Alle tre di mattina non era ancora tornata. Prima di uscire mi aveva detto che la batteria del telefonino era quasi a zero. Ragione per cui a un certo punto della notte avrebbe smesso di funzionare.
Un attimo dopo averla sentita richiudersi la porta alle spalle e uscire mi era venuto da pensare – considerando che si trattava della sua prima notte fuori in una città che neppure conosceva – che avrebbe potuto preoccuparsi di ricaricare la batteria nel pomeriggio o durante la cena.
Però lei se n’era dimenticata. Aveva detto proprio così, ‘dimenticata’ aveva detto, senza notare il moto di rilassata indifferenza con cui avevo finto di accogliere le sue parole. Continua a leggere
Archivi categoria: Matteo Telara
Nessun problema.
Devo acquistare una macchina usata.
“Non dovrebbe essere un problema” penso.
Negli ultimi otto anni mi sono servito di macchine usate senza alcun tipo d’ inconveniente. Ho fatto più di duecentoventimila chilometri, attraversato catene montuose, parcheggiato per ore di fronte all’oceano in burrasca, salito e ridisceso gli infiniti vulcani spenti della città in cui abitavo (Auckland ndr) e mai che un problema mi avesse fatto rimpiangere la scelta.
Macchina usata, in buone condizioni, affidabile, economica. Niente di meglio in questi tempi di crisi, per chi come me è disoccupato e ha bisogno di un’auto. Continua a leggere
Siete ancora lì?
L’utilitaria è di colore rosso e sta viaggiando su una strada pesantemente trafficata.
La città è immensa. Talmente vasta da essere fatta d’interi quartieri di cui nulla si sa, tranne che hanno un nome e che ci sono migliaia di persone a viverci dentro.
“Poi c’è la cena da Mauro e Sara” sta dicendo la donna al volante. “Domani sera.”
Nell’utilitaria ci sono tre persone. La donna che guida, l’uomo accanto a lei, e un bambino seduto dietro.
L’uomo ha l’orlo delle adidas in equilibrio tra la fine del cruscotto e l’inizio della portiera, il nodo della cravatta allentato, l’espressione rilassata. Guarda di fronte a sé e “domani sera è perfetto” dice, giocando col filo d’aria che dal finestrino gli risale nelle dita. “Portiamo il vino rosso che piace a Mauro.”
Sul parabrezza posteriore è attaccato un adesivo con su scritto “Valtellina 2009, la vacanza da sogno” e un altro in cui si legge “Volcom, materiali per lo sci”. L’auto procede spedita, un galleggiante agile in una colata di lamiere.
“Il ragazzino dove lo dobbiamo portare?” chiede a questo punto l’uomo. Continua a leggere
La stanza verde
Il tubo
D’estate, alla fine di ogni sua giornata lavorativa, Marco Cedratti andava sempre a fare una nuotata.
Era il momento che maggiormente aspettava. Non al mattino, il mattino scorreva sempre con una leggerezza non voluta, con una facilità per molti versi inaspettata. Ma già sul principio del pomeriggio, immediatamente dopo la pausa pranzo, gli saliva con lentezza tra i pensieri l’immagine dell’acqua liscia e della costa silenziosa, insieme al bisogno d’uscire, di risalire le correnti di bagnanti che tornavano a casa e di recarsi sul litorale.
Da saltuaria pratica estiva, nuotare era divenuto col tempo il suo attimo di personale scollegamento dal resto del mondo. Continua a leggere
Nulla d’interessante fuori dall’assorbente
C’erano due uomini seduti su due sdraio di fronte al mare. Uno era mio padre.
Aveva i capelli bianchissimi – nella luce del sole parevano cristalli – e un paio di para-lenti scuri che teneva abbassati a quarantacinque gradi sugli occhiali da vista.
Indossava zoccoli alti e vecchi, gli stessi che fin da bambino gli avevo visto mettere ogni domenica per venire in spiaggia, e un paio di calzoncini azzurri. Con una mano, continuava ad accarezzarsi il naso scarnificato dalla malattia e dal caldo.
“Quest’anno è arrivata molto più tardi” gli sentivo dire.
“È per via dei cambiamenti climatici.”
L’uomo di fianco a mio padre era suo cugino. Avevano la medesima età, erano cresciuti a poche strade di distanza, ma i suoi capelli erano leggermente meno bianchi e la postura pareva più arcuata.
Se ne stavano seduti lì da quasi un’ora, a guardare le figure di passaggio e ad asciugarsi la fronte dal sudore. Sembravano due statue, da tanto poco si muovevano. Continua a leggere
Una cultura del leggere che entri nelle strade.
In un articolo di alcuni mesi fa Boris Groys sosteneva che la direzione presa dall’umanità conducesse verso un nuovo totalitarismo globale, un nuovo ordinamento e, secondo certi filosofi, addirittura verso una nuova politeia platonica.
A detta dello studioso, se nel ’900 sono state realizzate le aspirazioni utopiche del secolo precedente (coi risultati che tutti conosciamo) nel XXI sembriamo essere tornati indietro al XIX secolo: libero scambio globale, terrorismo, pirati, guerre coloniali, culto delle celebrità, fashion magazine. Le uniche differenze, sottolinea Groys, “sono i film al posto dei romanzi.” Continua a leggere






