La Via Crucis è il cammino di Gesù. Sarebbe bello se i nostri percorsi fossero ispirati alle stazioni di questo viaggio d’amore, che sa morire per la tua, la mia salvezza.
Gesù s’identifica col prossimo. Vederlo negli altri è toccare la profondità della vita, là dove ogni grazia è possibile. Perché, provenendo dal peccato, essere nel bene è già un miracolo.
Il primo posto a Dio: non è per il Suo bene, ma per il nostro. Tutto è nostro, se siamo di Dio. Il giorno che lo capiremo sarà quello della nascita vera, dell’incontro autentico con l’Essere.
Sembra che, per Gesù, giudicare sia il peccato più grande. Si può capire: che sappiamo degli altri? Non conosciamo noi stessi e azzardiamo ipotesi sul prossimo? Se ognuno di noi vedesse tutto, il mondo sarebbe un’altra cosa.
Gesù tiene molto al fatto che noi lo pensiamo. Siamo lontani dal comprenderlo: riteniamo che un Dio sia superiore a queste cose. È il modo migliore per perdersi una possibilità di relazione, per convincersi che tra il Cristo e l’uomo c’è un abisso invalicabile.
Gesù vuole l’offerta: accoglie ogni dolore come un dono, un segno di solidarietà con la passione. La sofferenza che ci salva è un territorio da percorrere insieme, fino a imbatterci nello splendore della risurrezione.
Com’è fatto il Cielo? Possiamo immaginarlo semplice, puro. E vivere, fin d’ora, sulla lunghezza d’onda della semplicità e della purezza. Allora i conti cominciano a tornare.
Offrire a Gesù il momento presente, con semplicità: è la chiave per agire in sintonia con Lui, con noi stessi e con gli altri. I Padri della Chiesa invitavano a tener conto dello Spirito Santo: amare, in effetti, è proprio questo.
Gesù prega per noi. Ha bisogno, per essere efficace, dei nostri momenti di preghiera: il minimo che possiamo fare è mettergli a disposizione il materiale.
L’amore è stare, sempre, anche lontani, anche impegnati in lavori faticosi. La preghiera del cuore è un esserci eterno, una strada che congiunge, anche quando la partenza e l’arrivo, l’io e il tu, sembrano luoghi irraggiungibili.
Cosa diamo agli altri? Quello che abbiamo. Per questo è importante ciò che si accoglie e si coltiva dentro. Se questo è grazia, saremo grazia per gli altri, non torneremo a casa senza aver fatto qualcuno un po’ più ricco.
Amare Gesù significa purificarsi. Ciò che tocca guarisce, come allora: basta una preghiera fatta col cuore, uno sguardo, un ricordo, e il mondo si trasforma in cielo. Inconsciamente lo sappiamo: per questo, ogni tanto, ci voltiamo dalla parte giusta.
Ci sono spesso scrupoli per l’immaginazione: le confessioni abbondano di sensi di colpa per ciò che ci passa per la testa. I Padri del deserto consigliavano di vedere questo come il vento che soffia e se ne va. Bisogna fare come se non fosse mai passato.
Fuggire dal dolore è umano. Divino, invece, è sorreggere il mondo con le proprie sofferenze. In unione con Gesù, possiamo fare cose che nessuno comprende, ma di cui tutti beneficiano. Benvenuti nel pianeta della carità, direbbe Dio.
Preghiamo frettolosamente, a volte, per passare al prossimo impegno. Anche Gesù ha percorso la via dolorosa con la fretta di salvarci, di morire per noi. Ricordiamocene, per riempire in modo degno i vuoti d’amore.
Manica larga e manica stretta: la prima è per noi, la seconda è per gli altri. Gesù ci invita a capovolgere il criterio: solo così il tu comincia a emergere, portandosi appresso il paradiso.
Entrare in confidenza con Gesù, lasciar cadere le barriere mentali che lo rendono distante, straniero: è un esercizio quotidiano che diventa ogni giorno più spontaneo, naturale. In paradiso non ci sono formalismi: si è come si è.
Gesù non smette di concederci grazie: sono inesauribili. Se ci credessimo, non soffriremmo di mancanze, non avremmo problemi di carenze. Abituiamoci a pensare in termini d’infinito e libertà, e scopriremo il nostro io profondo.
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