“Anna è viva” – Intervista ad Andrea Riscassi, di Alberto Pezzini

Testo e intervista di Alberto Pezzini

Il 7 ottobre del 2006 veniva uccisa a Mosca la giornalista Anna Politkovskaja. Aveva raccontato quello che aveva visto della Russia di Putin e della Cecenia. Di ciò che le belve russe erano capaci di fare in guerra.Scriveva per la “Novaja Gazeta” dal 1999 e aveva scelto di seguire il conflitto in Cecenia. Scriveva quello che vedeva e per questo la Russia di Putin aveva deciso di ucciderla. Oggi lei è diventata un’icona, una sorta di consacrazione ad memoriam della volontà di fare giornalismo ad ogni costo. Che è un lavoro serio, da fare con rigore, e da offrire a chi legge cercando sempre di dare una non menzogna. Come diceva Alberto Cavallai, che di Russia se ne intendeva, e come dice oggi Andrea Riscassi, nel suo ultimo libro Anna è viva, Sonda Editore, 2009. Andrea Riscassi oggi è caporedattore della cronaca per la Rai di Milano, insegna giornalismo televisivo come Tutor in Statale, e di bello ha che ti parla al mattino con semplicità, senza fronzoli.

Come mai questo amore per la giornalista russa più famosa del mondo ?

E’ stata una scelta quasi per caso. Prima facevo l’inviato ed avevo i Balcani come centro di interesse. L’ho scoperta e mi sono innamorato del suo modo di fare giornalismo.

Lei diceva che scriveva quello che vedeva. Ad ogni costo. Questo è il giornalismo che oggi fatica ad uscire.

Perché ?

La società civile oggi è indifferente, è in sonno. Viviamo in un momento in cui anche i punti di riferimento per noi giornalisti non esistono più.

Ci riferiamo per esempio a Tiziano Terzani, ormai morto ed al fatto che la Politkovskaja avesse vinto nel 2007 – postumo – il Premio Internazionale Tiziano Terzani. Oppure a certi inviati di un tempo che oggi sono svaporati. Oggi abbiamo fame di un giornalismo che non è più originale e vero come una volta. Sarà che un tempo gli inviati consumavano anche le scarpe, con macchina fotografica e taccuino alla mano. Oggi non più.

Certo che oggi questo tuo libro arriva come un vero e proprio deus ex machina all’interno di un teatro dove non si parla altro che di libertà di stampa o no.

Oggi è diventato molto difficile non solo scrivere quello che si vede ma , soprattutto, scrivere quello che si pensa. Il fatto di lavorare per la RAI non fa sì che io perda la mia capacità di discernere ciò che va bene da ciò che invece tanto bene non va. Le persone del mondo occidentale, la nostra società, non si rendono conto che quando manca la libertà di espressione, l’opposizione non potrà mai andare al governo. Perché si ignora ciò che sostiene.

Secondo te quindi l’indifferenza è pericolosa?

Il fascismo si è basato sull’indifferenza, su di una sorta di singolare silenzio di ciascuno. Ognuno di noi, invece, dovrebbe dare voce alla propria voce.

Sei d’accordo con Roberto Saviano e sull’articolo “La libertà di stampa” apparso ieri su Repubblica (2.10.) in base al quale il giornalismo ha il dovere di fare domande mentre il potere politico ha il dovere di rispondere?

Ho avuto la fortuna di lavorare insieme ad Enzo Biagi al “Fatto”. Biagi diceva sempre che un giornalista deve prima di tutto fare delle domande. Lavoravamo giornate intere a quelle da fare, anche perché un silenzio a una domanda costituisce già una risposta eloquente. Io credo che un uomo politico, un uomo che governi e abbia responsabilità, non possa non rispondere alle domande. Nello stesso momento il giornalista non può non fare delle domande, a meno che non sia un attacché de presse, un addetto stampa. Ma quello è un altro mestiere. Un giornalista non potrà mai essere amico del governo, perché rischia di trasformarsi in un addetto.

Cosa ha significato per te questo libro che corona un impegno anche sociale molto forte?

Dopo la morte di Anna abbiamo fondato l’associazione “Anna è viva”, che è nata dal mio appello “Un albero per Anna”. Una sorta di manifesto per persone che hanno scelto la via del coraggio. Una sorta di condanna alla memoria che non possiamo dimenticare per nulla al mondo. Anna era una “reietta” come si definì in un articolo intitolato Il mio lavoro ad ogni costo, uscito per Another Sky, un’antologia curata dall’associazione English Pen. Nel 2005, durante una conferenza di Reporter Senza Frontiere a Vienna sulla libertà di stampa, disse: “Certe volte, le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano”.

Lei l’ha pagato sul serio. Ma a livello personale, intimo, cosa ha significato questo libro per te e solo per te?

Quest’estate sono andato a Mosca e ho portato il mio libro sulla tomba di Anna. In quel momento ho capito che – per me – ne era valsa davvero la pena. Non so se lei lo potrà leggere – e sento materiarsi un sorriso leggero sulle labbra di Andrea, quasi un’ombra di malinconia che fa rumore – ma sono felice di averlo potuto scrivere.

Tra me, penso che deve essere stato emozionante sul serio posare quel libro sulla tomba di chi si era fatta ammazzare per non rinunciare a dire quello che pensava. E che vedeva. Deve essere stato, però, quel libro, su quella terra fredda, gentile come un fiore appena reciso.

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Informazioni su giovanniag

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976), è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore del libro di viaggio "Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa" (Fusta Editore, 2020) e del romanzo psicologico "Viale dei silenzi" (Arkadia, 2019), ha anche preso parte al romanzo collettivo "Il postino di Mozzi", a cura di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia, 2019). È inoltre autore di una quadrilogia di romanzi distopici sul tema del crollo di internet e della società del controllo ("Sentieri di notte", "Partita di anime", "La casa degli anonimi" e "L’ultimo angolo di mondo finito", editi da Galaad tra il 2012 e il 2017 e in prossima riedizione in volume unico), in parte pubblicata anche in spagnolo e in polacco e in prossima riedizione in volume unico. Ha scritto, curato e tradotto vari libri sulle opere di J.R.R. Tolkien (su tutti, "Tolkien. Light and Shadow", opera bilingue italiana-inglese, ed. Kipple, 2019), e tradotto o co-tradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño ("Bolaño selvaggio" a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, ed. Miraggi, 2019, tradotto insieme a Marino Magliani), oltre a libri di Jorge Mario Bergoglio, Kamala Harris, Arsène Wenger, Amir Valle e Peter Straub. Ha partecipato a numerose residenze letterarie e reading in Europa e negli Stati Uniti, e traduce da inglese, spagnolo, francese e portoghese, oltre a parlare il polacco. I suoi contributi critici sono disponibili sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia, di Luigia Sorrentino” e “Postpopuli”. Insieme alla giornalista Valeria Bellagamba, ha creato e gestisce la pagina Facebook "Anticorpi letterari", con interviste in diretta video a protagonisti del panorama culturale italiani e internazionale. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com.

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