Giacu Cayenna, il Papillon del Monviso

Articolo di Massimo Novelli
(già pubblicato su “La Domenica” di Repubblica del 2 agosto 2009)
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OSTANA (Cuneo)

Tutti lo conoscevano come “Giacu Cayenna”. Il soprannome se l’era guadagnato quando, nel novembre del 1933, i suoi compaesani di Ostana, un piccolo borgo arroccato sotto il Monviso, a pochi chilometri dalle sorgenti del Po, l’avevano visto ricomparire dopo un lungo soggiorno all’inferno, da cui era riuscito a fuggire. La discesa agli inferi di Giacomo Bernardi, questo il suo vero nome, era cominciata il 22 febbraio del 1930.

Quel giorno, insieme ad altri 640 condannati dai tribunali ai lavori forzati, venne imbarcato a La Rochelle sul piroscafo La Martinière, un ex mercantile diretto al terribile bagno penale della Guyana francese, meglio nota come Cayenna, nell’America del Sud. Emigrato adolescente in Francia con la famiglia, “Giacu” non aveva ancora compiuto ventidue anni e doveva scontarne dieci per avere ucciso un italiano nel corso di una rissa.

Nel marzo del 1930, appena sbarcato in Guyana, a Saint-Laurent du Maroni, osservando l’alto muro di cinta con la scritta “Camp de la Transportation” e sentendo immediatamente «l’odore di carcere», il giovane piemontese non poteva immaginare che avrebbe scritto la storia delle sofferenze e delle vicissitudini indicibili patite in quello che veniva definito «enfer vert». E nemmeno poteva pensare che un altro forzato, quell’Henri Charrière chiamato Papillon, sarebbe diventato famoso in tutto il mondo con un libro peraltro piuttosto discusso. Alla stregua dei suoi tanti compagni di prigionia e di sventura, Giacomo Bernardi, fin dall’inizio del calvario, ebbe in testa soltanto due idee: bisognava salvare la pelle e tentare il possibile e l’impossibile per riconquistare la libertà. Perdette il suo nome, divenne il numero di matricola 50.576, ma non smarrì la speranza di andarsene. Mantenne la parola.

Il 16 aprile 1933 evase con altri otto. Decisero di farlo via mare, perché nella foresta sarebbero quasi certamente morti, come era successo a decine di fuggiaschi, oppure li avrebbero riacciuffati. Su un’imbarcazione di fortuna, con i pantaloni usati come vele, affrontarono l’Atlantico e le sue tempeste. La fuga senza fine dei forzati, il viaggio disperato tra peripezie e pericoli di ogni genere, soprattutto quello di essere restituiti ai francesi e magari di finire all’Isola del Diavolo, dove era stato detenuto il capitano Alfred Dreyfus, si concluse il 24 settembre del 1933 a Barranquilla, in Colombia. Il console italiano lo fece imbarcare sulla motonave Orazio, che l’11 ottobre giunse a Genova. L’11 novembre, scortato dai carabinieri, rivide casa sua.

Nessuno lo riconobbe, lo avevano persino dato per morto. Passò qualche settimana. Poi il Papillon italiano si mise a scrivere, lui che aveva frequentato appena la terza elementare, le sue memorie in un singolare miscuglio di lingue diverse, utilizzando dei quaderni di scuola. Le terminò così: «Io non vi ho mentito nel mio racconto, anche se appaio sotto diverse luci, e lascio a ognuno il suo giudizio, pensando che santi o dannati si diventa solo da morti».

Giacomo Bernardi morì nel 1974, senza riuscire a vedere realizzato il sogno di pubblicare i ricordi della sua vita. Più volte rivisto e riscritto, il diario dell’inferno rimase abbandonato nel cassetto di uno dei mobili che fabbricava e intarsiava con le sue mani. Non aveva mai creduto in Dio, eppure qualcosa di imperscrutabile, forse semplicemente il destino, aveva tessuto un filo per lui. Era accaduto con l’evasione dalla Cayenna. È capitato di nuovo per i consunti quaderni. Sua nipote Livia Bernardi, che aveva tre anni quando “Giacu” se ne andò per sempre, è cresciuta sentendo parlare di quel nonno praticamente mai conosciuto: «Una persona speciale, ovvero particolare, misteriosa, curiosa, imprevedibile». Racconti spesso interrotti dai silenzi, confusi dalle omissioni, dalle mezze frasi.

Tutto ciò è durato fino al giorno in cui Livia ha scoperto il manoscritto. Lo ha letto, si è appassionata. E con il tempo, rammenta,«ho trascritto i quaderni ed ho avuto a poco a poco davanti agli occhi la storia di un uomo», che aveva voluto raccontare la sua esistenza «con lo scopo principale di far luce su se stesso». Composti «in una curiosa lingua ricca di piemontesismi e di vocaboli francesi e spagnoli, a tratti in un italiano stentato e a tratti con frasi e riflessioni degne di un grande scrittore», i ricordi di Giacomo Bernardi alla fine sono diventati un libro, quel libro che l’ex forzato desiderava. Andrea Garavello, un piccolo editore di Perosa Argentina, ha apprezzato questa testimonianza vera ed emozionante, ricca di umanità e di forza narrativa, e ha deciso di pubblicarli. Ne è nato “Dall’inferno al Monviso”, la vera storia di “Giacu Cayenna” (v. qui). Quando nel 1969 uscì il Papillon di Charrière, Giacomo Bernardi lo lesse e annotò nel frontespizio: «Chiunque legga questo libro non si faccia falsi concetti. La medaglia ha due facce. Il detto Papillon, al bagno penale non ha mai visto nessuna delle due facce della medaglia. Il suo racconto non ha né intrecciato fatti né fatto sentire al lettore quel pizzico di credulità. Tranne qualche fatto di poca importanza ingarbugliato e contorto». Lui, invece, ai fatti si era attenuto. E aveva dato il via al suo diario come un romanziere consumato: «Posso ben vantarmi di essere nato due volte: la prima volta come tutti i montanari in una stalla, fra capre e galline su di un letto di fortuna, detto chea, intreccio di vimini di nocciola o castagno. La seconda volta per il fatto che riuscii ad evadere dalla Guyana francese, e precisamente il 16 aprile 1933 da San Lorenzo del Maroni. Fui uno dei più giovani deportati fra i 50.576».

9 pensieri su “Giacu Cayenna, il Papillon del Monviso

  1. marino magliani

    Vorrei ringraziare un giornalista come Massimo Novelli, autentico rabdomante di grandi storie che ci sono passate accanto in silenzio o che ci stavamo per dimenticare, come
    la figura di Guido Hess Seborga. E nel ringraziare La Reditore che ci ha regalato questo gioiello, chiudo con la Spoon River,l’ottima collana di narrativa curata dallo stesso Novelli che sarebbe davvero ora di conoscere di piú.
    Grazie.

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  2. Giovanni Agnoloni

    E’ un’opera certamente di grande interesse, Marino. Uno spaccato di vita (e di storia) che merita di essere conosciuto.

    A presto,
    Giovanni A.

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  3. Gianni

    Una domanda alla nipote Livia: si é saputo se i suoi compagni di evasione riuscirono a vivere in libertà?

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  4. marino magliani

    Gianni, non credo che Livia legga. Quest’articolo è di un anno fa, l’ho fatto io perché una mail mi ha avvertito del suo commento. Le consiglio di scrivire all’editore, che potrà metterla in contatto con la nipote, eventualmente, o al giornalista Massimo Novelli che scrive per le pagine torinesi di Repubblica.

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  5. Livia Bernardi

    per Gianni.
    Livia legge, cerca sempre quà e là commenti sull’opera del nonno.
    Sono riuscita a rintracciare la figlia, ormai ultraottantenne, di Secondo S. detto Ormea, che vive tuttora ad Ormea e che però non ha piacere di parlare di suo padre. La gente del paese, dove mi sono recata, mi ha raccontato che anche Ormea ebbe una vita libera, faceva il commerciante di legname, anche lui circondato da un alone di leggenda. Morì due anni dopo mio nonno, nel 1976. Degli altri compagni di evasione, invece, non sono riuscita ad avere riscontri.
    Segnalo invece, a chi fosse interessato, che la puntata di TgMontagne che andrà in onda venerdì 3 dicembre 2010 su Rai2 ore 9.15 tratterà proprio la vicenda di mio nonno.

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  6. livia bernardi

    Buonasera Giuseppe Abbà,
    il libro è stato pubblicato dalla LAReditore, casa editrice presso la quale è possibile
    ordinarlo e farselo inviare, visto che è distribuito principalmente in Piemonte. Il sito è http://www.laredit.it e per gli ordini [email protected]. Se ha dei problemi, me lo faccia sapere, provvederò io personalmente.
    Livia Bernardi

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  7. gianni

    La figlia di Secondo S.è mancata.Ho fatto leggere il libro ad un abitante di Ormea,si ricorda che anche lui veniva chiamato cayenna.

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