Archivi categoria: La poesia e lo spirito

Alessio Torino: una vista eccezionale

 

di Paolo Pegoraro

Alessio Torino è un autore da tenere d’occhio. Dalla scarna bandella di Undici decimi, scopriamo soltanto che è urbinate, nato nel 1975, e che questo è il suo primo romanzo. Dalla qualità della scrittura non si direbbe. Undici decimi è fatto di tanti piccoli tocchi di genio e di una lingua raffinata e precisa, nemica del generico, ma che pure si diverte giocando a nascondino: a cosa farà riferimento il titolo, per esempio? All’interno del romanzo non viene spiegato… Indagando un poco, si scopre che Alessio Torino insegna lettere classiche e ha curato seminari di traduzione, che il libro ha attirato l’attenzione di un critico come Claudio Magris, che è stato chiamato in concorso al Campiello, che ha vinto il Premio Frontino ex aequo con il non certo esordiente Marcello Fois. Insomma, sarà pure il suo primo romanzo, ma per tanti autori meno scrupolosi potrebbe benissimo rappresentare la tappa d’arrivo. E invece è di prossima uscita il suo secondo titolo, Tetano, per Minimum fax. Continua a leggere

Le costrizioni e-book

Giorgio Bonacini – premio Montano 2010  – Carte nel vento

Su  “Le costrizioni
di Giovanni Turra Zan

Chi scrive (e in particolare chi scrive poesia) sa che ciò che fa si genera e si rigenera continuamente, nello sforzo di aprirsi una via verso il senso. La strada non è mai libera e il percorso è sempre accidentato, ostruito da condizioni materiali e formali che devono essere affrontate, mai aggirate, se si vuole veramente stare dentro il pensiero e la vita della poesia. E’ in quel preciso luogo che stanno le costrizioni che danno il titolo a questa raccolta. Turra Zan è un autore consapevole che le asperità e le difficoltà non possono essere diluite o evitate; anzi, bisogna rendere libera, e qualche volta necessaria, l’accoglienza di ciò che si scrive sotto gli obblighi che la lingua impone: coniugare nella significazione il respiro ampio della voce con il soffio stringente della vita. Continua a leggere

A bacche rosse e sfondi neri

di Alfonso Nannariello

 

IIIIIIIVVVIVIIVIIIIXXXIXIIXIII XIV
XV –   XVIXVIIXVIII – XIX

 

Nei giorni freddi

con la morte in braccio

brillava al collo la foto

nell’oro del suo laccio.

Più di recente, ed io me lo ricordo, sui tremori del seno alcune donne avevano laccettini d’oro o d’osso, a cuore o a medaglione. Spesso chiavacuori.

Il chiavacuore era un fermaglio al centro del petto. Continua a leggere

Con tutti gli amuleti cuciti sul vestito

di Alfonso Nannariello

IIIIIIIVVVIVIIVIIIIXXXIXIIXIII XIV
XV –   XVIXVIIXVIII

Quando nacqui io non si usavano più. Qualche  tempo prima, invece, per vincere le loro ansie e le loro paure o magari qualche satanasso, le donne portavano appese al petto come scongiuri zampe di lepre o zampe di coniglio, forse anche di tasso.

Col tempo questi ciondoli furono sostituiti da altri d’argento, d’oro o di corallo, detti manùzz. Le manine facevano il gesto delle corna o quello della fica. Al loro posto poi furono messi corni e croci, rimpiazzati a loro volta dall’arsenale delle virtù: croce, àncora e cuore, simboli di fede, speranza e carità, che rimasero amuleto, per quanto teologale. Continua a leggere

50 anni per il capolavoro di Flannery O’Connor

Mezzo secolo fa vedeva la luce Il cielo è dei violenti di Flannery O’Connor (1960), uno dei massimi capolavori della letteratura americana. Un romanzo tanto perfetto quanto urtante. «Inaffondabile» l’ha definito il critico Harold Bloom, neanche parlasse di un caccia torpediniere, e bisogna dargli ragione. Anche se piuttosto breve, leggerlo richiede tempo. Le pagine sono robuste e sostanziose come razioni di pane nero e lardo: impossibile digerirne più di una ventina al giorno. Ogni parola è definitiva, ogni frase pare incisa nella pietra e nel cielo. Il cielo è dei violenti rappresenta il vertice di un’esistenza interamente dedicata alla scrittura, che la O’Connor intese sempre come precisa, esigentissima vocazione. Non ho più letto nulla di simile e, forse, neppure esiste. Continua a leggere

Fieri e un po’ selvaggi

di Alfonso Nannariello

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XV –   XVIXVII

 

Quella posa si perse, l’ho già scritto, dopo la fine della Grande Guerra.

Fu proprio allora che i daini scomparvero dal nostro territorio, dal bosco di Castiglione. Lo testimonia Rocco Polestra in Calitri 1897-1910.

I daini sparirono, cioè, proprio quando sembra, dalla comparazione dei ritratti degli uomini di questo periodo con quelli delle foto successive, che si sia persa quella ruvida eleganza. Continua a leggere

dono

Dono

“Un giorno così felice.
La nebbia si alzò presto, lavoravo in giardino.
Non c’erano cose sulla terra che desiderassi avere.
Non conoscevo nessuno che valesse la pena d’invidiare.
Il male accadutomi, l’avevo dimenticato
Non mi vergognavo al pensiero di essere stato chi sono.
Nessun dolore nel mio corpo.
Raddrizzandomi, vedevo il mare azzurro e vele”.

czeslaw milosz
berkeley

un caro saluto di serenità a tutta LPELS

Chiamati per nome, uno ad uno

di Alfonso Nannariello

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XV –   XVI

L’ho già detto: si sarebbe potuto, sfogliando la raccolta curata da Franco Arminio e Stefania Borriello, Siamo esseri antichi,  scambiare non pochi calitrani della fine dell’ ‘800 e del primo ‘900 per apaches o cherokees.

Non sappiamo come e quando la razza si schiarì. Il padre di mio padre era ancora di una materia arcana, fatto di terra scura. Vallario Leonardo, il nonno di mio padre, il padre di sua madre, invece, no. Tata Nàrd anche se sembrava un po’ un brigante per via dell’orecchino che portava, non avrebbe potuto mai essere scambiato per indiano. Anzi, era come terra attirata, chissà da quanti lustri, dall’anima lunare. Con gli occhi verdi, i capelli biondocenere e la pelle chiara, sembrava un essere celeste, uno simile agli astri. Se avesse avuto i capelli lunghi e se, oltre ai baffi, avesse avuto il pizzetto, avrebbero potuto confonderlo col generale Custer o Buffalo Bill. Continua a leggere

Assalto al cielo

di Pasquale Vitagliano

Maria Grazia Calandrone, Atto di vita nascente, Lietocolle

“L’Atto di vita nascente” di Maria Grazia Calandrone è un assalto al cielo. Infine il cielo, l’opera che si compie sui carri./ E’ la conformazione aerea del pensiero/ che si addensa, a delimitare l’altezza/ o la prudenza di una temporanea interruzione, l’abitudine fatta/ alle cadute acustiche dei voli. Il cielo tuttavia è troppo lontano dalla terra e non basta salire sugli alberi, innestarsi con essi, per toccarlo con un dito di stupore. C’è bisogno di un capovolgimento. Questo corpo cadendo farà musica. Il colloquio/ delle basse quote/ è conservato nei fiumi./ Come un riso che davvero comincia dagli angeli. Così il cielo viene messo a terra. Questi versi di una delle più apprezzate voci poetiche contemporanee costituiscono il “Documento celeste” di tale sovvertimento. Continua a leggere

Foto di famiglia

di Alfonso Nannariello

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XV –  XVI

 

Bloccate dai lampi di magnesio,

le inquadrature sul vetro smerigliato,

allora nessuno lo sapeva,

erano quelle che si sarebbero

impresse dentro il nostro occhio.

Incancellabili i volti con le pose

di quegli esseri di rango,

di quegli dèi eccelsi

con le scarpe sporche di fango.

Le fotografie erano una prova della propria identità. Avendo tutti la stessa elevatezza nell’ordine delle cose esistenti, in quelle di allora non c’è differenza di posa, di impostazione o di decoro. Continua a leggere

Senza più cielo, senza più mistero

di Alfonso Nannariello

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XV

 

Ci deve essere stato, però, un tempo in cui i calitrani furono sottoposti alla dottrina del peccato.
Ci deve essere stato un tempo in cui, atterriti, credettero che Dio si vendicasse.
C’è stato un giorno in cui, non so per cosa irato, Dio volle per forza indietro la signoria che gli era stata illegalmente presa.
Già era accaduto diverse altre volte. L’ultima il 16 dicembre del 1631. Ma forse la memoria, per la forte suggestione, non s’era tramandata, e il fatto era stato rimosso finendo dimenticato. Continua a leggere

Gli ultimi bagliori del giorno

di Elisabetta Bordieri

Arrivò tardi.
A fatica si sedette a terra.
Gambe distese.
Sguardo lontano.
Aveva fatto quello che avrebbe dovuto fare già da tempo.
Non si sentiva in colpa nemmeno un po’ ma solo sollevata.
Si chiedeva ora dove fosse lui e se aveva capito.
Stava meglio. Di questo era sicura, stava sicuramente meglio.
Però continuava a chiedersi cosa aveva sentito poco prima, quale percezione.
Le onde erano alte.
Almeno per lei.
Avrebbe voluto sentirle addosso. Continua a leggere

Cartoline dai morti

di  Domenico Scarpa

Franco Arminio, Cartoline dai morti, Nottetempo, 2010


«Stavo giocando a biliardo. Poi la solita storia: fatelo bere, fatelo sedere. Qualcuno che ti tocca il polso, qualcuno che pronuncia continuamente il tuo nome». La solita storia è quella che tutti sappiamo ma nessuno di noi conosce. In Cartoline dai morti – il titolo del libro e questo primo campione basteranno a capire cos’è – Franco Arminio ce la fa vedere dall’altra parte, dalla prospettiva appunto della morte. Arminio, che si definisce «paesologo» ossia visitatore e curatore di piccole geografie malvive, si trova stavolta a essere lui stesso una destinazione; le cartoline che ha raccolto sono 128, la più lunga copre tredici righe, le più brevi un rigo solo, la misura media è sulle tre-cinque righe, due o tre frasi che gli bastano ad aprire uno spiraglio narrativo: «Mio marito mi ha gettata nel pozzo. Gli è venuta una furia, una forza che non gli avevo mai visto. Ho gridato mentre mi trascinava, ma non c’era nessuno, solo le rondini che facevano avanti e indietro per farsi il nido sotto il tetto della nostra casa». Continua a leggere

Morta (come se fosse)

di Barbara Gozzi

La linea è libera, il cellulare squilla.
Non rispondi.
Ritento un paio di volte più per fare qualcosa che per altro.
So che non cambi idea.
Se hai deciso per il no.
È no.

***

Non c’è, punto.
E in quel momento ogni parte di te si contorce.
Magari qualche ora prima dormivi o mangiavi. Magari ridevi anche.
Poi succede. E ci resti impigliato.
Può arrivare con una precedente spossatezza.
Come con l’influenza, solo che non passa con l’aspirina.
Ti sembra di avere la febbre, le articolazioni scricchiolano, i muscoli rifiutano i movimenti più banali. È esattamente una covatura. Una preparazione silenziosa, subdola. Continua a leggere

E basta

di Barbara Gozzi

… non dissimularmi nessuna parte dell’infelicità dolorosa,
ma vera.
(G.L., 1832)

Dalla finestra scosta una tenda, il tessuto fa resistenza. Oltre il vetro unto, un sole stanco, i colori della caduta. Oltre c’è il giallo brillante, tracce sfumate di marrone, scaglie dure di verde, quel rosso fondo che s’intrufola ovunque. Oltre, c’è Giacomo che dalla finestra annusa.
Due gocce di essenza a intorpidire l’acqua. Una piccola candela accesa, da infilare nella bocca del vaso. Giacomo aspetta che la fiamma irradi tra quella bocca e gli occhi, aspetta.
Nella pancia cotone, e succhi gastrici a gonfiarlo, renderlo escremento da tirare fuori, timido, si nasconde tra le budella. Continua a leggere

La poesia del mondo e il respiro dell’eterno

 

Matteo Bonsante, Dismisure, Manni Editore, settembre 2010

di Stefano Guglielmin

Al di là dello specifico stilistico, sul quale torneremo più avanti, ciò che massimamente incanta della scrittura di Matteo Bonsante è il rigore, la tensione intellettiva con cui egli, sin dall’inizio del suo operare, dà voce alla domanda “perché esiste l’essere piuttosto che il nulla”, urgenza in lui anzitutto esistenziale, di uomo la cui meraviglia per il creato diventa immediato riconoscimento dell’impossibilità di composizione unitaria della totalità, consapevolezza di una dismisura che pervade l’intero, che lo costituisce essenzialmente. La percezione di un resto inscritto nel conto tondo, di una ferita angosciosa nel bello e buono dell’esistenza, la verità dell’essere incarnati in un’origine imprendibile costituiscono infatti il fondo inquieto dell’autore sin da Bilico, il suo primo libro, background radicato in una tradizione plurale, incentrata sul pensiero del finito, messo al centro di una costellazione ontologica in cui il particolare è coessenziale all’universale. Continua a leggere

La pioggia è un bacio ingannevole

di Nicoletta Solinas

La pioggia è un bacio ingannevole


Acceleri il passo tra le gocce e il grigio
in un velato mattino di sonno e d’acqua.
Bruciava e godeva il sole lungo il viaggio
ma qui, coperto d’argento e polvere,
svela tracce di intime sbronze,
e sorsi pieni d’azzurro in cieli nudi e aperti,
ormai lontani.
Ora liquide chiazze di luce tiepida
sputate dall’alto
offrono abbagli di calore improvviso.
Allunghi il passo.
Il cielo smaltisce la sbornia
e la pioggia è un bacio ingannevole,
stordita primavera nel tuo mattino. Continua a leggere

Luoghi incerti

Stefanie Golisch, Luoghi incerti, Cosmo Iannone – 2010

di Raffaele Taddeo

Qual è il senso di uno scritto letterario? Qual è il senso della letteratura? Qual è la verità? La Letteratura è verità? Chi siamo noi? Qual è la nostra identità? Quella che viviamo, che ci dicono gli altri o quella che ci siamo appiccicati addosso come una maschera?

Qual è il grado della nostra autenticità? Siamo capaci di essere sinceri con noi o nessuno di noi lo è mai con se stesso, nella relazione con l’altro, sia anche l’altra metà della coppia?

Queste domande insistono come spade di Damocle nella testa del lettore di questo straordinario testo di Stefanie Golisch. Perché la lettura non permette un distanziamento dalle questioni che sono poste, non permette che si rimanga indifferenti. Continua a leggere

A lui è piaciuto di più vederci così

di Alfonso Nannariello

Se erano così, spiriti aspri, ve li immaginate due calitrani di allora, mangiare un’altra cosa, al posto dell’arancia amara, per il pasto della sera?
Se erano come li vide De Sanctis nel suo Viaggio, quasi statue di marmo sotto i portici, in piazza e sulle porte, ve li immaginate due di loro, con quella costituzionale autosufficienza, accanto al Signore durante la cena di Emmaus?
Ve li immaginate uomini così, andare a messa e fare la comunione? Come avrebbero potuto, chiusi in se stessi, simili a Dio, consentire l’inclusione d’altro dentro il loro io? Continua a leggere