Tra gli interventi più lucidi ed efficaci di “Dopo il diluvio. Sommario dell’Italia contemporanea” (ri-edito da Sellerio, grazie alla cura di Salvatore Silvano Nigro), spicca senz’altro quello di Alberto Moravia dedicato a “La borghesia”. Si tratta, del resto, di uno degli interventi che è stato maggiormente elogiato dalla critica dell’epoca e da quella odierna.
Questo saggio, oltre che per l’acume del suo autore, spicca per l’aura di attualità da cui è avvolto. In molti passaggi del testo, in effetti, c’è la possibilità di riscontare un’attinenza impressionante con le problematiche che interessano la borghesia dei nostri giorni. La capacità dialettica e di analisi di Moravia, sono peraltro supportati dalla natura atemporale del saggio medesimo. Lo scrittore romano imbastisce la sua analisi slegandola da vincoli cronologici intesi in senso stretto, estendendola in una visione più ampia e spingendola, inevitabilmente, ad abbracciare anche questo nostro tempo; sicché siamo portati, anche psicologicamente, una volta ammesse l’efficacia a la congruità dell’analisi esposta, a ritenerla valida ancora oggi.
Moravia comincia con il sottolineare che una borghesia italiana, in verità, non esiste. Le borghesie dei principali paesi di cultura occidentale, per l’autore de “Gli indifferenti”, sono dotate di caratteri e tradizioni (morali, politiche, religiose, culturali, artistiche) fondate su una consapevolezza che permette loro di rinnovarsi, arricchirsi e proiettarsi nell’avvenire; ma, soprattutto, “la borghesia di quei paesi ha saputo costituirsi in società, ha saputo darsi un’unità”. Continua a leggere
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Considerazioni su DOPO IL DILUVIO (parte II)
Proseguiamo le riflessioni su “Dopo il diluvio” (Sellerio)
“Dopo il diluvio. Sommario dell’Italia contemporanea” è stato presentato da Dino Terra (l’originario curatore dell’opera) come “una genuina impresa letteraria”, realizzata da “un’ideale maestranza”, da “un occasionale consorzio” di scrittori, poeti, giornalisti/scrittori (che chiama soci). Il motivo per cui viene sottolineata la valenza letteraria dell’opera lo spiega lo stesso Terra: “la letteratura conosce quello che il presente ignora. La letteratura dice quello che il presente tace”. Ecco, dunque, “l’utopia” della letteratura: elemento salvifico sulla strada dell’acquisizione della consapevolezza e dello sviluppo del senso critico.
Una società di letterati da intendersi, sempre secondo Terra, non come professionisti della letteratura… ma come dilettanti… laddove il termine dilettante è da intendersi in senso positivo (il letterato dilettante è colui che non punta allo specialismo e all’esattezza della scienza specialistica, ma alla “libertà mentale”, alla “leggerezza”: il diletto della letteratura). In altri termini, l’auspicio era che i vari interventi ospitati dal libro non fossero il frutto del lavoro di burocrati della letteratura, ma di artisti della parola.
Ritengo che la rilettura odierna di “Dopo il diluvio” assolva a un duplice compito: contribuire a scoprire l’Italia di ieri (quella, appunto, dell’immediato dopoguerra) e aiutare a comprendere e interpretare l’Italia di oggi (data la chiaroveggenza di alcuni di quei contributi).
Impossibile fornire approfondimenti, in questa sede, su tutti e trentuno i saggi, ma Continua a leggere
Considerazioni su DOPO IL DILUVIO (parte I)
Sono molto grato a Salvatore Silvano Nigro per aver ridato luce, con la sua curatela, a questa raccolta di saggi intitolata “Dopo il diluvio. Sommario dell’Italia contemporanea” (pubblicato originariamente nel 1947 da Garzanti, a cura di Dino Terra, e oggi riedito da Sellerio).
Come si evince dal titolo, l’idea che sta alla base di questo volume è quella di consegnare una raccolta di testi, di saggi critici, sull’Italia dell’immediato dopoguerra; l’Italia, cioè, che si apprestava a riaffacciarsi al mondo dopo il diluvio del ventennio fascista e i disastri causati dalla seconda guerra mondiale.
Nella sua acuta prefazione Nigro ci presenta, intanto, la storia di questa avventura editoriale che ha coinvolto ben trentuno intellettuali (scrittori e giornalisti culturali), ciascuno dei quali ha avuto il compito di sviluppare riflessioni su varie tematiche, con l’obiettivo – per l’appunto – di tracciare un sommario dell’Italia che usciva dal ventennio del regime e dagli orrori della guerra. Giuseppe Ungaretti apre la raccolta indicando Continua a leggere
Coscienze assuefatte e narrazioni distopiche
Mitridate VI, re del Ponto dal 111 a.c., è ricordato anche per un aneddoto particolare. Pare, infatti, che temesse di essere avvelenato a causa di una cospirazione. Per difendersi chiese al medico di corte di preparagli degli antidoti. Questi cominciò a somministrargli piccole dosi di un miscuglio di veleni. Il tentativo di immunizzazione fu così efficace che, quando (sconfitto da Pompeo Magno) Mitridate decise di togliersi la vita (dopo aver invano tentato il suicidio col veleno) fu costretto a chiedere di essere pugnalato.
Da qui nasce il termine “mitridatizzazione”, o “mitridatismo”: per indicare – appunto – un processo di assuefazione determinato da un procedimento simile a quello descritto.
Ora… immaginiamo di essere continuamente bombardati da notizie di morti, di violenze, di scandali, di truffe nel settore pubblico e in quello privato. Immaginiamo che certe dichiarazioni “assurde”, o frasi che nascondono biechi ideologismi, o mode discutibili vengano ripetute ogni giorno senza soluzione di continuità. Immaginiamo di essere oggetto di continue menzogne spacciate per verità. Qual è uno dei principali rischi di siffatta situazione? Che la nostra attenzione, la nostra sensibilità, il nostro senso critico vengano risucchiati nel gorgo dell’assuefazione, generando un processo di mitridatizzazione delle coscienze. Continua a leggere
Ancora per Vincenzo Consolo (a un anno dalla scomparsa)
Un anno fa, il 21 gennaio 2012, è scomparso Vincenzo Consolo. Nato in Sicilia, a Sant’Agata di Militello, il 18 febbraio 1933, Consolo è stato uno dei maggiori scrittori italiani contemporanei. Uno degli ultimi “testimoni”, appunto, del nostro Novecento letterario. Il suo approccio narrativo era senz’altro originale. I suoi, non sono veri e propri romanzi (intesi in senso tradizionale). “Non si possono scrivere romanzi”, sosteneva, “perché ingannano il lettore”. Il suo linguaggio fluiva, ricco, verso forme di scrittura intense e avvolgenti. Impossibili da “imbrigliare”.
Ha esordito per Mondadori nei primi anni Sessanta con “La ferita dell’aprile”; il grande libro – giunto nel 1976 – è “Il sorriso dell’ignoto marinaio”. E poi le altre opere, tra cui: “Retablo” (1987), “Nottetempo, casa per casa” (1992, con cui vinse il Premio Strega), “L’olivo e l’olivastro” (1994), “Lo spasimo di Palermo” (1998), “Di qua dal faro” (2001).
Mi piace riportare questo stralcio di intervista (datata 2 agosto 2010), dove Consolo mi raccontò “i suoi inizi” e del suo primo incontro con Vittorini.
«Dopo la laurea sono rientrato in Sicilia. Il mio secondo arrivo a Milano è del ’62. Trovai la città ricostruita, rispetto a quella vista negli anni Cinquanta. Ero tornato perché mi accingevo a pubblicare con Mondadori il mio primo romanzo, “La ferita dell’aprile”. Mi avevano convocato, con un telegramma, alla sede della Mondadori di via Bianca di Savoia per rivedere il testo insieme a Raffaele Crovi, che all’epoca svolgeva la funzione di redattore (dopo esser stato collaboratore di Vittorini ne “I Gettoni” e nella rivista “Il Menabò”). Ricordo che leggemmo il testo insieme. Voleva che modificassi il linguaggio, ma mi opposi. Mi rifiutati anche di inserire un glossario alla fine del libro. Il romanzo fu poi pubblicato in una collana diretta da Vittorio Sereni e Niccolò Gallo, chiamata “Tornasole”. In quell’occasione – proprio lì alla sede della Mondadori – una ragazza mi accompagnò nell’ufficio di Vittorini, che voleva conoscermi. Ci presentammo, ma scambiammo poche parole, più che altro di circostanza. Ricordo in particolare una sera, mentre uscivo dalla casa editrice. Pioveva a dirotto, e mi fermai nell’atrio. Continua a leggere
Incontro con Paolo Di Stefano: la Sicilia e la catastròfa di Marcinelle
Paolo Di Stefano è nato ad Avola, in Sicilia… ma vive a Milano da diversi anni.
La sua è una delle firme più note delle pagine culturali del «Corriere della Sera». Ha lavorato per Einaudi e per «la Repubblica». Ha pubblicato libri di inchieste e numerosi romanzi di successo tra cui: Baci da non ripetere (1994), Tutti contenti (2003), Aiutami tu (2005, premio SuperMondello). Con il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008) ha vinto il premio Selezione Campiello. Nel 2010, sempre per Rizzoli, è uscito Potresti anche dirmi grazie. Gli scrittori raccontati dagli editori.
Ho avuto il piacere di incontrarlo in occasione dell’uscita del suo nuovo libro, La catastròfa (Sellerio). Abbiamo discusso di Sicilia e Marcinelle.
Paolo, sei nato ad Avola ma vivi a Milano. Avere la possibilità di osservare la Sicilia “a distanza” può aiutare a comprenderla meglio?
Sono nato ad Avola e ho vissuto altrove dall’età di tre anni, ma ho sempre frequentato la Sicilia: mio padre, da buon professore di liceo, aveva due mesi di vacanze estive e tutta l’estate, per diciotto anni, io e i miei fratelli l’abbiamo trascorsa ad Avola, tra nonni, zii, cugini. Inoltre, una parte della Sicilia viveva intatta tra le quattro mura di casa mia, in Svizzera. I miei hanno sempre parlato in dialetto, mia madre ha sempre cucinato come le ha insegnato mia nonna: in casa era Sicilia, fuori la Svizzera. In più, i parenti di mia madre, siciliani pure loro, vivevano a Milano come fossero in Sicilia. Era un microcosmo iper-siciliano, dove tutto non solo si conservava ma veniva enfatizzato dalla distanza. Direi perciò che la Sicilia non l’ho mai abbandonata. Era lì, sempre presente e minacciosa, nel senso che mio padre, che non si è mai rassegnato a vivere all’estero, ogni due-tre giorni diceva: l’anno prossimo torniamo al paese… I miei nonni paterni gli hanno sempre rimproverato di essere partito e lui viveva con il profondo senso di colpa di averli abbandonati. Eravamo sempre pronti a tornare: un pendolarismo psicologico sfibrante. E quotidiano: in casa era tutta Sicilia, fuori era un altro mondo, nemico per mio padre, amico e inoffensivo per noi. Dentro (in famiglia) era un microcosmo arcaico, fuori la modernità. Poi, quando si ritornava d’estate, mio padre non sopportava niente e non vedeva l’ora di rientrare in Svizzera. Più che osservarla dall’esterno, la Sicilia l’ho vissuta e un po’ anche patita dall’interno, pur essendo geograficamente dislocato. Con l’età è cambiato tutto. Dopo anni di distanza: finalmente, con i primi risparmi giovanili, si poteva andare a far vacanza altrove (contro i miei, ovviamente, che non volevano che dimenticassimo la Sicilia).
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ROMANZO D’AMORE, per ricordare Michele Perriera
Dedico questa pagina alla memoria dello scrittore e regista Michele Perriera (nella foto) scomparso a 73 anni, nell’ospedale Giglio di Cefalù, l’11 settembre scorso.
Perriera ha fondato e diretto la scuola di teatro Teate’s di Palermo. Era stato tra i fondatori del gruppo ‘63. Dal 1994 ha diretto la collana di teatro della casa editrice “Sellerio”. Lo scrittore, considerato il drammaturgo dell’anima, se n’e’ andato dopo una lunga malattia che lo aveva allontanato dal teatro.
Pubblico, di seguito, un bell’articolo scritto da Domenico Calcaterra (che ringrazio) in merito a una delle opere principali di Perriera: “Romanzo d’amore”.
Massimo Maugeri
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“Romanzo d’amore” di Michele Perriera: la scrittura come tragico sigillo di fiducia
di Domenico Calcaterra
«La scrittura è la mia casa, la mia isola, la mia civiltà, il mio continente», basterebbe questo frammento a compendiare (nel giro breve d’una frase) il senso preciso, il peso specifico e la carica totalizzante di un’opera, atipica nel panorama letterario degli ultimi decenni, come “Romanzo d’amore” di Michele Perriera (Sellerio, 2002). Presentata come monumentale «autobiografia teatrale» in tre libri (per un totale di oltre 1200 pagine), la si potrebbe considerare con voluta forzatura come neospecie tutta postmoderna di “opera mondo”, variante aggiornata e singolare di romanzo assoluto che salda, in maniera travolgente e visionaria, bildung e weltanschauung, apprendistato e conseguente idea del mondo (colta nel suo farsi, nel gorgo di un dinamico sviluppo). Continua a leggere

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