Testo introduttivo di Giovanni Agnoloni
Ecco un estratto della mia nuova traduzione, La marea del tempo (uscita a luglio per Ortica Editrice con la curatela di Alessandro Gianetti), il diario intellettuale – un notevole esempio di saggio narrativo – dello scrittore spagnolo Raúl Carlos Maícas, nato nel 1962 nella cittadina aragonese di Teruel, e fondatore e direttore della Rivista Culturale “Turia”, che ha raggiunto fama internazionale occupandosi di letteratura, arti visive, filosofia e cinema) e raccogliendo scritti di autori come Ignacio Martínez de Pisón, Luis Buñuel, Fernando Savater, Octavio Paz, Günter Grass, Claudio Magris, Antonio Tabucchi ed Erri De Luca. Maícas è anche autore di altre due opere in prosa, Días sin huella e La nieve sobre el agua.
La marea del tempo è un libro molto intenso, capace di introdurci nei segreti più intimi della quotidianità e della vita culturale di un angolo di entroterra iberico che è in sé un piccolo universo, e si affaccia sull’orizzonte e sulle complicate e spesso frustranti dinamiche di un mundillo di intellettuali innamorati di se stessi più che dell’arte che praticano.
La scrittura è densa, sinuosa e brillante, e accompagna di capitolo in capitolo con mano invitante e confidenziale, calandoci nel punto di vista e di sentire dell’autore.
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Raúl Carlos Maícas, “La marea del tempo” (pagg. 13-15) (trad. Giovanni Agnoloni)
SONO UN COSMOPOLITA arenato nel privilegiato punto di osservazione della provincia. Un ribelle che aborre qualunque patriottismo, qualsiasi moda ideologica che ci imponga una lettura miope del presente, che postuli il vassallaggio al leader come sistema e/o pratichi una politica di orizzonti meschini. Sono un esiliato interiore che disprezza la vita difensiva e conformista: «È […] meglio fare e pentere» – raccomandava Boccaccio – «che starsi e pentersi»[1]. Il che, secondo i nuovi/vecchi, sempre ostinati e prolifici, inquisitori di sinistra/destra e/o nazionalisti dottrinari, equivale a una carenza di rispetto di sé, una forma di sventatezza, un capriccio da cretini, un atteggiamento che descrive/rivela le persone squilibrate, outsider, sradicate, ingenue o propense alla stravaganza, alla marginalità e alla megalomania.
Avere il coraggio di dichiararsi, in questi tempi rancidi e da “fine secolo”, cittadini del mondo, spesso significa farsi piovere addosso qualunque forma di spregio, disdegno, insulto e aggressione verbale. O farsi lapidare pubblicamente con titoli di grosso calibro e scarsa fantasia, alquanto burleschi e banali. Così, uno può trovarsi qualificato quanto meno come snob, “francesizzato”, arrivista, reazionario, traditore, ecc. Altri mi descrivono semplicemente come un idiota, un istrione e, magari, perfino come un paziente senza speranza di qualche spento frenocomio. Sembra importar poco, a tutti costoro, che il vecchio Democrito, già nell’antica Grecia, ci dicesse che «la patria del saggio è il mondo intero». A loro spetta il grande compito: la sacralizzazione clientelare e patriottica qualunque supposto segno identificativo sia necessario, l’imposizione di un’unanimità forzosa, la manipolazione delle tradizioni e della Storia… Da qui deriva il mio sentirmi una specie di naufrago, di scontroso iconoclasta. Ossia, un eterodosso militante. Lo annoto qui senza strepiti, senza proselitismi né bandiere. Dire, come Forges, «c’è solo una nazione: il pianeta Terra, il resto sono succursali» è comportarsi come una rara avis[2], in questi tempi di assurdo e isterico egocentrismo. Il che è quasi un onore, un dovere di buon senso per tutti noi che crediamo, come sosteneva Fernando Savater nel suo recente libretto su Il mito nazionalista, nell’«idea illuminata di cittadinanza basata su diritti condivisi e non sulla somiglianza etnica»[3]. Per questo alcuni di noi hanno optato, come antidoto, per una vita in provincia come vantaggiosa e creativa forma di autoesilio.
Mi infastidiscono le frontiere, le etichette, i made in, le denominazioni di origine, le identità nazionali prefabbricate, il particolarismo che esclude e tutte quelle idee che alla reale pluralità degli individui e al naturale meticciato delle collettività antepongono un catalogo teorico-pratico pieno zeppo di falsità, pregiudizi, convenzionalismi e artifici di vario tipo. E quel che è più triste è che, in generale, tale “catechismo” nazionalista è di obbligatoria attuazione, esclusivo ed escludente. Ignora, questa poderosa e nutrita combriccola di intolleranti, filosofi di paese, politicanti e altri poveri di spirito, che esistono altre opzioni, diverse dal rassegnarsi a “sistemarsi” tra i profittatori e i fanatici dell’essenzialismo nazionalista. «Al fin y al cabo», scrisse Pío Baroja nella sua memorabile opera civilizzatrice Momentum Catastrophicum, «la patria del hombre es el mundo y el mejor templo la naturaleza.»[4]
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[1] Dalla novella V della III giornata del Decameron. Qui è riportata la citazione originale, mentre nel testo spagnolo era riportata in traduzione.
[2] “Uccello raro”, in latino. Il Forges citato è Antonio Fraguas de Pablo (1942-2018), disegnatore umorista spagnolo.
[3] F. Savater, Il mito nazionalista (trad. E. Dalla Torre, Il Nuovo Melangolo, Genova, 1998, p. 7). Fernando Fernández-Savater (nato nel 1947), è un filosofo e scrittore spagnolo.
[4] Pío Baroja (1872-1956), scrittore spagnolo. La sua opera Momentum catastrophicum (R. Caro Raggio, 1919), qui citata, non è disponibile in edizione italiana. Nonostante i tentativi esperiti, non è stato possibile individuare gli eredi dell’autore, dei quali rimaniamo comunque a disposizione. La traduzione del breve frammento citato è: «In definitiva, la patria dell’uomo è il mondo, e il miglior tempio la natura.»
[le note sono state apposte dal traduttore]
