per l’improvvisazione più simile al caracollante palleggio e alle finte ubriacanti di un estroso fantasista argentino che al plot di uno schema narrativo ragionato a freddo. Del resto il titolo del romanzo evoca il gioco e fa già atmosfera: Sporca faccenda, mezzala Morettini (Atlantide, Roma, 2024). Il libro, autentico atto di fede nel calcio come epica ed etica umana, non esclusa quella politica, è uscito dalla scrittura sensibile di uno dei più originali scrittori e traduttori dallo spagnolo del panorama letterario italiano, Marino Magliani. Una mescola di voci, la sua. Un italo-argentino-olandese, che ormai da decenni vive tra la Liguria e Amsterdam. Magliani — che con il suo Il cannocchiale del tenente Dumont  fu tra i semifinalisti dello Strega un paio di anni fa — qui fa coppia con un altro talentuoso scrittore ligure che come lui vive da anni nei Paesi Bassi, Marco Ferrari (Alla rivoluzione su una Due Cavalli, romanzo e film vincitore del Festival di Locarno 2001). Una accoppiata di penne expat di talento che passa a ricalco storie di calciatori oriundi e di migranti argentini italodiscendenti, qui ben figurati e messi in pagina nel romanzo.

I due autori danno prova di grande estro, condito da divertimento e sensibilità narrativa, affrontando in buona armonia il racconto, condensato in quasi 300 pagine. Sempre fitte di un bel po’ di topoi letterari di gran peso e fascino: il mito del calcio e i perdenti di talento, l’avventura e l’amore, la politica e i sogni infranti, il Sudamerica e l’emigrazione, le malinconie degli italiani d’Argentina e il dramma dei desaparecidos, le beffe del destino e le strade di Baires che si perdono nella dispersa periferia di Valle Camargo, Once, Barracas, prima di sfociare nella triste umidità della Pampa. Storie, luoghi, personaggi e persone almanaccate con sapiente disinganno e delicata ironia narrativa.

Argentina anni ‘60-‘70, nella sterminata metropoli bairense dei discendenti dai migranti italo-argentini, Diego Alvaro Menconi è un mediatore di calciatori, un «venditore di piedi», uno che di mestiere «pensa con i piedi» (cit. Osvaldo Soriano). Menconi sopravvive a stento amministrando i piedi presuntamente buoni di artistoidi scovati nelle serie minori argentine. Sbarca con misere fortune giocatori misconosciuti e bidoni a fine corsa da una parte all’altra dell’Atlantico, con la speranza di piazzare prima o poi un grande affare alla Sivori che gli faccia svoltare la vita. Un giorno un’avvenente vicina di condominio, la creola Alicia, gli chiede aiuto nella disperata ricerca di un marito sparito. Lui è la consunta mezzala, ex Independiente de Avellaneda, Luis Pacifico Morettini, genio pedatorio sul viale del tramonto, ormai alcolista perso e puttaniere. Al procuratore di calciatori Menconi, toccato al cuore dalla donna, non rimarrà altro che trasformarsi per l’amore e la pena di Alicia, in uno scalcinato detective alla Marlowe.

San Lorenzo-River Plate del 1951, prima partita argentina trasmessa in TV

Fallimenti e lampi di genialità illuminano a intermittenza una favola calcistica minore e provinciale, che è anche romanzo sentimentale, avventura di espatriati e di politica. Al centro della vicenda gli eredi di seconda e terza generazione di una colonia di anarchici italiani, i più carraresi di origine (ma ce ne sono anche di calabresi e siciliani), esiliati dal fascismo in Argentina.

«Come tutti i figli dell’emigrazione, Menconi si sentiva argentino. Suo padre Melio invece no, era rimasto italiano sino alla morte. Le ultime sue parole erano state in dialetto carrarese, e nessuno le capì, tranne il figlio. Era un ingranaggio che Menconi conosceva bene: la prima generazione di emigranti aveva vissuto di nostalgie; la seconda si era immedesimata nella nuova patria, assorbita da un’improbabile questione criolla; la terza sentiva la necessità del ritorno. A lui, semplicemente, anche se a volte la vedeva in modo diverso, non gliene fregava una poronga di quella sperduta e gigantesca nazione americana del sud, ingrata con i propri figli e con i figli dei propri figli».

Di questi figli ripudiati restano le impronte mitiche delle squadre di fútbol fondate dai club degli anarchici italiani espatriati. I reduci sono ancora lì che raccontano di congiure rivoluzionarie clandestine e di campioni italo-argentini sperperati nella temperatura tossica della mala-emigracion, i talenti sfumati nel limbo malinconico dei campionati minori pamperi. Gesta consumate «ai confini del calcio che contava, in campi polverosi, tra pozzanghere di fango e buche». L’opera al nero dei geni smarriti nei lampi di un fútbol gestual, che fuori dalla chanca arrabattano la vita da borrachos per una bevuta di vino Malbec nei bar malfamati alla periferia di Baires, raccontando «come si fa un tunnel, come si esegue una rovesciata, come si inventa una rabona, una palomita, una marianela». Giocolerie alla Mario Evaristo istoriate «da una citazione nel libro di Manuel Pablo Garritano “Tecnica de Fútbol”», autentica Bibbia degli estremisti del virtuosismo calcistico latinoamericano .

Il romanzo, mimando le carambole del calcio, sviluppa una sequela di passaggi stretti tra espedienti e truffe pedatorie malriuscite, pedinamenti e rapimenti da burla, incontri infuocati di passione tangueira e amori di contrabbando. Lo sfondo è quello di un’Argentina dai sogni declinanti, già tormentata dai fantasmi dalle dittature militari e dalla povertà. Spiccano le vite di sponda di protagonisti e comprimari vissute sempre a cavallo tra due mondi, quello dei tanos, l’abbreviativo di napolitanos, che spetta a tutti gli italiani d’Argentina. In mezzo la Pampa umida e triste percorsa da un vecchio pick up americano, i campetti spelacchiati di seconda e terza serie sperduti tra le Ande e la Patagonia. Squadre e stadi da milite ignoto dai nomi improbabilissimi, come Barracas, Lanùs, Tandil, Sarmiento, Chaco, Nueva Chicago; c’è persino un Gimnasia Esgrima, squadra intitolata a Pietro Gori, di fede dichiaratamente anarchica (ho controllato, tutto è incredibilmente vero). Dati di realtà che sono altrettante evocazioni fantasmatiche di un calcio del trapassato remoto, in cui vittorie e sconfitte non sono che giochi di prestigio determinati dal caso, dal destino, da un palo, dalla piroetta beffarda di un centrattacco cascante che segna all’ultimo secondo, imprese di fortuna sempre sottolineate dalle imprecazioni marcate in lunfardo, il gergo fangoso e furfantesco degli hijos de puta meticci che popolano delle sterminate periferie bairensi.

Il calcio lì è solo imprevisto. La storia è una piccola odissea passata a dribblare le insidie tra allenatori fanatici, arbitri corrotti («Josefino Gallardon, il famigerato El Gordo») e presidenti lestofanti a capo di squadre inverosimili ma sorprendentemente reali. C’è il demi-monde dei procuratori di calcio, in cui Menconi, hombre vertical, giunto malinconicamente alla mezza età, si aggira con scarso successo, destreggiandosi tra criminali incalliti e militari fascisti, insidiato da altri venditori per procura di improponibili bidoni. Anonimi pedatori di terza serie dagli esotici soprannomi da torero, puntualmente spacciati oltreoceano per campioni da pallone d’oro. Un’antologia di blasoni popolari, un’armata Brancaleone di stonacati e mediocri futbol fútbolistas sempre araldicamente rinomati: «Herminio Borracino, detto El Grinta, Juan Bugliani, detto El Condor; José Castagna, detto El Mutilado; Pedro Montagnani, detto El Foularito, Pedro Corsi, detto El Ciego». Un policromo colectivo di personaggi e comprimari che insieme mettono in pagina un thriller calcistico gentile, avventuroso e maldestro.

La storia si risolve, tra fughe e carambole in stile gaucho, in un amareggiato e malinconico epilogo che ricapitola la vicenda dei calciatori oriundi e del loro procuratore, tuti insieme ripresi nel ritorno finale su quelle sponde italiche da cui partirono per l’Argentina i loro gli antenati espatriati politici, liguri e carraresi. Con lo specchio altrettanto melanconico e dimesso della Liguria e della costa che sfuma verso Carrara e le Apuane, dove dopo lunghe e rocambolesche giraglie tornano a casa gli sgangherati e stralunati protagonisti di questo romanzo mischiato di calcio e anarchismo. Storia di sconfitti e di vecchie passioni tramontate che vanno a cercare in quei luoghi appartati un epilogo di tranquilla pacatezza degno di un racconto di Biamonti. Un finale di partita mesto e tutt’altro che consolatorio li attende però malignamente al varco prima del fischio finale, proprio in una piazza di Carrara.

Questo Morettini del duo Ferrari & Magliani è un po’ mezcla de varios impastata di poetica malinconia platense e fervor imprestati un po’ da Borges e da Onetti, un po’ dal Libro Cuore rivisto da un Corto Maltese tifoso di anarchici e palloni esotici. Fino a morsi più profondi di raffinata inquietudine esotica platense che sembrano estratti dal Sudeste di Haroldo Conti. Fuori dalle ultime pagine del romanzo resta il presentimento degli anni più bui dell’Argentina fascista, i crimini della Junta, i voli della morte dei desaparecidos, gli attentati dei montoneros.

Ferrari e Magliani, entrambi scrittori liguri stretti al cuore d’Argentina, ci regalano con i loro Menconi e Morettini, un romanzo impensato sull’epopea del football di una volta, sulle malinconie dell’altrove e gli inganni dell’amore e della politica. Una storia di teneri azzardi di uomini e di palloni. Curiosi i richiami al vero, però. Pare che sul serio, come accade nel libro, un famoso procuratore di calcio argentino fosse in grado di falsificare gli articoli del noto settimanale sportivo argentino El Grafico. Spediva poi le pagine contraffatte ad arte ad allenatori e presidenti di importanti squadre del campionato in Italia, celebrando le formidabili imprese pedatorie di autentici brocchi di cui aveva il patronato per rivenderne i cartellini alle ricche squadre italiane. Il gioco e il caso, il destino e la fortuna. In fondo è sempre l’azzardo, una giravolta a decidere. Come in una partita di pallone, da disputare fino all’ultimo calcio, fino all’ultimo istante di gioco. In fondo «il calcio come la vita, altro non è che una puta de lotteria», rimastica inquieto il venditore di piedi Diego Alvaro Menconi.

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(le foto sono state tratte dall’articolo originale uscito sul Corriere della Sera)

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