Noi speravamo che fosse lui…

Di Padre Guglielmo Spirito

Questi giorni febbrili – portarli alla foresta
dove fresche intorno al muschio strisciano le acque –
Dove l’ombra è l’unica cosa che devasti la quiete.
A null’altro che a questo sembra, a volte, che tutto si riduca.

Emily Dickinson

Non credo che chiesi promesse al suo sguardo,
non mi sembra che scelsi il silenzio o la voce,
quando il cuore stordì e ora no, non ricordo
se fu troppo sgomento o troppo felice,
e il cuore impazzi e ora no, non ricordo,
da quale orizzonte sfumasse la luce.

Fabrizio De André

Y la sombra extendida
Por el cielo desierto y apagado,
por la tierra dormida,
por el aire callado,
por el mundo perdido y olvidado.

Francisco Luis Bernardez

Pilar, Buenos Aires, 19 gennaio 2010

L’acqua, la insegna la sete. La terra, gli oceani trascorsi. Lo slancio, l’angoscia. La pace, la raccontano le battaglie. L’amore, i tumuli della memoria… Pensieri vorticosi di questo tipo (ma non con queste esatte parole) si rincorrevano dentro di me, dopo la lunga notte volando sull’oceano Atlantico, verso sud. Sfinimento per la durata (oceanica, appunto) del volo, e per lo stordimento favorito dalla decina di bambini piagnucolanti, piangenti e urlanti, sopravvissuti per ore e ore alle mie tetre invocazioni verso Erode, perché magari tornasse a finire il suo lavoro (o almeno che Giuseppe li portasse in Egitto purché smettessero di ululare).
Perché nella fattispecie sento proprio in questo modo, mi domando. Sono esasperato già dall’inizio del viaggio, forse? Quale torbido demonio mi spinge ad accorrere a incontri come questo? Poi mi ricordo: non si tratta di questo, né della tensione e della fatica pregustata nella preparazione all’Assemblea Generale Fraterna del mio Ordine in Argentina, ma dello spaesamento ugualmente anticipato, strattonato tra memoria, presente e futuro.
E perché scrivo se non per custodire un nesso tra quello che fu, quello che è adesso, quello che (forse) sarà? Momenti estranei, e scriverne per toccarli senza toccarli, e perché loro mi tocchino senza toccarmi veramente? Magari.
Ma no, invece. Come la moglie di Lot: per scrivere sono costretto a guardare indietro. E con ciò il mio sguardo trasforma me e loro in statue di sale. Forse.
Atterro all’aeroporto di Ezeiza, a Buenos Aires. Nel preciso istante che mando un sms comunicando dell’arrivo, ricevo uno da Emanuele che è appena atterrato all’aeroporto di Lamezia Terme, per stare con i suoi durante capodanno. Sorrido. La coincidenza ravviva in me la consapevolezza di una comunione che la distanza non affievolisce: si tratti di Catanzaro ed Alessandria di Egitto attraverso il Mediterraneo, o di Lamezia Terme e Buenos Aires attraverso l’Atlantico.
Physical absence being the mild foretaste of death, nevertheless I might learn a new silence, gazing across the sea to where you are now, and perhaps to see you with the eyes of the soul- and here I smile to you across the waters…
Sono parole scritte da un mio amico greco, Teophilos, che faccio mie senza sentire il bisogno di tradurle.

Sono nella città dove sono nato, mezzo secolo fa. Dopo anni di assenza. L’impatto è vasto e oltrepassa di gran lunga la mia memoria. Avrei bisogno dell’eloquenza della Lettera la padre, di Franz Kafka per rendere il senso dello stridore e del tradimento della memoria riguardo al vissuto presente.
Noi possiamo dominare le distanze ma non possiamo riconquistare il passato, né scavare il futuro. L’uomo trascende lo spazio, ma è trasceso dal tempo, dice Abraham Heschell. ‘Insegnaci a contare i nostri giorni’, invoca il Salmista (90, 12). Vivendo più nel tempo che nello spazio –continua-, dobbiamo imparare a contare i nostri giorni in termini di atti ed eventi anziché di luoghi e di cose. Già.
Ogni momento è un nuovo arrivo: e un arrivo ha bisogno di essere accolto, di essere salutato. Come Abramo, a Mamre, che accoglie i Tre Ospiti inattesi. E quindi il figlio della Promessa…

Buenos Aires. Quante tracce di una profonda bellezza conserva la mia città sgualcita, come nel viso di una donna attempata, si riconosce lo splendore raggiante di decenni addietro (Alice Munro lo direbbe così?). Come San Pietroburgo, del resto. Splendida e sgualcita.
Ma, eccetto per la calda presenza di una manciata di amici veri –Hugo, José, Juan Vicente, Susana, Guillermo, Celina, Sergio..-, ho la percezione di Orual ne A viso scoperto, di C.S. Lewis: tutte le porte sbarrate e un mondo che sta scivolando via. E’ come vedere Lorien che scivola via verso lidi obliati, mentre io guardo inetto, seduto sulle rive di un mondo grigio e spoglio, fangoso e piatto come il Rio de la Plata…

Il rivestimento smaltato del vaso è rovinato, scrostato; l’intonaco, si stacca: ho in mente tutta la città e i suoi quartieri, ma soprattutto i muri interni (corrosi da una sorta di cancro della pietra) nella corrosa chiesa di Santo Domingo, nel barrio di San Telmo, inclusa la cappella di Nostra Signora del Rosario, dove nacque la mia conversione e la mia vocazione. Smarrimento, sgomento e lutto. Qohelet.
Nelle parole di Amos Oz -citando Beit Halachmi-, riconosco l’impatto crudo del decadimento, subito nella chiesa dei domenicani, quando scrive ‘della tendenza delle cose a consumarsi e sbiadire pian piano: oggetti e amore, abiti e ideali, case e sentimenti, tutto si frantuma, tutto diventa consunto, tutto si perde in polvere prima o poi. Beit Halchmi usava spesso nei suoi versi la parola solitudine e una o due volte scelse anche la rara parola derelitto. ‘

Tu también estas hecho de inconstantes
Ayeres y mañanas. Mientras, antes…

Te anche sei fatto di incostanti
Ieri e domani. Mentre, prima…

Dopo questo versetto di Borges, in mezzo al caldo soffocante, lascio senza rimpianto la città. Dopo tutto, non è più casa mia, se mai lo è stata. Dai conventi de N.Signora de las Gracias e di Moreno, ci spostiamo a Pilar, accanto al fiume Lujan, alla casa El Cenaculo – La Montonera, dedicata a San José, dove si radunano adesso i frati minori conventuali di ogni angolo del globo (e con peripezie di viaggio ben più travagliate delle mie).
Da parte dei frati della provincia Rioplatense, un’accoglienza al di là di ogni misura: Carlos, Horacio, Javier, Zoilo, Aldo, Mario, Alfredo, Alejandro, Sebastian…
Un paesaggio radioso, in aperta campagna, disteso fra boschetti di eucalipti, ombreggiato. Uccelli di specie sconosciute in altre latitudini, e la Cruz del Sur tra le costellazioni notturne. Aria limpida, verde e dorata. E campi a non finire, praterie dopo praterie, mucche e cavalli al pascolo (le mucche, intendiamoci, che sono rimaste, dopo i nostri asados, carne alla brace, al modo dei gauchos, senza misura. Come la Pampa) . La Pampa immensa.

Ma perché mai scrivere di quel che esiste senza bisogno di te? Perché mai disegnare con le parole quel che non è parole?

Preparativi estenuanti; coordinamento di tante forze disperse, di tante api industriose, di tante formiche laboriose –e generose-, di mille buone volontà che confluiscono per rendere possibile l’Assemblea Generale Fraterna.
Centocinquanta frati provenienti all’incirca da sessanta nazioni (dal Giappone, l’India, la Corea e l’Australia, al Ghana, il Kenya, la Tanzania e lo Zambia, passando per tutta l’ Unione Europea e le Americhe –dal ‘mio’ Canada al Costa Rica, da Cuba al Cile -, arrivando alla Turchia e al Libano; dall’Ucraina, alla ‘mia’ Russia e al Uzbekistan…), un numero inoltre infimo davanti alle miriadi di orde di zanzare.
Un ronzio perenne, zzzzzzzzz, rivendicativo, zzzzzzzz, affamato, zzzzzzzzz. Sottilissimi trapani accaniti, assordanti; ronzano, fendono le tenebre, irritate e irritanti; kamikaze dopo kamikaze, le amazzoni si lanciano come se fossimo spalmati di miele (o di maionese) e non di repellente. Zzzzzzzzzzz. Forse vengono dall’arcipelago Gulag, dalle isole Solovskij nel nord della Russia: anche là ti coprono come una coltre di crine, in una occupazione del territorio della tua pelle tanto persistente quanto i coloni ebrei nei territori palestinesi. Zzzzzzzzz. Ed i rabbini dicono che l’uomo deve essere umile perché persino le zanzare sono state create prima di lui, nella Genesi. Si, certo, senza dubbio. Ma Shalom Auslander avrebbe le parole adatte per commentare questo fatto…

Invece è Marko Rupnik SJ chi, come ad altrettanti disorientati discepoli di Emmaus (noi speravamo che fosse lui…cf. Lc 24, 13-35), commenta i fatti accaduti. In Cristo secondo lo Spirito. E il cuore incomincia ad arderci dentro, e la visione si fa più nitida, e il dolore del fallimento al Calvario si mescola alla consolazione pasquale della Pentecoste. Si intreccia, si tesse, insieme, inscindibilmente, come l’umanità del Figlio e la sua divinità. Il corpo morto senza l’anima, l’anima morta senza lo Spirito. Riconosco le parole degli amici Basilio il Grande e Gregorio il Teologo. Ed i frati che lasciamo scivolare dentro il balsamo luminoso del riconoscimento: è così.

E, come ad Emmaus, ci raccontiamo a vicenda, incrociando le dita perché il seme germogli, e perché le mille fatiche e complicazioni della vita fratesca negli svariati e remoti angoli della terra siano benedette dal Padre e ci rinnoviamo crescendo figli nel Figlio, e quindi fratelli tra noi, nel seno dei Tre, a favore dell’uomo. Come il Poverello. Una visione, una direzione. Un rispondere all’agire di un Altro. Coinvolgimento vitale. Prepararci ad essere lievito, seme di senape. All’inizio, almeno, un drappello. Sparuto. Semi. A fondo perduto. Cominciare. Penso a Giulio, ad Enzo, a David, a Jesus, a Emanuele. Iniziare. Lanciarsi. E’ il sogno per l’Ordine di fra Marco Tasca.

Nel mezzo del nostro raduno, l’ecatombe immane di Haiti. Le nostre meschinità –i nostri piccoli progetti, piccoli problemucci, il nostro sentire caldo non ostante lo sbuffo monotono dei ventilatori, le piccole stanchezze e frustrazioni pastorali raccontate- sbiadiscono e vengono spazzate via nel fragore lancinante del crollare della vita nell’isola caraibica. Più di centomila morti. Cifra da assurdo capogiro. Tanti morti quante le nostre zanzare, ma loro –gli haitiani- vengono portati via – sotto le macerie del terremoto-, dal pungolo di una morte che non riesco a chiamare sorella…
Esistono risposte pregnanti ed esistono risposte evasive. Di risposte semplici e dirette no, non ce ne sono.
Noi frati, radunati, rispondiamo organizzando una catena di solidarietà concreta, tangibile –monetaria- da spedire subito, tramite l’Economo Generale, ad un ospedale gestito dalle suore domenicane. Tocchiamo senza toccare, in un gesto di sollievo e di compartecipazione. Almeno leccare alcune ferite, se non fasciarle. Minima carezza. Infinitamente piccola davanti alla tragedia. Ma una carezza reale.

Come il gesto –semplice ed eloquente- dell’umile Cardinale Arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Bergoglio, SJ, il quale, mentre lo accompagno in cappella dove presiederà per noi l’Eucaristia, si ferma davanti alla statua di san Giuseppe che tiene per mano il Figlio, e afferra con la sua le due mani intrecciate di padre e figlio, in un pacato gesto di fiducia e una muta e mite richiesta di sostegno e guida.
‘Guida guidata’ chiama Rupnik Giuseppe – guidato dall’angelo del Signore nel sonno -, e gli sembrò saggia la proposta sentita in aula di scegliere san Giuseppe a Patrono dei guardiani dell’Ordine.

L’Assemblea finisce, e l’Argentina con essa, adesso. E tempo di ripartire, di ritornare. Di tornare a casa, a Rivotorto di Assisi. Tempo di lasciare andare e di perdere. Tempo di non aggrapparsi né al passato né al futuro. Né al figlio della Promessa, sul Monte Moria. Né alla promessa Sposa nazarena.

Conoscessi l’Arte-
Di bandire –Me da Me stesso-
Non ci sarebbe Cuore capace
Di espugnare la mia Fortezza-

Che altro fare
Se non Abdicare-
Me- da Me stesso?

Dunque vediamo: anche adesso non sai –mi dico-? Adesso anche non sai? Adesso non sai anche? Nemmeno adesso sai? Non sai neanche adesso? No, sai anche adesso? Cancelli per favore ciò che è di troppo?

El poniente que no se cicatriza
aun le duele a la tarde

Il ponente che non si cicatrizza
ancora gli duole alla sera,
scrive Jorge Luis Borges en Campos atardecidos.

Si spazzano i cocci del cuore
Con cura si ripone l’amore
Che non vorremo più usare
Fino all’eternità.

….
Se non avessi mai visto il sole
Avrei sopportato l’ombra-
Ma la luce ha reso il mio Deserto
Ancora più selvaggio

Scrive Emily Dickinson queste parole nel 1872.
E meno di un secolo dopo, J.R.R Tolkien, per bocca di Gimli il nano le riecheggia al suo amico elfo, Logolas, mentre lasciano Lorien:

‘Dimmi, Legolas, perché intrapresi questa missione? Lungi ero dall’immaginare quale fosse il pericolo maggiore! La tortura dell’oscurità era ciò che maggiormente temevo, e tuttavia partii, vincendo la mia paura. Ma se avessi conosciuto il pericolo della luce e della gioia, non sarei mai venuto…’

Sono stanco. Sfinito. Forse deluso, ma non dell’Assemblea. Del passato, che non è; del futuro che forse non sarà. Rivivo con crudezza i giorni lontani del 2003 dove la Russia fu staccata da me, e vedo l’ombra tremula dello strappo di ogni possibile distacco. E mi resisto. Si spazzano i cocci del cuore.
Non riesco ad accogliere in me una parola di Rubem Alves riguardo alla tomba vuota:
non è la presenza a realizzare il miracolo. Il miracolo è compiuto dal potere dell’assenza. Dio è l’assenza che salva.
Sarà pur vero, ma è solo con la Presenza che il cuore si sazia: ‘la memoria non può appagare i desideri del cuore. Essa è solo uno specchio ’, rispose Gimli. E san Giovanni della Croce disse molto di più sul vedere gli occhi che porta disegnati nelle viscere.
Dio è amicizia, e chi dimora nell’amicizia dimora in Dio e Dio dimora in lui, parafrasava audacemente san Aelredo di Rievaux, nel XII secolo. Wow.

Come vorrei fare mia la fiduciosa reazione di Maria all’angoscia di Giuseppe, straziato per la prospettiva di lasciarla. L’antica tradizione siriaca (V secolo) mette in bocca della Vergine questa risposta:

Ora darò sfogo alle mie parole
e mi rivolgerò a mio Figlio nascosto nel mio grembo;
Egli ti rivelerà che non avrò altri figli,
Egli ti rivelerà che non sarò privata della tua compagnia.

Lo desidero e lo spero con tutto il mio cuore.
Frantumato e scrostato com’è.

—————–

Dice Santa Teresa, oh patriarca
-y es bien creerla, que ella no mentia-
que alcanza todo quien en Ti se fia
y ella se pone de garante marca.

Oh patrocinio de la sacra barca
Tutor de Dios, esposo de Maria
Te doy mi vida en esta travesia
Peor que el Egipto t el sangriento exarca.

Oh el mas feliz esposo y padre, el mundo
Quiere matar al niño Dios que abrigo
O anegarme en horrores si resisto.

Por el desiero solo y sitibundo
Sin brujula, sin guia, y sin amigo
La antigua estrella tropezando sigo…

A San José (1947)
Leonardo Castellani, SJ

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Informazioni su giovanniag

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976), è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore del libro di viaggio "Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa" (Fusta Editore, 2020) e del romanzo psicologico "Viale dei silenzi" (Arkadia, 2019), ha anche preso parte al romanzo collettivo "Il postino di Mozzi", a cura di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia, 2019). È inoltre autore di una quadrilogia di romanzi distopici sul tema del crollo di internet e della società del controllo ("Sentieri di notte", "Partita di anime", "La casa degli anonimi" e "L’ultimo angolo di mondo finito", editi da Galaad tra il 2012 e il 2017 e in prossima riedizione in volume unico), in parte pubblicata anche in spagnolo e in polacco e in prossima riedizione in volume unico. Ha scritto, curato e tradotto vari libri sulle opere di J.R.R. Tolkien (su tutti, "Tolkien. Light and Shadow", opera bilingue italiana-inglese, ed. Kipple, 2019), e tradotto o co-tradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño ("Bolaño selvaggio" a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, ed. Miraggi, 2019, tradotto insieme a Marino Magliani), oltre a libri di Jorge Mario Bergoglio, Kamala Harris, Arsène Wenger, Amir Valle e Peter Straub. Ha partecipato a numerose residenze letterarie e reading in Europa e negli Stati Uniti, e traduce da inglese, spagnolo, francese e portoghese, oltre a parlare il polacco. I suoi contributi critici sono disponibili sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia, di Luigia Sorrentino” e “Postpopuli”. Insieme alla giornalista Valeria Bellagamba, ha creato e gestisce la pagina Facebook "Anticorpi letterari", con interviste in diretta video a protagonisti del panorama culturale italiani e internazionale. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com.

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