
Luce tu
Luce verticale,
luce tu;
alta luce tu,
luce oro;
luce vibrante,
luce tu.
E io la nera, cieca, sorda, muta ombra orizzontale.
(Juan Ramon Jiménez)
Da Il naufragio del “Tordo”
… Tu sei
in una grande casa
con tante finestre spalancate,
corri da stanza a stanza, e non sai
dove guardare prima,
ché fuggiranno i pini, le montagne
specchiate e il pigolio
degli uccelli,
si farà vuoto il mare, vetro frantumato, al vento
di Nord e Sud,
e si faranno vuoti i tuoi occhi di luce,
come d’un tratto, insieme,
tacciono le cicale.
(Giorgio Seferis)
Che quiete!
Che quiete!
Penetra nella roccia
il canto delle cicale.
(Basho)
Cicala!
Cicala!
beata te,
che sopra il letto di terra
muori ubriaca di luce.
Tu sai delle campagne
il segreto di vita,
e il racconto della vecchia fata
che nascere sentiva l’erba
rimane nascosto in te.
Cicala!
Beata te.
Che muori sotto il sangue
di un cuore azzurro.
La luce è Dio che scende,
e il sole
breccia per dove filtra.
Cicala!
Beata te.
se senti nell’agonia
tutto il peso dell’azzurro.
Tutto il vivo che passa
dalle porte della morte
va con la testa bassa
e un’aria bianca assonnata.
Con parola di pensiero.
Senza suoni…
Tristemente,
coperto dal silenzio
ch’è il mantello della morte.
Cicala!
Beata te.
T’avvolge nel suo mantello
lo Spirito Santo stesso
ch’è luce.
Cicala!
Stella sonora
sopra i campi addormentati,
vecchia amica delle rane
e dei grilli neri,
hai sepolcri d’oro
nei raggi vibranti
del sole che ti colpisce dolcemente
nel vigore dell’estate,
e il sole porta via la tua anima
per farla luce.
Il mio cuore diventi cicala
sopra i campi divini.
Muoia cantando lentamente
nel cielo azzurro ferito
e quando starà per spirare
la donna ch’io so
lo sparga con le sue mani
nella polvere.
E il mio sangue sopra il campo
sia limo dolce e rosato
dove le zappe affondino
gli stanchi contadini.
Cicala!
Beata te!
se ti feriscono le invisibili spade
dell’azzurro.
(Federico Garcia Lorca)
Tutto ha sete per la calura
Inumidisci i polmoni di vino. La Costellazione compie il suo giro.
La stagione è soffocante. Tutto ha sete per la calura.
Dai rami occhieggia dolce la cicala.
Fiorisce il cardo. Ora, le donne sono più impure,
e i maschi smunti: la testa e le ginocchia
Sirio brucia…
(Alceo)
Stabat nuda Aestas
Primamente intravidi il suo piè stretto
scorrere su per gli aghi arsi dei pini
ove estuava l’aere con grande
tremito, quasi bianca vampa effusa.
Le cicale si tacquero. Più rochi
si fecero i ruscelli. Copiosa
la resina gemette giù pe’ fusti.
Riconobbi il colubro dal sentore.
Nel bosco degli ulivi la raggiunsi.
Scorsi l’ombre cerulee dei rami
su la schiena falcata, e i capei fulvi
nell’argento palladio trasvolare
senza suono. Più lungi, nella stoppia,
l’allodola balzò dal solco raso,
la chiamò, la chiamò per nome in cielo.
Allora anch’io per nome la chiamai.
Tra i leandri la vidi che si volse.
Come bronzea messe nel falasco
entrò, che richiudeasi strepitoso.
Più lungi, verso il lido, tra la paglia
marina il piede le si torse in fallo.
Distesa cadde tra le sabbie e l’acque.
Il ponente schiumò ne’ suoi capegli.
Immensa apparve, immensa nudità.
(Gabriele D’Annunzio)
Da Estate
La tigre del Bengala
dalla lucida pelle chiazzata,
è serena e gentile, nel suo splendore.
Salta dal ciglione
d’una ripa, al fitto
cespo di bambù; poi alla roccia
che si erge all’entrata del suo covo.
E lancia un ruggito,
s’agita come impazzita
e rizza di piacere il pelo irsuto.
La fiera vergine ama.
E’ il mese del calore. Sembra brace
la terra; e nel cielo,
immensa fiamma il sole.
In mezzo al fondame scuro
salta fuggendo il canguro.
Il boa si gonfia, dorme, si scalda
nella torrida luce;
l’uccello si ferma
a riposare sulla verde cima.
Si sentono vapori di fornace:
e la selva indiana
abbandonata alla calura,
esala, sotto il cielo
sereno, il proprio respiro. La tigre ardita
respira a pieni polmoni,
e nel sentirsi bella, altera, sovrana,
ha palpiti al cuore, il petto gonfia…
(Ruben Dario)
Da Corpo dell’estate
N’è trascorso di tempo dacché s’udì l’ultima pioggia
sulle formiche e le lucertole
adesso brucia il cielo senza fine
i frutti si tingono la bocca
i pori della terra si aprono lentamente
e accanto all’acqua che goccia sillabando
una pianta immensa fissa negli occhi il sole!
Chi è colui che giace sulle spiagge lassù
fumando supino foglie d’ulivo argento
le cicale si scaldano nelle sue orecchie
le formiche lavorano sul suo petto
lucertole gli guizzano dall’erba delle ascelle
e dalle alghe dei piedi passa leggera un’onda
mandata dalla piccola sirena che cantò:
o corpo nudo e riarso dell’estate
che l’olio e la salsedine han corroso
o corpo dello scoglio e fremito del cuore
gran sventolio di chiome di vincastro
alito di basilico sul pube riccioluto
cosparso di aghi di pino e stelle piccoline
corpo profondo, galleggiante del giorno!…
(Odisseo Elitis)
Estiva
Distesa estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell’albe senza rumore –
ci si risveglia come in un acquario –
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
d’oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca,
stagione estrema, che cadi
prostrata in riposi enormi,
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell’ordine che procede
qualche cadenza dell’indugio eterno.
(Vincenzo Cardarelli)
Gloria del disteso mezzogiorno
Gloria del disteso mezzogiorno
quand’ombra non rendono gli alberi,
e più e più si mostrano d’attorno
per troppa luce, le parvenze, falbe.
Il sole, in alto, – e un secco greto.
Il mio giorno non è dunque passato:
l’ora più bella è di là dal muretto
che rinchiude in un occaso scialbato.
L’arsura, in giro; un martin pescatore
volteggia s’una reliquia di vita.
La buona pioggia è di là dallo squallore,
ma in attendere è gioia più compita.
(Eugenio Montale)
Da Sera d’estate
Si è sciolto in spruzzaglia il gran sole.
La sera d’estate divampa,
riarde di febbre nel volto.
Sospira repente: “Vorrei…”;
ma, quindi, soggiunge: “Son stanca…”…
(Rainer Maria Rilke)
Vento di prima estate
A quest’ora il sangue
del giorno infiamma ancora
la gota del prato,
e se si sono spente
le risse e le sassaiole
chiassose, nel vento è vivo
un fiato di bocche accaldate
di bimbi, dopo sfrenate rincorse.
(Giorgio Caproni)
Bella sera d’estate
E’ una bella sera d’estate.
Rombando arrivano e partono treni,
fabbriche latrano, impaurite,
il crepuscolo copre di fuliggine i tetti,
lo strillone grida sotto i lampioni,
macchine corrono qua e là alla rinfusa,
scampanellano i tram in una gran processione.
Gridano i luminosi tubi del neon: “sei cieco!”;
sui muri che si sprofondano nelle strade laterali
si agitano i manifesti semistaccati:
dinanzi a te, dietro te, dappertutto – lo vedi –
corrono uomini con facce da manifesto,
e – si vede – fra i grandi caseggiati
cantando alleluia, vociando, gemendo, imprecando,
ansimando, freddamente, furbescamente, gesticolando,
sulla cordata umana s’arrampicano in alto
uomini,
e sul collo dei viali rabbiosi
si gonfiano le vene.
Si sente come gridano i muti impiegati,
si odono i passi lenti degli operai che rincasano,
come se tutti fossero vecchi sapienti,
che non hanno più nulla da fare sulla terra.
Si odono le mosse morbide delle mani dei borseggiatori
e, più distante, il rumore delle mascelle di un contadino,
che appunto adesso si è falciato un pezzo
del prato del suo vicino.
Sento tutto, io che ascolto.
Nelle ossa dei mendicanti scricchiolano gli acciacchi,
le donne mi fiutano tutto all’intorno:
ma io sono venuto da troppo lontano,
mi metto a sedere dinanzi alla soglia del mio cuore
e ascolto.
E’ una bella sera d’estate.
(Attila Jozsef)
Da Ode marittima
Solo, sul molo deserto, in questo mattino d’estate,
guardo verso l’entrata del porto, verso l’Indefinito,
guardo e mi appaga vedere,
piccolo, nero e chiaro, un piroscafo che entra…
Guardo da lontano il piroscafo, con una grande indipendenza dell’anima,
e dentro di me, lentamente, un volano comincia a girare.
I piroscafi che entrano al mattino nella barra
portano al mio sguardo
il mistero gioioso e triste degli arrivi e delle partenze.
Portano memorie di moli lontani e d’altri momenti
di un altro modo di essere della stessa umanità in altri punti…
Ah, e i viaggi, i viaggi di piacere, e gli altri viaggi,
i viaggi per mare, dove tutti siamo compagni degli altri
in modo speciale, come se un mistero marittimo
ci avvicinasse le anime e ci facesse per un attimo
patrioti transitori di una stessa patria incerta
che si sposta eternamente sull’immensità delle acque!…
(Fernando Pessoa)

Vorrei essere quella cicala!
grazie per questi frammenti di poesia, così preziosi e
di una bellezza che è carezza, fresca nel calore dell’Estate!
ciao Giorgio
Comunque il verso finale di Jimenez è semplicemente straordinario.
ciao Giorgio, buona estate, nonostante la canicola montaliana 😉
Grazie a te, Carla, anch’io come la cicala “ubriaca di luce”!
Ciao, Luigi, buona estate anche a te. Quando mi manca la luce del Mediterraneo, leggo sempre Jimenez.
Maledetta questa luce di neve
e il ghiaccio trasformato
in un tempo che mi offende
senza rimorso per aver colpito.
Maledetta la tua bocca, le tue mani
e il corpo che tutto m’inonda
di un tempo che srotola incubi
e paure di solitudini bizzarre.
In riva sono pesci sulla schiuma
che morenti respirano il sole
dietro vetri delle candide finestre
di una casa immaginaria.
C’erano le rane questa notte
ma la tua assenza non l’ha viste
e i gracchi d’amore in canto
erano parolacce sputate alla luna.
Ti pensavo nell’istante delle stelle,
insieme al battere d’ali di falene tristi
sotto fiaccole di bambù e paglia
dentro il mio bagaglio di malinconia.
Eri sulla collina, nelle danze della festa,
io lontana come i calici dal popolo
dopo aver pregato nell’asma di Dio
il tuo ritorno di pace e presenza.
Mi sono voltata sul perimetro della riva
senza pensare all’eleganza della luna
che traspariva la sua inadeguatezza
dal chiarore riflesso in torpide acque.
Ho teso le mani al sentiero carbone,
ho tagliato rovi d’intralcio al fuggire
e sono arrivata fino ai tuoi passi
capendo la paura del poter morire.
Ciao Fabrizio come stai? ho voluto lasciare una poesia…ti ricordi questo inverno che tu e Paola mi avete dato la possibilità di pubblicare qui?Io non vi ho persi di vista, anzi, ma ho avuto un po’ da fare…se ti fa piacere ti mando qualcosa, a me farebbe immenso piacere.
grazie mille
valentina
È un vasto campo incolto
il pensiero che cammina
come una donna impazzita
su zolle di bruciata follia.
Una lacrima stesa al sole,
i silenzi che vacillano quieti,
mare dentro, mare fermo,
mare acerbo, mare perso.
Ti chiamo da lontano,
lentamente così amaro
il destino rabbrividisce su noi,
su di te come il suono, su di me.
Ciao, Valentina, grazie di aver inviato le tue poesie.
Che preziosa scelta antologica Giorgio!Cardarelli e Montale soni i miei preferiti fra gli italici, ma Lorca e Jiménez sono un dolce canto ispanico tutto da ascoltare lasciandosi cullare…
Un caro saluto
Un poetastro da quattro soldi
per Giorgio
E pensare che
iersera al ristorante
un piatto di linguine
alla cicala
avevo ordinato
ma non mi fumai
portato.
Beata te, cicala,
per il pericolo
scampato
Grazie, Giovanni, quand’è che andiamo in quel ristorante?
Luca, un caro saluto a te! Questa antologia è la mia “cartolina” di auguri: buona estate a tutti!
Il mio prossimo post, salvo imprevisti, a settembre.
Un gran bel florilegio, Giorgio, pervaso di natura e di solarità:
dono propiziatorio per tutti noi in questa…
“…stagione la meno dolente
d’oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi”
Grazie.
Giovanni
…così, almeno, ottimisticamente e non senza fatica, insistiamo a volerla vedere:-)
G
Pensa, avevo letto “sull’immensità delle scarpe” (Fernando Pessoa), invece che sull’immensità delle acque… oh, mi aveva così ben meravigliato!
Grazie Giorgio, una bellissima raccolta. Buona estate anche a te.
Grazie a te, Giovanni, e… sì, in questo momento insisto a voler vedere l’estate “meno dolente”.
Mayoor, anche “sull’immensità delle scarpe” è una bella immagine, perfino inusuale.
Ancora buona estate.