Estratti da Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo, opera che comprende due racconti di Marino Magliani e Vincenzo Pardini (in uscita adesso con Transeuropa)
Pubblico qui la parte iniziale dei due racconti, rispettivamente di Marino Magliani (La parte) e di Vincenzo Pardini (Broggi). Delle selezioni più ampie sono già comparse sulla rivista Nuovi argomenti (n° 49, gennaio-marzo 2010; titolo Tabù – Il gioco delle parole proibite).
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Da La parte, di Marino Magliani
Posteggiò nello slargo davanti al cancello e prese con sé il vaso di margherite che aveva comprato sull’autostrada.
Cercò nell’aria l’odore degli eucaliptus. Erano alberi piantati dalla sua classe, in quinta elementare.
Guardandoli così, senza sapere molto di quanto crescono in fretta gli eucaliptus, uno avrebbe detto che toccavano il secolo, ma non arrivavano a trent’anni. E non odoravano come altre volte. Le margherite invece sì, avevano l’odore del concime che si respira nelle serre.
Al rubinetto si bagnò il collo e gli occhi, si asciugò le mani sulla camicia. Poi riempì il secchiello e con la mano che teneva le margherite, spinse il cancello. Salita la scalinata, si diresse a una delle tante tombe che diceva Timonti.
Posò il secchiello, il vaso e si segnò.
«A sun arivau.»
Disse loro che era arrivato, tolse i crisantemi dal vaso sulla tomba: erano secchi che dovevano essere lì dal giorno dei morti, e al loro posto mise le margherite. Diede un po’ d’acqua sulla pianta grassa, col resto lavò il marmo.
Guardò le finestre di Ca’ di Turli, e ripensò a quei crisantemi. Al tempo in cui si erano imbevuti di pioggia e rugiada, prima di farsi seccare dalle giornate lunghe.
Non se la sentì di giudicare. Forse, anche se non aveva cambiato i fiori, a recare una visita c’è sempre andato, si disse. Per uno che i fiori li coltivava, tagliarne un mazzo e portarlo su una tomba non doveva avere nessun senso. Si finiva per odiarli tutti, i fiori, il verdume che ti resta sulle dita, il sapore delle albe ai mercati e dei pesticidi che ti si appiccica ai vestiti, alla barba e ti entra nei polmoni…
Bussò più forte. Come mai non rispondeva nessuno?
Dino! tornò a chiamare. Adele! Dino era il fratello, gemello. Adele la cognata.
Si nascose dietro la schiena il regalo per Luca e col palmo della mano libera percosse la persiana accanto alla porta.
Posò il regalo sul gradino e aggirò l’edificio, passando nella cundemina, dov’erano le grandi vasche di cemento per lavare i garofani.
Le chiavi non le aveva, e questo sebbene la casa e il resto, le terre e i magazzini, tutto gli appartenesse per la metà. Finite le ferie lasciava il mazzo di chiavi in camera sua nel cassetto del comodino, e l’altr’anno, quando tornava, bussava.
Provò sotto i vasi, sotto quello del basilico, sotto il geranio.
Cercò Dino sul cellulare. L’aveva spento.
Si sedette sul gradino della porta, un gambo di lavanda in bocca.
Forse erano andati in città, e s’erano scordati che arrivava… Eppure aveva avvisato, un paio di settimane fa, aveva lasciato detto alla cognata giorno e ora più o meno. In mattinata. Arrivava sempre in mattinata, dopo aver dormito qualche ora sull’autostrada.
S’alzò e camminò per la terrazza. Il vecchio filare di americana non c’era più. Dino doveva essersi deciso, vitigni che non producevano da anni. L’idea era quella di costruire in mezzo alla terrazza una piscina, di quelle economiche, uno scavo, una gettata di cemento, e poi la ditta veniva con la gru a piazzare la conca in fibra. Ne avevano parlato la scorsa estate, ma erano progetti che si rimandavano di anno in anno, come il fatto di affrontare l’argomento della spartizione.
I vecchi se n’erano andati ormai da otto anni, senza aver lasciato niente di scritto.
Emiliano glielo diceva sempre: «un giorno o l’altro, fratello, bisogna fare le parti e presentare i documenti della successione.»
Multe, dopo i cinque anni non se ne pagavano più, ma che senso aveva aspettare ancora?
Erano le stesse cose che gli diceva sempre anche Dino. Ma non si decidevano mai.
Andò a guardare i tetti del paese dalle terrazze soprane. Il giorno del ritorno si dedicava volentieri a questo genere di cose, una volta a Ca’ di Turli, il bisogno di dormire spariva, lo sostituiva quello di riavvicinarsi al mondo, di gettare un giro di sguardi nervosi su tutto, con ancora il brusio dell’autostrada nelle orecchie.
Si portò di nuovo dietro la casa, aprì il rubinetto per lavarsi la faccia. Avevano chiuso addirittura l’acqua.
Andò alla nicchia del contatore, e trovò lo sportello chiuso col lucchetto.
Il pranzo non lo preoccupava, da Ca’ di Turli in sei minuti, 1480 e rotti passi , che erano la bellezza di 178 gradoni, si scendeva in carruggio, e al fondo c’era il bar trattoria Le Terrazze.
Il fatto è che così, senza darsi una lavata, passava anche la voglia di sedersi a mangiare, perché alla trattoria era bello andarci dopo un bel doccione, allora si scendeva attraverso i portici e si respirava, si salutavano i vecchi seduti sul cartone, vecchi con la stessa battuta di sempre:
«Sei arrivato?»
Non lo vedevano, diamine, che era tornato, Dino non aveva forse sparso la voce che arrivava.
Vagó, portandosi sulla bunda.
Gli occhi bruciavano e il sonno e il caldo senz’aria lo lasciavano lì, come inebetito, impedendogli di ragionare.
Nella terrazza di sotto vide che era caduto il fico, era quello che faceva i fichi francesi, cresciuto ai confini con la proprietà dei Parodi, s’era coricato sul fianco.
Perché Dino non l’aveva tolto da ingombrare la terrazza? Aveva troppo lavoro, non poteva essere che questo, Dino non si fermava mai, coltivava più di 1000 piante di ulivo e serre piantate a rusco e fiori, orti. Dino di fatica se ne cominciò a intendere fin da ragazzino: a dodici anni s’era impuntato dicendo che a scuola non ci voleva più andare e così il padre se l’era portato in campagna. Ulivi e orti a secondo delle stagioni.
D’estate mai una volta alla spiaggia, mai a una festa, mai niente. Nemmeno al bar, Dino era uno che davanti al bar c’era sempre passato solo il giorno della processione di San Giovanni, col santo in spalla e i denti stretti. Dino aveva sempre portato in spalla il mondo.
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Da Broggi, di Vincenzo Pardini
Ventre e culatte incrostate di concime, dopo l’inverno nella stalla, Broggi venne portato in un prato, sul declivio dell’altopiano. Ci arrivò trascinandosi sulle zampe malferme, gli zoccoli che sembravano lunghe ciabatte di gomma. Sebbene nato deforme, il padrone non l’aveva venduto vitello: intendeva farlo crescere e ingrassare per smerciarlo al mattatoio. Broggi era grosso e tozzo, una bella testa come il fratello, selezionato per la monta. Anche lui avrebbe montato. Quando portavano le vacche in estro, e il padrone menava fuori il fratello, s’alzava sulle ginocchia mugghiando basso, tra affanno e lamento. Poi sfoderava il nerbo, rosso e guizzante, un lungo pugnale che esce e rientra nella guaina. Ma non gli restava che ascoltare le voci degli uomini, che elogiavano l’abilità cui il fratello infilzava la vacca di turno. Gemelli, avevano due anni. (A chiamarlo Broggi erano stati i bifolchi, in memoria di un reduce, le gambe mutilate fin quasi alle natiche nella guerra del ’15-’18, che si trascinava con l’ausilio delle braccia azionandole a mo’ di remi, il corpo imbracato in un contenitore di cuoio. Una granata l’aveva falciato sul Carso. Ma lui non parlerà quasi mai di questo. Raccontava invece i suoi sogni dove, sempre, faceva lunghe corse o scalava montagne). Proprietario del toro era Lionetto Tertoli Velotti, che intendeva disfarsene durante l’autunno.
Colono e allevatore, viveva con la vecchia madre, in una casa nel mezzo di un podere circondato da muri a secco, alla maniera di come li issavano etruschi e liguri, che da quelle parti avevano abitato. Alto, magro e di carnagione rossa, portava in capo un fazzoletto, una pezzuola, la chiamavano, annodata ai quattro angoli. Sovente aveva barba e capelli lunghi; rasato, mostrava un volto spigoloso, rubizzo e dai baffetti ispidi. Argomento delle sue conversazioni era fare soldi e divenire capitalista. Avaro fino al centesimo, non spendeva pressoché nulla di ciò che ricavava dalla vendita di bestiame, burro e formaggio. Vedova, sua madre lo aiutava e lo sosteneva. Lui, non di rado, la maltrattava, talvolta percuotendola per futili motivi. Ma lei taceva perfino con la figlia, il nipote e il genero. Entrambi, alla stregua di diversi abitanti di quelle contrade, erano stati al manicomio. Ne raccontava ancora le vessazioni subite dalle infermiere. La malmenavano e le stavano sedute perfino sulla pancia. Smarrita e depressa, una parente del marito, lo consigliò di ricoverarla allo psichiatrico, dove l’avrebbero assistita e curata. Invece finì all’inferno. La figlia, quando l’andò a trovare, stette a lungo male, e invocò il padre di riprendere la mamma. Era più che mai magra, lo sguardo nel vuoto. Piangendo, invocava di essere portata via. Lionetto non parlava mai di come si fosse trovato al manicomio. Non vi stette molto. Chi lesse la sua cartella clinica, disse che aveva un comportamento inerte, quasi autistico, salvo avere, di tanto in tanto, degli stati di eccitazione. Tornato a casa poco prima del Sessanta, altro non pensò che a lavorare. L’anno in cui portò Broggi nel pascolo non era stato, a suo avviso, molto prolifico: aveva venduto due tuorli in meno rispetto al precedente. Broggi e il fratello, nonostante il mangime che ci aveva sprecato, non erano ingrassati come avrebbe voluto. Se ne lamentava coi vicini, i quali sostenevano, ma senza dirglielo in faccia, che non sapeva tenere gli animali: lasciava poltrissero nel concime, che levava assai di rado. Le sue stalle erano spelonche buie e acide di urine: chi si affacciava alla porta scorgeva a stento l’ombra delle bestie. Broggi e il fratello stavano in quella dislocata nei pressi di un cucuzzolo. Una stalla squadrata, di pietra grigia con una porta che s’apriva a fatica, dirimpetto a un fienile. Incatenati alla mangiatoia, i due tori vedevano l’aria solo quando lui spalancava l’uscio per dargli il foraggio. Mentre mangiavano, gli toglieva il concio. Presa col secchiello l’acqua dalla cisterna, gli offriva da bere. Poi andava nella stalla vicino casa, al margine della strada di viandanti e mulattieri. Vi teneva vacche e vitelli. Di primavera, mandava la mandria al pascolo. La madre lo coadiuvava nei lavori, soprattutto nel taglio del fieno. Lavoro lungo e faticoso, che impegnava entrambi fino a estate inoltrata. Più numerosi in famiglia e disinvolti, i confinanti portavano a termine l’impresa molto prima. Non ancora in uso i decespugliatori, si procedeva con falce e frullana; compito, quest’ultimo, degli uomini. Lionetto era ritenuto un buon frullanatore: sapeva prendere un ampio raggio di terreno con pochi movimenti, recidendo molta erba. Durante il lavoro non si mostrava incline alla conversazione. Sempre che non trovasse con chi conversare dei suoi argomenti: donne, bovini e denaro. Ma, quest’ultimo, lo preferiva di gran lunga. Aver soldi, molti soldi, il sogno della vita. Ecco perché, se qualcuno si fermava a guardare le sue bestie, subito, gli chiedeva quanto le stimasse di peso. Lo faceva scrutando l’interlocutore negli occhi, con un sorriso sprezzante. Chi lo conosceva ed era esperto di bestie tergiversava o dava un giudizio di peso superiore per non finire in discussione, durante la quale si sarebbe eccitato strabuzzando gli occhi piccoli di un blu che pareva fiamma. La voce gli si alzava di tono, scandendo frasi con lentezza, che accompagnava con gesti di mano e di braccia. Gli piaceva vagliare e, se non d’accordo con l’antagonista, giungere fin quasi alla lite. Cosa sovente avvenuta coi mercanti il cui interesse era di tenere bassa la stazza della bestia. L’avrebbero pagata di meno. Con uno di questi venne a diverbio in un luogo scosceso, nei pressi di un dirupo. Trattavano la vendita di una mucca divenuta soda. Non si trovarono d’accordo e si presero a pugni. Qualcuno li divise, proprio nell’attimo in cui Lionetto stava avendo la peggio e cercava d’impugnare il coltello: altra sua passione. Lo portava in tasca, legato a una catenella; non porterà invece mai l’orologio. Ma, pochi quanto lui, sapevano indovinare l’orario dalla luce del sole.


Dino aveva sempre portato in spalla il mondo.
C’è tutto in quell’immagine.
al solito, un Marino Magliani in gran spolvero…
p.
C’è poco da fare: Marino ha la penna fatata. Le atmosfere, la luce, il paesaggio. Tutto evocato quasi di striscio. Marino scrive di una cosa, qualunque cosa, e ti presenta un mondo, una nostalgia, una fatica di vivere.
Presto presenteremo quest’opera a Firenze. Merita sicuramente grande attenzione, per la delicatezza e la profondità dei tratti letterari dei due Autori.
Giovanni A.
Grazie, e naturalmente anche a Giovanni Agnoloni.
Sono racconti di tradimento, di bestie e gabbie azzurre,come li definisce Arnaldo Colasanti nel saggio che ha scritto e che fa da postfazione all’antologia.
Aver lavorato con Vincenzo Pardini è stato per me importante. Credo che quando si parla di lui come di un maestro in assoluto del racconto, non si esageri affatto.
Per chi li cercasse, suoi libri usciti con Mondadori e Bompiani non si trovano piú, ma Pequod negli anni ha ristampato molto, e anche Laterza, e da poco è uscita la raccolta di Banda randagia per Fandango.
Un piacere ritrovare Marino Magliani e con un nuovo libro.
Leggo Pardini per la prima volta e anche a lui complimenti.
Un saluto