È Gesù che tocca le anime: mettiamo in questa cornice gesti e parole della nostra vita, sapendo che il tocco decisivo è del Messia, conoscitore di cuori.
Essere un altro Cristo: la santità è così. È possibile nel quotidiano? Si aprirà una strada per il mondo nuovo descritto nel Vangelo? La risposta, amico mio, soffia nel vento, la risposta soffia nel vento.
Bisogna prendere la croce, non solo portarla: una bella differenza. Quando lo starets Zosima raccomanda ad Aleša di cercare la felicità nel dolore, non lo esorta al masochismo, ma gli svela il mistero indicibile dell’essere.
Anche Gesù è stato stanco: ci consola, nella nostra stanchezza, pensare di condividerla con Lui, sentirlo vicino, simile anche in questo, sapere che basta alzare gli occhi per vederlo già qui, fedele come sempre.
Nella vita c’è la prova, e quindi il dolore. Ci ribelliamo, diventiamo insofferenti, spesso fuggiamo. Se prendessimo ogni prova dalla mano del Cristo, tutto cambierebbe, per miracolo.
Il nostro compito? Far crescere l’amore. È possibile facendo memoria dell’amore ricevuto. Il flusso della vita ha bisogno di espandersi, di riempire l’universo. All’inizio della Sua predicazione, Gesù non disse “il tempo è compiuto”, ma “il tempo è riempito”, che è tutta un’altra cosa.
Le bellezze naturali sono un dono di cui non ci accorgiamo: Dio dà a vuoto, i Suoi sono regali a perdere. Se solo apprezzassimo, quanto cambierebbe ogni giornata!
Bisogna amare il luogo dell’incontro: la cella, la camera, il cuore. L’essere è lì, tangibile, attingibile. Pulite prima l’interno del bicchiere, dice Gesù, per ricevere poi la sorgente d’acqua viva.
La santità è l’opposto dell’omologazione. Don Mario Torregrossa confezionava l’abito su misura per ciascuno, la traccia sicura dello stilista impareggiabile che è Dio.
Più diamo agli altri, più Dio dona a noi. È prodigo, il Signore, e ci vorrebbe come Lui: gente che non giudica, non pretende e non possiede, figli somiglianti al Padre.
Gesù più dona, più vuole donare. Dio è sovrabbondante, inesauribile. Entrare nel Suo abbraccio significa non avere più sete, realizzare ogni vero desiderio.
È la compagnia di Gesù che ci fa santi. Il santo è se stesso, ha trovato il fine e la radice, ma soprattutto ha scoperto come vivere il presente: unito a Cristo, Alfa e Omega, senso profondo di ogni singolo istante.
In Amore tutto è facile. Le salite più dure diventano passeggiate di piacere, se si ama davvero. Che il Signore ci faccia questo dono, perché assaporiamo la felicità.
Anche Gesù è stato bambino: un motivo in più per essere teneri con ogni bambino che incontriamo. La santa infanzia del Cristo getta una luce intramontabile sulla prima età: non a caso, per entrare nel Regno, il passaporto è quello del bambino.
Gesù chiede semplicità: a una persona a cui vuoi bene non fai grandi discorsi, con parole difficili. Non bisogna confondere forma e sostanza, apparenza e verità.
Se fossimo coscienti che nella messa, al momento dell’elevazione, il sangue di Gesù cola su noi, ne usciremmo cambiati. Forse per questo evitiamo di pensarci. Perché tutto resti come prima.
Gesù nasce in una stalla: l’amore fa anche questo, accetta di scendere al livello più basso, pur di raggiungere l’amato. Una lezione importante per chi rifiuta di sporcarsi le mani, per chi vuole conservare ciò che in questo modo perderà, per sempre.
Gesù si prende cura della nostra navigazione nella vita. Sa quanto sia facile perdere la bussola, per questo ci infonde la speranza di tenere il timone fisso sulla rotta giusta. Sulla meta che è Lui.
Dio è gioia. Non a caso, per i Padri d’Oriente, la tristezza è un pensiero cattivo, uno dei vizi capitali. Se mi abbandono alla provvidenza dell’amore, non posso non trovare in me la gioia di Chi mi ama.
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