Articolo di Davide Sapienza, pubblicato sul numero di settembre di GQ
(testo introduttivo di Giovanni Agnoloni)
Davide Sapienza, scrittore ed esploratore – oltre che grande esperto di musica –, ci offre qui, in un articolo pubblicato su GQ, una descrizione carica di fascino su una zona pressoché inesplorata del Canada, la Flathead Valley. Non è solo un reportage di viaggio: è un interrogativo sul senso profondo del rapporto tra uomo e natura.
La bellezza di un viaggio può nascere in sogno. Perché costruire un viaggio è come partorire un desiderio. Un’elaborazione della vita mentre la vivi. Parafrasando John Lennon, “un viaggio è ciò che ti succede mentre fai i tuoi piani.” E ciò che ti succede, se hai sempre sete di visione, è che puoi facilmente smentire chi sentenzia che non esiste più niente da scoprire. Ogni uomo nasce libero – di scoprire e di farsi scoprire. Ogni uomo nasce e inizia un viaggio che decide di percorrere nella sua ideale geografia, un sogno spesso fatto da bambino. Le Terre Lontane esistono nella mente esattamente come nella morfologia del Pianeta.
Lì in mezzo ci muoviamo alla scoperta di Terre Lontane che a loro volta ci scopriranno. E dall’incontro nasce l’attimo, il momento di grazia che ti fa dire – questo viaggio è il mio sogno. Così è nato anche questo, di sogno – così ho visto con i miei occhi cosa ho scoperto una volta giunto nel cuore della Flathead Valley.
Un anno fa il Canadian Geographic ne ha svelato l’esistenza alla nazione e dunque al mondo. Sulla copertina, una foto mozzafiato con un titolo inquietante: “estrazioni minerarie a cielo aperto – qui?”. Già. Sfoglio la rivista, leggo cose che mi impediscono di arrivare alla fine dell’articolo e già sono in Canada. Già sto camminando in un luogo senza sentieri e dove solo biologi, studiosi e cacciatori sanno muoversi. Forse.
Una vallata lunga e pressoché incontaminata, piccola se paragonata agli spazi di quel grande continente chiamato Canada. Ma la Natura ci parla con piccole cose, per darci grandi messaggi: e noi umani siamo più disposti a capire quando riusciamo a rapportarci alle piccole cose. Ecco alcune informazioni: più a sud, in Montana, negli USA, il Glacier National Park garantisce la protezione del fiume Flathead che dopo 400 chilometri termina la sua corsa selvaggia attraverso la parte canadese della Flathead. Incastonata tra diversi parchi protetti, questa vallata resta un enigma geografico e amministrativo, ma di questo parliamo dopo.
Con la Flathead Valley e quella foto in mente, dopo aver girato le foreste boreali del Quebec, il nord del British Columbia dove il mountain pine beetle sta divorando otto milioni di ettari di pini ad alto fusto e poi Whistler, che si prepara con Vancouver alle olimpiadi invernali del 2010, ho attraversato le mie riflessioni sul viaggiare sostando alcuni giorni nella splendida Vancouver, che si può anche definire la San Francisco canadese. Ma anche viceversa, se ci pensate bene ( andateci, vedetela, camminatela).
È in quei giorni che la Flathead, dopo averne parlato con l’amica biologa Vivian Banci – ha iniziato a profilarsi nella mia visione di umano in viaggio alla scoperta di “qualcosa” come qualcosa di concreto. Concreto come un’intera giornata a farmi istruire sul comportamento da tenere con i grizzly, che lei per tre anni ha studiato in una solitaria permanenza nel boreale e artico Yukon, su a nord.
La vera partenza l’ho scelta bene, a Hope, 150 km a est di Vancouver – così ne restavano solo 1100 per arrivare nell’east Kootenay, zona del B.C. dove si trova la Flathead Valley. A Hope vi sono giunto di notte, al buio, senza vedere i due grandi fiumi sui quali è stata scritta la storia di questa fetta di Nord America: il Fraser – sul cui delta è nata proprio Vancouver – e il Coquihalla.
Ma i grandi fiumi, anche quando non li vedi, li senti e ne percepisci la presenza. Chissà come e chissà perché ma la mattina della partenza da Hope verso Fernie, nell’East Kootenay, il ponte sul Fraser ha segnato una frontiera oltre la quale stava tutto ciò che vi era da immaginare. Fernie é il centro abitato più vicino alla Flathead Valley: la trovi a oltre mille chilometri verso est lungo il confine con gli USA – la linea percorre precisamente gli stati di Washington, Idaho e Montana.
Da ovest a est, a ritroso nel tempo forse ma di sicuro in un sinuoso correre attraverso un selvaggio scenario di drammatica bellezza e potenza, poi verso la wine country nella regione dell’Okanagan dove ad Osoyoos attraversi l’omonimo fiume e nuove geografie si dispiegano. Si viaggia attraverso scenari che in alcuni momenti raggiungono vertigini di bellezza immane e sono i nomi a raccontarti, basta metterli in fila come perle di un vento che ancora soffia forte dai giorni della frontiera: Hope, Bridesville, Kettle Valley, Anaconda, Grand Forks, Warfield, Trail, Meadows, Erie, Salmo, Lost Mountain, Creston, Arrow Creek, Bull River, Elko…e Fernie, vecchio centro minerario, anche qui con tante storie di migranti italiani scritte nei negozi e sulla grande arteria che le passa in mezzo, la Trans Canada Hwy.
E la tua mente registra, il cuore pulsa di un nuovo sangue e grazie al paesaggio che ti racconta dove stai passando riesci a elaborarla, la Flathead Valley – la pensi chiudendoti nel tramonto d’autunno che inumdisce le finestre del B&B, lo stesso sgocciolio di cielo che al mattino è morning dew disceso dalle montagne rocciose e innevate lì fuori.
Il viaggio entra nel vivo, anche e soprattutto mentre stai fermo a elaborare, passando i tuoi giorni a esplorare ciò che ti circonda. Studi questa vallata del tuo desiderio, sai che è l’angolo sudest del British Columbia, tra il Montana e l’Alberta e che la incroci a circa un’ora da Fernie, che resta incastonata tra le splendide montagne del Kootneay orientale a mille metri di quota. Per dirigerti alla Flathead percorri venti chilometri verso sud e abbandoni la Trans Canada Hwy. Lì si incontra un intreccio di strade sterrate e l’avventura ha un nuovo inizio.
Si costeggia Flathead Ridge, la dorsale montuosa che separa l’ingresso nella wilderness dalla parte alta della vallata segnata dal fiume Flathead e così, in una incerta mattina di ottobre, tre giovani alci si son fatti vedere su Harvey Pass, lo scollinamento che attraverso Ram Creek si infila sulla sinistra del Pyaisoo Ridge in uno scenario drammaticamente selvaggio, incombente.
È da qui che lo stomaco inizia a stringersi, a fremere. È da qui che il luogo inizia a far parlare il suo spirito. Sei nel dominio dei grandi carnivori del nord America che vengono qui a riprodursi in uno dei corridoi biologici più importanti dell’ecoregione Yellowstone – Yukon (2400 km da sud a nord lungo le Rocky Mountains), spina dorsale del Nord America con pochi eguali al mondo.
A quel punto la Flathead Valley è sotto, accanto, sopra e intorno ai tuoi passi. Molte montagne non hanno nome e pensi che è bello così, così il prossimo che verrà dopo di te potrà avere la sua Flathead e cogliere il suo attimo. Qui l’uomo non si è mai insediato. Lo sfruttamento forestale è stato minimo e ormai non c’è più. Ma nonostante non sia ancora un’area protetta, si cerca di proteggerla da funesti piani di sfruttamento minerario modello “stupro terrestre” immaginati da fantasiose multinazionali energetiche. Abitanti, biologi, amministratori sono riusciti a far capire all’UNESCO (la notizia è di giugno) che questa piccola vallata è una delle perle più belle di Y2Y, Yellowstone-to-Yukon. In essa si trovano oltre cento grizzly (il numero più alto del nordamerica interno) e una wilderness messaggera di forze al lavoro per donare meraviglia e consegnarti nuovi sogni da fecondare. Dite poco?
La meraviglia del visitatore – uso questa parola come venne intesa nel 1964 dal “wilderness act” per definire la presenza temporanea dell’uomo nei luoghi selvaggi – sta nella percezione. Quando penentri il cuore selvaggio della vallata sei come una sonda in viaggio in un organismo più grande e sai che ogni cosa che osservi vive in virtù del carattere elusivo che la caratterizza.
Da Havey Pass, si vede Packhorse Peak. È una vetta solitaria e cambia aspetto mentre le giri intorno – che non sia una montagna, ma un miraggio?, penso. Sarebbe meta di migliaia di alpinisti altrove ma qui è semplicemente un altro luogo oltre l’ignoto. Si prosegue verso Sud, verso Flathead. Questo é un punto sulla mappa e fermiamo la jeep, discendiamo l’argine scosceso del fiume scavalcando tronchi liberamente portati dalle acque e osservando la sabbia, sentiamo l’odore delle tracce di animali che se ne sono appena andati.
Avanti. Ecco i boschi impenetrabili, le conifere, gli alberi colorati di blu cielo che respirano riflessi di forme vagheggiate verso montagne che cambiano colore sotto lo scorrimento delle nuvole. L’unica cosa che si muove, qui, è il cielo, perché l’acqua scorre ma è come se fosse sempre lì ferma, sempre a far da guardiana al grande fiume. Un’aquila se ne sta appollaiata in una radura e ti guarda. Aspetta. Deve capire. Si alza in volo, gira intorno e si solleva imperiosa. Non le serve Google Earth per comprendere la Flathead Valley. La mappa è lei – lei che è la strada verso il cielo, lei la terra che rimane.
Cento chilometri di gravel road si srotolano lenti e a pochi metri dal confine con l’America si interrompono per uno smottamento dell’argine fluviale. La piccola dogana non esiste più – erano due case in legno abbandonate che sembrano quelle viste nelle scene più pittoriche del capolavoro L’assassinio di Jesse James da parte del codardo Frank Howard. Gran parte degli abitanti a Fernie non ne sa nulla. Pareva dovessimo entrare in Montana con la nostra Explorer e dirigerci verso il Glacier National Park dove il Flathead River finisce la sua corsa.
Invece siamo lì. Il suono di una motosega ti fa sentire la presenza umana: scavalco il divieto di passaggio e parlo con due boscaioli del Montana che non paiono sorpresi dalla nostra sorpresa: “la dogana? Non esiste più da oltre quindici anni.” Torniamo a piedi oltre lo smottamento, prepariamo un fuoco. Scegliamo la location dove goderci la scoperta accanto al fiume. Dall’altra parte, a pochi chilometri di distanza Bruce Mclellan, il biologo che studia i grizzly, ci ha invitato a raggiungerlo al campo. Ma noi siamo di qua dal fiume e queste acque non le affronti a cuor leggero. Non siamo in un film, anche se siamo into the wild. Bruce conosce bene la Flathead Valley ma pochi giorni dopo, quando lo rivediamo, é stupito: “la dogana non esiste più e a Flathead devi fermarti se non vuoi essere un outlaw.” Sembra crederci. Ma forse qualche dubbio gli resta.
Anticamente qui vivevano popolazioni indigene ma alla fine se ne sono andate: la loro Flathead però, ancora custodisce più di un segreto. Ci sono angoli dove sembra di vedere la foresta boreale, tanto è il silenzio verde e la geografia della mente che ridisegna la traiettoria del tuo sguardo. Chissà perché, ma sono certo che le forme della terra hanno disegnato gli uomini. Noi siamo uomini e siamo qui. Questa sera, prima di dormire guarderò i miei occhi e troverò i sogni che scorrevano nel Flathead River. Intatti come il viaggio che rivendico, ogni volta che parto.

Il racconto di questo viaggio fa venir voglia di partire.
Lo stupore che ritrovo nelle parole di Davide Sapienza ( appena letto in: Davanti a una terra desolata; postfazione a La peste scarlatta di London) l’ho provato in Scozia camminando per giorni. Mi sembrava, in certi momenti, un film (aspettavo di veder sbucare Robin Hood e gli arcieri…). Il meraviglioso del viaggio (di questi viaggi almeno) è lo sguardo che ti dona: pulito, pronto di nuovo a cogliere la vita nelle tante sfumature, nel piccolo e nel grande e la pace interiore .
Un saluto Giovanni
ciao Nadia…quante coincidenze significative…sabato 12 su TUTTOLIBRI esce un mio articolo sul London apocalittico, e parlo de LA PESTE SCARLATTA edito da Adelphi settimana scorsa. Scozia: il mio primo libro di narrativa prende il nome dalla punta nord dell’Isola di Skye, Rubha Hunish (I DIARI DI RUBHA HUNISH) e mi riconosco nelle tue parole, perché la Scozia fa proprio quell’effetto…grazie, comunque, per aver colto il senso profondo di questo racconto. Dav
Grazie a te, cercherò “I DIARI DI RUBHA HUNISH”.
Un saluto
Condivido in pieno, Nadia: l’articolo di Davide mi ha dato impressioni molto profonde – e amo anch’io la Scozia, come le terre del Nord in genere.
A presto!
Giovanni