Archivi categoria: Fabrizio Centofanti

41. Chi cerca

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Un rabbino avanza lentamente sotto l’ombra degli alberi, con una busta in mano; tre giovani con la camicia bianca camminano appaiati, passando davanti a un tabaccaio con la scritta Cuban cigars; una signora bionda in tuta guarda verso l’alto, forse in direzione dei piani alti di un palazzo o addirittura in cielo.
– Una dimostrazione di potenza, non c’è dubbio.
– Liberarlo così, in un momento, con un semplice moto della folla.
– E nessuno che abbia trovato da ridire.
– Quell’uomo può fare grandi cose.
– Il problema è che non dà mai il colpo di grazia.
– In che senso? Continua a leggere→

39. Sui giusti e sugli ingiusti

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I soldati si guardano intorno, circospetti; controllano la gente che agita bandiere e gagliardetti, scandisce slogan, mentre la bara viene portata a spalla da Yaacov, Matityahou, Nathane ed Eleazar; mani di diverso colore gettano riso e petali di fiori; qualcuno urla: maledetti!; pugni alzati si tendono e ondeggiano allo stesso ritmo delle litanie ossessive sgranate dai gruppi organizzati; auto della polizia con le sirene accese stazionano con agenti in tuta blu; donne vestite in nero piangono battendo le mani contro il petto; sopraggiungono motociclisti e camionette di agenti coi fucili. Continua a leggere→

38. Promessa

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E’ bello vedere i palazzi illuminati dalle torce e i festoni, fotogrammi di un sogno in cui non si sa dove si stia né cosa ci aspetti dietro l’angolo. Camminano a lungo, osservando la città abbracciata dalla notte, tempestata di luci come un gioiello raffinato, il cielo capovolto con i grumi di stelle, dal blu-azzurro di Lacertae al bianco-azzurro di Regolo, dal bianco di Altair al rosso della Stella di Barnard fino all’arancione di Alfa Centauri; il minareto è un menhir che indica la via a chi volesse atterrare quaggiù, anche solo col pensiero; il Muro è la pagina bianca di un bambino con le macchie d’inchiostro delle erbacce. Yoh’anan, Yaacov e Andreas sanno che Yehochoua ha cercato di distrarli, di allargare l’orizzonte angusto del terrore con i ricami d’oro dei lampioni, la lava abbagliante del traffico stradale, i riverberi frastagliati e insieme compatti della cupola.
– Abbiamo paura. Continua a leggere→

37. Resistere

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Sono sulla riva occidentale del Mar Morto, la catena montuosa si specchia nell’acqua formando un muso di serpente o di balena, o l’immagine orizzontale di una donna, è incredibile questa prospettiva, con un mantello scuro e una tunica più chiara, come se la terra cercasse protezione, uno sguardo premuroso; l’acqua è un vetro da cui apparirà un paesaggio, o un animale, raccontami Chochana, Continua a leggere→

36. Quando il bambino

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Chlomo si aggira nella piazza dove la gente prega, chiacchiera, impreca, avvolta nei mantelli a righe o stretta in camicine bianche e gonne grigie, persa nella massa informe che gira gira, come una colonia di formiche impazzite intorno al Muro che è l’estrema propaggine del cielo, a metà strada tra un punto d’appoggio e una barriera che divide dal destino imprevedibile, inquietante. Passa tra la folla come Mosè tra le acque del Yam Suf, il Mar dei Giunchi, che ingoia i fantasmi del passato e salva i desideri più profondi, quelli infilati sotto forma di biglietto nelle fessure che vomitano erbaccia. Continua a leggere→

35. Mattonelle

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Sta cercando di chiarire la dinamica convulsa che lo ha attirato qui, sequestrato da due uomini in divisa, berretto e cinturone con pistola d’ordinanza, occhiali scuri su barbe rade e nere, muscoli nervosi che sente abbattersi con forza sulla schiena, sul capo, calci sferrati con gli anfibi, sangue che cola dalla bocca, odore di terra, lo vedi come ti riducono? Continua a leggere→

34. Bar

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Il bar ha una sala interna dove ci si può appartare e parlare senza essere ascoltati, poi magari ti mettono la cimice nella zuccheriera, le pareti sono verdi; nei quadri appesi, suonatori e danzatrici d’altri tempi, ci vorrebbe una vacanza a Parigi, al Crazy Horse, il soffitto è a travi in legno scuro, un lampadario pende dal centro come una corona d’oro, abat-jours e plafoniere sono sparsi nel locale creando punti luce ben armonizzati, sembra la sala d’aspetto di un casino, due o tre piante stazionano in posti strategici, un ficus? una yucca? un filodendro?  il tappeto è a fiori, dello stesso colore delle poltroncine.
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33. Avanti un altro

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Oltre la ringhiera grigia si vedono le mura, il minareto, le auto che scendono lungo il serpente asfaltato della strada. Un uomo dai capelli bianchi, seduto su una panchina in ferro, s’incanta sognando un senso nell’immobilità e nel movimento delle cose, nelle chiome di quercia agitate dal vento e la porosità di pietre che difendono memorie consegnate stancamente dalla storia. Continua a leggere→

32. Olio

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La stanza ha una parete biancastra interrotta da un comò e un camino, una finestra e un busto in bronzo. Al centro, un tavolo in legno intorno al quale sono seduti Yehochoua, Yehouda e Chlomo. Si parla delle vicende che hanno fatto discutere la gente: i miracoli, l’entusiasmo popolare, l’assassinio di Yoh’anan. Il soffitto a cassettoni dà una sensazione di calore, come se il pericolo in agguato trovasse un argine nella capacità dell’uomo di separarsi dall’esterno, di alzare barriere, di porre un limite all’offerta di se stesso.
– Ricordo quando aprirono il tetto per portare il paralitico.
Chlomo è affascinato dalle narrazioni che s’inseguono e di cui si finisce col perdere il controllo, per cui nessuno può segnare il confine tra l’esperienza e la leggenda.
– E che è successo, dopo?
Mentre parlano, entra Magdalenne. Cosa avrà questa donna per attirare l’attenzione? Quando gli fu vicino gli chiese se gl’importasse più camminare o essere felice. Saranno gli occhi, innocenti e provocanti. Rispose che avrebbe preferito camminare: felicità, per lui, era muovere le gambe. Forse è la linea delle labbra, che disegna un sorriso senza fine. Gli disse, alzati e cammina: puoi farlo, se ci tieni veramente. O i capelli che a volte sono lisci e a volte ricci. Rispose, non ci avevo mai pensato, sento un formicolio nel braccio destro. Ma anche il seno, le gambe, tutto al posto giusto. La gente era incredula, quando lo vide lasciare la barella. Un giorno o l’altro dovrò farmi avanti, vincere la timidezza che paralizza i gesti, le parole. Allora, diceva, si può fare tutto, volerlo è sufficiente. No, disse Yehochoua, bisogna credere che la felicità non sia impossibile. Ora glielo dico, Magdalenne mi vuoi sposare?
– Perché quell’olio? Sai a quanto si potrebbe vendere?
La donna sta ungendo la fronte e le mani di Yehochoua.
– Smettila, Yehouda. Arriverà un momento in cui non potrà farlo.
– La gente non capisce. Pensano che tu sia stravagante, una specie di mago; ci mancherebbe che facessi il dongiovanni.
– Quando di questo non resterà che cenere, potrai capire; bisogna amare la vita, finché ci viene data.
Chlomo assapora ogni parola, scrive sul taccuino ciò che riesce ad afferrare. E’ convinto di avere tra le mani il servizio della vita.

31. Sorprese

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Gli ulivi sono macchie di verde, bianco e argento che protendono braccia contorte verso il cielo. Nell’orto c’è la vita in tutti i suoi dettagli: la terra nuda dell’inizio, lo sbocciare del fiore, la durezza della roccia, l’affondare delle radici in cerca di alimento; e poi il sentiero polveroso, il muretto di pietre con il sole a picco, la linea retta fra lo smeraldo del giardino e il giallo della cupola che veglia all’orizzonte. Ismail ha un’espressione sospesa, come se il mondo fosse un punto interrogativo privo di risposte.
– Gli ulivi siamo noi: braccia tese verso l’azzurro irraggiungibile.
– Non dire scemenze. Hai sentito l’ultima? Continua a leggere→

30. Onde

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La barca è una macchia nera in mezzo al lago, appena increspato; Yaacov, Yoh’anan e Andreas remano piano, come per cullare il sonno di Yehochoua, ancora turbato per la morte dell’amico. Il sole al tramonto disegna una scia gialla, compatta all’orizzonte, poi sempre più spezzata, come il respiro in corsa, o il pianto che interrompe un discorso; tre uomini marciano in un canyon con prudenza, per non scivolare sulle rocce, il sogno di uno scritto di Dio, le parole di Yoh’anan, tra noi e la verità c’è il deserto: la distesa di sabbia piatta, infeconda, inospitale. Continua a leggere→

29. Lungo la strada

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A quest’ora è pieno di gente.
– Parte cadde lungo la strada, vennero gli uccelli e la divorarono: col nuovo messaggio non si può sbagliare.
– Perché proprio lui?
– E’ il più rappresentativo dei discepoli.
– Ci prenderanno subito.
– Abbiamo scelto l’ora di punta: ci confonderemo nella ressa.
Gli occhi di Gad s’imbattono in una vetrina di gioielli.
– Finalmente regalerò l’anello alla mia donna.
– Pagato a caro prezzo.
– Finiscila, sempre con gli scrupoli. Non sarai mica dei loro?
– La vita non è un gioco. Continua a leggere→

28. Forze

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La gente va e viene, come sempre; in un angolo si forma un crocchio di persone; gli ebrei ortodossi si riconoscono dall’abito nero e il cappello a cilindro, ma tra loro ci sono differenze: gli adulti hanno la barba, i ragazzi sono glabri e per loro il copricapo è un peso, sventola a destra e a sinistra, o verso l’alto; anche la giacca è più aperta e balza in primo piano la camicia bianca, come se la giovinezza volesse più luce, da dare e da ricevere; i turisti hanno magliette colorate, capelli rossi e biondi, l’aria di chi sta lì per caso. Continua a leggere→

27. Non est hic

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C’è una gran confusione di corpi arrampicati sulle scale, olio bollente gettato dalle mura, macchine da guerra, catapulte, eserciti che marciano a piedi e a cavallo con bandiere al vento, soldati stanchi e affamati con la croce sul petto, cartigli con dichiarazioni solenni degli imperatori, un uomo che arranca nel deserto, col bastone e il sole a picco sulle onde irregolari di pietra e sabbia, una mano che scrive, e ancora scudi, lance, balestre, guerrieri in tunica scura e copricapo bianco che cadono, colpiti, da cavallo, Continua a leggere→

26. Scrivere

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C’è un bel panorama da quassù: gli ulivi e i cipressi formano una specie di corona, un canale di rumori e odori che ridanno vita, accarezzano le pareti delle case, la facciata della chiesa, il recinto in pietra e ferro dei reperti archeologici; i palazzi alti e squadrati vorrebbero dominare la valle che s’infrange sulle colline di vitigni, i sentieri polverosi incidono i rilievi verdi come crepe, o righe di una pagina illeggibile. Continua a leggere→

25. Per quel grido

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Sono alle porte di Betania, un villaggio di case in pietra grezza, una chiesa in primo piano e mura basse che scendono appaiate a una strada bianca e polverosa. Si siedono ai piedi di un ulivo contorto, piegato verso terra, oppresso da un peso invisibile. Anche Eleazar è gravato da un fardello che non riesce a sopportare. Continua a leggere→

24. Vino

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La sala è grande e addobbata: festoni colorati calano dai muri come stelle comete, fili guarniti di fiori di cartone corrono da una parte all’altra tracciando ponti di allegria. La gente mangia, parla, infila stuzzicadenti nella bocca, alza la voce, mormora pettegolezzi, qualcuno si alza per tornare a riempire il piatto di contorni. Lo sposo e la sposa si guardano incantati: lui ha dentoni da coniglio e capelli spettinati, lei una testa piena di fiori variopinti, come un vaso da terrazzo. Continua a leggere→

23. Parabole

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E’ una galleria gremita di negozi, stracolmi, a loro volta, di oggetti di ogni tipo: icone, tappeti, vasellame in ceramica, acciaio e terracotta, cuscini, abiti, arazzi. I gruppi di turisti si riconoscono dai cappelli colorati, le borse a tracolla, le Nikon pronte per essere impugnate; stridono col paesaggio fatto di cose genuine – alberi, pietre, cipressi – che richiedono uno sguardo lungo e sognante capace di far gustare il sapore della storia, l’odore del tempo che si accumula tra foglia e foglia, mattonella e mattonella. Continua a leggere→

22. E se fosse

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Le case sono bianche, come la strada, e la strada è piena di soldati, jeep, uomini che lanciano sassi come hanno imparato da bambini – inarca la schiena e via, con tutta la forza del tronco e delle braccia -, le donne col velo urlano, incitano, spinte su camionette verdi – per essere stuprate, interrogate? -, un ragazzo è tirato su come un sacco di patate, non dà segni di vita – ma è vita questa, dimmi, ti sembra vita? non poter superare una linea, non poter parlare – gli agenti in divisa corrono tra i fuochi esplosi nel mezzo della via – dài, porta altra roba, legna, gomma, spargi la benzina -, le ruspe abbattono case e baracche come fossero di carta pesta – la nostra casa, la nostra casa -, perché qualcun altro deve occupare il territorio – si può demolire una vita, dimmi, si può fare? -, scontri ininterrotti dalla notte, lo dicono tutte le agenzie, cominciano a sparare, raffiche insistenti – e se fosse tuo padre, tua madre, tuo fratello? -, i soldati sorridono sicuri, col giubbotto antiproiettile e l’aria di chi non ti farà mai entrare – perchè? chiedetelo a loro, i democratici -, mio padre è ammalato, è urgente – e se fosse tuo padre, tua madre, tuo fratello? – la gente deve fermarsi al di qua, pregare per terra, nella polvere – ci sono tanti modi per fermarti, non solo con le armi, anche con timbri e documenti – un soldato dai capelli biondi, un soldato donna con gli occhiali da sole – ho mia moglie incinta, fatemi passare -, le palme abbassano le braccia, ondeggiano al vento perplesso dell’estate, bisogna sfrattare, demolire, perché qui c’è il giardino del re David – e se fosse tuo figlio, il figlio di Dio? Ismail sta piangendo, dai suoi stupidi occhi azzurri. Smettila, gli dice Yousef, smettila, scemo.

21. Soldatini

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Non fanno in tempo ad accorgersi di nulla: l’uomo in divisa ha movimenti repentini, circolari, in modo da colpire prima l’uno e poi l’altro nei punti nevralgici, per cui cadono a terra quasi subito. Li prende a calci come sacchi di patate, sputando e urlando. Si ferma solo quando i tre non danno segni di reazione. Yoh’anan alza la testa, lentamente: vede l’agente come in una nebbia; ha i capelli corti e un sorriso ironico che non lascia trasparire sentimenti. Gli ricorda un compagno di classe che invitò a giocare ai soldatini e non è mai venuto. Forse è lui, aspettava questo giorno grigio per mostrarmi il suo disprezzo. Adesso tira fuori i fanti e i cannoni e li mette finalmente in fila, pronti a distruggere il mio battaglione poco organizzato. Cerca di cogliere un barlume di umanità negli occhi che sorridono senza più espressione, come quelli di uno squalo. Ora mi dirà che odiava la scuola ed ero io il nemico, quando non riusciva a imparare le poesie, o quando il professore, per riempire un buco, interrogava sempre lui, e non potevo suggerire perché sedevo al primo banco e sarei stato il primo a essere scoperto.
– Avete capito, disgraziati? la prossima volta sarà peggio: fatevi sorprendere ancora a parlare di Yehochoua e non ne uscite vivi. Ne ho ammazzati tanti, come voi.
Ha le mani sui fianchi; non sembra il tipo che parla per parlare. Ce l’hai fatta a venire; se avessi saputo che sarebbe stata questa la battaglia, non ti avrei invitato. Yoh’anan guarda Nathane ed Eleazar: non hanno la forza di reagire. Aspettano solo che l’uomo in divisa faccia un cenno che li lasci andare. La prossima volta vinco io, smettila di ridere; pensi di essere imbattibile, ma ti dimostrerò che noi della scuola siamo pieni di risorse.
– Ora sparite e non vi azzardate a raccontare la faccenda.
Nathane cerca i pezzi delle lenti, ma ormai è impossibile ricomporre qualcosa. Eleazar si tocca la barba, per capire se c’è ancora.