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“Perfect days” e l’hic et nunc di Wenders

di Michele Nigro

Quand’è che una vita può essere considerata “perfetta”? Quando soddisfa i parametri valutativi di un sistema videocratico-consumistico basati sull’arrivismo, sul potere dell’influencing e sul successo mediatico o quando rispetta un ecosistema interiore costruito lentamente e con pazienza negli anni? Questo film di Wenders, da più parti e a ragione considerato “poetico”, pone al centro di tutto la contrapposizione tra l’affanno di chi programma la vita futura e il carpe diem di chi sceglie di cogliere l’attimo offerto dal “qui e adesso”, senza preoccuparsi di quel che si dovrà fare domani. Continua a leggere

Messaggio nella bottiglia

Se ti senti felice, sappi che è opera dello Spirito Santo. Dio ci ha creati per la felicità e per il bene: non dev’esserci un motivo per essere felici. È una cosa che accade, come il merlo che si ferma alla finestra, o il sorriso di un bambino sconosciuto. Cerchiamo la felicità inseguendo obiettivi, progettando successi: nessuno ci ha insegnato che si è felici per un dono imprevisto, qualcosa di gratuito. Quando il cuore è, come in origine, un paradiso terrestre, niente può turbarlo. La felicità non proviene dal fare: un uomo, una donna, ridotti all’immobilità, non potrebbero conoscerla. Ma esistono persone impedite nel fare più felici dei cosiddetti sani. Finché non approdiamo a questa verità, ci dibattiamo in quelli che san Paolo classificava come pensieri iniqui. I Padri sapevano che basta poco per essere felici, e basta poco per essere tristi, perché la vita dipende dai pensieri. Chiediamo in dono la risposta giusta alla domanda che sta dietro a ogni pensiero: sei dei nostri o sei del nemico? Se, ignorando i pensieri iniqui, riaffiora la felicità, ringraziamo il donatore.

36. Quando il bambino

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da qui

Chlomo si aggira nella piazza dove la gente prega, chiacchiera, impreca, avvolta nei mantelli a righe o stretta in camicine bianche e gonne grigie, persa nella massa informe che gira gira, come una colonia di formiche impazzite intorno al Muro che è l’estrema propaggine del cielo, a metà strada tra un punto d’appoggio e una barriera che divide dal destino imprevedibile, inquietante. Passa tra la folla come Mosè tra le acque del Yam Suf, il Mar dei Giunchi, che ingoia i fantasmi del passato e salva i desideri più profondi, quelli infilati sotto forma di biglietto nelle fessure che vomitano erbaccia. Continua a leggere