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La parola ai poeti. Alfredo Rienzi


Qualche pensiero su poiesis, funerali e le quattro vite della parola poetica.

Scrivo poesie da oltre quarant’anni. A metà circa di quest’arco temporale, diciamo nel mezzogiorno del mio arco di vita poetica, l’avvento della rete, di Internet, delle riviste online e, più tardi, verso l’ora dei vespri, dei social e il proliferare di blog ha creato l’illusione che il processo poietico fosse anch’esso cambiato nel tempo. Al risuonare caotico di un ipotetico posto ergo sum la vita della parola poetica pare doversi confrontare con nuovi aliti, venti e bufere. 

Ma sarà (stato) davvero così nel mio incontro con la parola? Provo a raccogliere idee e osservazioni che mi accompagnano da alcuni anni. Continua a leggere

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Intervista ad Alfredo Rienzi, di Raffaela Fazio



Alfredo, iniziamo da qui: secondo te, il limite della poesia è la sua forza (o può diventarlo)?

Per rispondere dovrei avere ben chiaro cosa posso considerare come “limite” della poesia e forse anticipare una qualche definizione, fatalmente soggettiva, ma, per brevità, mi concentrerò su due aspetti. 

Il primo è intrinseco: la poesia, con la sua necessaria densità e concentrazione verbale e semantica si fa carico di una rappresentazione del mondo incompleta, frammentaria, parzialissima rispetto alle possibilità della prosa e della saggistica. Ma nell’equilibrio, secondo me necessario e inevitabile, tra il detto e il non detto si incontrano, appunto, i limiti e le potenzialità del verso. Il non-detto richiede confidenza con il silenzio, con il pre-verbale, con il secretum intuitivo. Apre porte, spiragli, prospettive (più delle altre forme di scrittura), che offrono ad ogni lettore (ogni ascoltatore del non-detto) il proprio angolo di visuale. In una realtà orfana, per sua stessa natura, del Vero, l’offerta e la convocazione nel testo di verità plurali ne può quantomeno richiamare l’esistenza, offrire un percorso d’avvicinamento.

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