
Mettiamo che non ci fossero i preti. Che il sacro fosse bandito. Che proibissero di parlare di Dio. Chi venisse trovato in possesso di una Bibbia, verrebbe passato per le armi, senza accesso al sacramento della confessione. Non ci sarebbero chiese, templi, simboli anche solo vagamente collegati a realtà trascendenti. Non si potrebbe pregare, perché leggerebbero i pensieri, né compiere alcuna attività connessa, magari con fili sottilissimi, alla prassi religiosa: fare l’elemosina, organizzare una lotteria benefica o una fiera del dolce. Sarebbe interdetto parlare male di qualcuno, diffondere pettegolezzi, dire guarda questo e guarda quello, in quanto abitudini diffuse in contesti religiosi, com’e noto. S’impedirebbe d’iniziare un discorso con cari fratelli e di concluderlo con sia lodato Gesù Cristo. Nessuno potrebbe pentirsi, sperare, perdonare, dire Oddio!, congiungere le mani, benedire, chiedere una cosa a una suora – non ci sarebbero suore – , fermarsi davanti a un’edicola della Madonna – non si troverebbero più edicole, forse nemmeno di giornali, e certamente sparirebbero Famiglia Cristiana, il Bollettino Salesiano e gli Araldi del Vangelo. Proibirebbero di credere in qualunque cosa: nell’onestà dei politici o in una vita dopo la morte.
In quel giorno, il desiderio di andare a messa, di dire un Padre Nostro, di affidarsi a Dio, sarebbe così forte che qualcuno potrebbe morirne, approdando in paradiso senza permessi, concessioni o certificati da esibire. Solo perché lo desidera davvero.
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Cambiamenti

In quel tempo, essere razzisti era un dovere. Se incontravi uno zingaro – li chiamavano così – non dovevi salutarlo né parlarci, anzi, eri tenuto a guardarlo di traverso, comunicando un senso di disprezzo. Se una persona non era pronta a comprendere quello che dicevi – da dietro uno sportello, in una sala d’attesa, dall’altra parte del confessionale – dovevi irriderla, infierire sulla sua dabbenaggine, convincerla a farsi curare da uno bravo. Se qualcuno era in difficoltà economiche, bisognava fare di tutto per sprofondarlo in un abisso senza uscita, aumentando le tasse, i ticket, il canone sul televisore fuori uso. Se era anziano e guidava, bisognava tampinarlo, suonare il clacson a distesa, costringerlo a finire fuori strada ed evitare accuratamente di soccorrerlo. Si doveva tenere il punto su conquiste faticosamente raggiunte: la violenza sulle donne, la discriminazione dei disabili, la colpevolizzazione sistematica dello straniero. Se un bambino, in classe, non reggeva i ritmi degli altri, bisognava metterlo dietro la lavagna con le orecchie d’asino e costringerlo a ragliare ogni mezz’ora. La vita era semplice: i più ricchi e sani avevano ragione e i deboli dovevano pagarla: come si permettevano d’intralciare il traffico, di far perdere tempo alla gente che contava, di pesare sul bilancio degli altri?
Non ricordo come andò a finire, quell’andazzo. So che, oggi, il presidente del consiglio è dislessico, il Papa è balbuziente, come Mosè, e il canone Rai lo paga solo chi ha un televisore che funziona.
Legione

Dovremmo esercitarci a togliere. Sono rimasto all’improvviso senza cellulare, per un problema al display, e si sono aperti scenari inusuali: potenzialità accresciute, tempo dilatato, orizzonti interiori ampliati e rifioriti.
Il male tende a restringere la visuale, a fissare una sola prospettiva: la pubblicità attira l’attenzione in modalità ripetitive. È il famoso uomo a una dimensione, schiacciato sul lato materiale delle cose. La molteplicità carnale s’impossessa di te, diventi un fascio d’istinti, che finiscono col dominarti: come ti chiami? Il mio nome è Legione, perché siamo in molti, risponde a Gesù l’indemoniato di Gerasa.
Ecco il senso del digiuno: togliere, orientarsi all’essenziale, ritrovare il gusto dei sapori, degli odori, del tatto, riscoprire a uno a uno i sensi interiori. “Certi demoni si scacciano solo con la preghiera e col digiuno”, ossia con la relazionalità e la sobrietà.
Gli istinti portano al vizio: quello dell’ossesso geraseno era la violenza, insita in tanti atteggiamenti di persone prese dalle “cose”. Ecco perché è importante il cammino contrario, verso la virtù. Oggi persino il termine è in disuso, figuriamoci l’esperienza concreta. Eppure l’alternativa è secca: o cadi nel vizio o persegui la virtù.
Personalmente parlando (“imparate da me”), Gesù ne proponeva due: la mitezza e l’umiltà. Potremmo partire da qui, cioè da Lui, che è l’Inizio e la Fine, per cui dove peschi, peschi bene.
Un fiore

Certe volte, ti vengono in mente i fallimenti. Ti chiedi come hai potuto compiere quel gesto, cosa ti ha spinto a pronunciare quella frase, quale oscura energia ti ha travolto in eventi da cui oggi fuggiresti. La vita è spesso un mistero inafferrabile, sul quale non abbiamo potere.
È bene non poter cambiare ciò che è stato, bere fino alla feccia il calice del male, sentirne il sapore rivoltante, il bruciore che esplode nello stomaco e ti toglie il respiro.
I Padri parlavano del penthos, l’energia potente che si oppone alle seduzioni del demonio, alla falsa bellezza del peccato. Il pentimento ci connette alla natura originaria, ci espone alla Pasqua, alla trasfigurazione che il Signore opera con la sua morte in croce. Il suo drammatico, apparente fallimento ingloba ogni nostro insuccesso, le disfatte in cui abbiamo ceduto agli attacchi del Nemico.
Solo così, pensando agli errori del passato, siamo investiti dal flusso dello Spirito, che inonda il terreno arido di una natura corrotta dal peccato originale.
Il Cristianesimo è bellezza, fiore che sboccia nel deserto, come cantava il poeta, ops!, il profeta Isaia.
Il filo rosso

Il filo rosso della vita è Dio. Spesso non ce ne accorgiamo. Ogni tanto si riaffaccia, come un fiume carsico che era sparito e a un certo punto toh! eccolo lì, che te l’eri scordato.
Dio è il fiume carsico che si affaccia e riaffaccia, che continuamente si propone, senza imporsi, senza invadere la privacy.
Nell’Apocalisse c’è una bella immagine: io sto alla porta, e busso.
Certo, dopo decenni di testimoni di Geova, di Vorwerk Folletto, di proposte di ditte alternative, facilmente si diffida di chi suona alla porta. Dio accetta anche questo. A volte, scostando leggermente la tendina, lo vediamo lì, che aspetta. Il postino suona sempre due volte, Lui soltanto una. Poi, però, ripassa; scosti la tenda e dici: ancora lì?
L’amore è bussare alla porta, aspettare, e accettare che l’altro non ti apra, come fossi un nemico, o almeno un seccatore. Dio è il filo rosso della vita: torna e ritorna, perché ha qualcosa d’importante da comunicare. Non lasciarlo fuori fino all’ultimo, perché vuole dirti chi sei. Come ho scritto una volta, la porta del Regno si apre solo dalla nostra parte.
Film

C’è un film, ormai introvabile, che tutti dovrebbero vedere. È tratto da un libro il cui autore è morto poco dopo averlo scritto. Anch’io ne scrissi, anni fa, e non sono morto. Ricordo, tuttavia, che in me finì qualcosa, e qualcos’altro nacque.
Trattava di un mendicante, della sua redenzione, della luce che in modo straordinario invade un’anima al buio.
L’occasione si affaccia per tutti. È una questione di cuore. Spesso lo mettiamo in cose che non valgono la pena: hanno l’effetto di inquietarci, di suscitare conflitti, di ridurre l’esistenza a un gioco di equilibri precari e complicati. Sono tanti i motivi: l’ambizione, le attrazioni sbagliate, i sentimenti di rivalsa. Quello che i preti chiamano “peccato”, e che è ingannevole: promette mari e monti, ma ti consegna paludi insalubri e discariche infestate.
Poi, un giorno, succede qualcosa: capisci che il tuo cuore è altrove, e non te n’eri accorto. Lì ti senti intero, le potenzialità dormienti si mobilitano, riemergono insieme dall’oblio. Non hai più paura di perdere, l’inquietudine è un ricordo, il vero io riposa in una serenità mai sperimentata.
Di fatti simili hanno parlato Paolo, Agostino, Pascal. Ma anche Luigi, Anna, Giancarlo, Alberto, Elisabetta… Sono racconti che sembrano film.
A proposito, all’inizio mi riferivo alla “Leggenda del santo bevitore”, di Joseph Roth. Ermanno Olmi ne ha fatto un film che tutti dovrebbero vedere, se non fosse ormai introvabile.
Zosima

Ci ripetono spesso che il profeta non predice il futuro, ma parla del presente. Niente di più vero. Sul futuro non possiamo agire: è nelle mani di Dio, soprattutto in questi tempi che qualcuno definisce apocalittici, di resa dei conti, di nodi che verranno al pettine, di diavoli che fanno le pentole ma non i coperchi e via sentenziando.
Mai come in questi periodi il futuro può essere una causa di nevrosi, un vortice che rischia di fagocitare talenti ed energie.
Il profeta, dunque, invita a far tesoro del presente, l’unica realtà che abbiamo saldamente nelle mani: non perché possiamo dominarla, disporne a piacere, ma perché siamo direttamente responsabili di un atteggiamento che orienta alla salute psichica e spirituale o spinge verso i buchi neri del non senso.
Qui si colloca la nostra scelta, di importanza vitale per noi e per coloro con cui siamo in relazione. Se di fronte alla violenza dilagante diventiamo cinici o c’incattiviamo, facciamo il gioco del “Bisha” (maligno, in aramaico. Prima o poi cercherò di capire se ha a che fare con la nostra biscia: sempre di serpente si tratta). Se invece rafforziamo ancor più la nostra fede in chi ci chiede d’essere miti e umili di cuore, collaboreremo al grande progetto di ricostruzione.
Dostoevskij, che aveva compreso il meccanismo, mette queste parole sulla bocca dello starec Zosima, ne “I fratelli Karamazov”:
“Abbraccia la terra e ama senza tregua e senza riposo, ama tutti, fino all’esaltazione… Amate tutta la creazione di Dio, amatela nella sua entità, amate ogni granello di sabbia, ogni foglia, ogni raggio di Dio, amate gli animali, amate le piante, amate ogni cosa. Amiamo ogni cosa e in ogni cosa conosceremo il mistero di Dio”. Questa è profezia.
Dio e il bambino

Grazie a Dio parliamo la stessa lingua, tra connazionali. Ci sforziamo di farci capire, di comunicare al meglio ciò che abbiamo dentro. Ci riusciamo?
I bambini inventano un linguaggio, e tra loro s’intendono: è istruttivo vederli impegnati in gesti e suoni fuori degli schemi, a volte accalorandosi, o litigando per non si sa che cosa. Studiando il loro mondo, c’è sicuramente da imparare.
Anche noi dovremmo attingere a quella lingua arcaica, fatta di smorfie, di pianti, di sorrisi: cominciare da capo, prendendo l’altro seriamente, attenti a ogni minimo dettaglio della comunicazione verbale e non verbale.
Penso sempre a Gesù. Mi viene in mente la scena in cui una povera vedova, in mezzo a tanta gente, fa la sua offerta al tempio. Il Cristo se ne accorge. Vede che la questua è di due spiccioli. Sa che è tutto il denaro che possiede. Capisce che lo ha fatto per amore, e non per chissà quale motivo. Chi di noi avrebbe compreso tutto questo? Solo a un bambino e a Dio può capitare.
Proviamo a capirci come fosse la prima scena che guardiamo, come fossero le prime parole che ascoltiamo. Dio e il bambino hanno in comune questo, innanzitutto.
Quando sei morto
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da qui
Quando sei morto, si capisce meglio chi sei stato. Si sfronda l’aura polemica che circonda inevitabilmente i tratti di una vita: gli antagonismi, le incomprensioni, le proiezioni che sempre operiamo su chi incrocia la nostra strada e può avervi una pur minima influenza.
Quando sei morto, sei morto: non dài più fastidio. La tua voce è fissata per sempre in una memoria imbalsamata, incapace di nuocere, o anche solo di turbare i sentimenti altrui.
Ecco perché i profeti vengono elogiati quando non sono più: si fa a gara a ricordarne le parole che prima ci offendevano o ferivano, perché incombevano come spade di Damocle sulle nostre scelte.
Quando sei morto, invece, è bello pensare che ci hai messo in crisi, che sei arrivato quasi a cambiarci, che mancava un dettaglio, un’ultima, piccola spinta per farci scivolare dalla parte opposta dell’invidia, dell’incapacità di condividere, di provare una sincera ammirazione.
Quando sei morto, emergono con chiarezza i tuoi difetti, l’incompletezza congenita dell’umanità, che ha bisogno dell’estremo abbraccio di Dio per riconoscersi integra, approdata all’immagine e somiglianza originaria.
Per questo l’elogio funebre è insensato: è una mistificazione, un occultamento delle falle che si aprono comunque in ogni umana cosa.
Quando sei morto, nessuno può sottrarti all’unico sguardo veritiero, quello che affranca da ogni inadeguata considerazione della tua persona; come cantava De André: il punto di vista di Dio.
Carbonara di mare

La carbonara di mare non l’avevo mai mangiata. Non sapevo nemmeno che esistesse. Mettere insieme le uova, la pancetta, i gamberi e altri frutti di mare è un colpo di genio, come quando scopri collegamenti cui non avevi mai pensato: cosa passa tra Dio e un telecomando? E cosa c’entra la preghiera con il Nordmende dell’albergo?
C’entra, perché nella nicchia del telecomando ci ho messo il volto di Gesù, e alla TV ho attaccato le immaginette con le mie preghiere.
La vita è così: il mondo ci propone i suoi simboli, strumenti di decifrazione del reale, ma possiamo sostituirli con i nostri, scoprendo la Parola che va oltre le parole, l’Icona che racchiude e trasfigura ogni altra immagine.
Se facciamo così, a poco a poco, tutto parla di Dio: il Riopan gel sarà la memoria quotidiana che chi trasforma l’acidità in benessere è il Signore; un’auto che non si ferma alle strisce pedonali è il segnale che solo Dio rispetta fino in fondo la nostra libertà, e si restringe per permetterci di esistere. Gli ebrei lo chiamano “tzimtzum”, il ritirarsi del Signore: si fa da parte per lasciare a noi l’iniziativa, sperando sempre che, al telecomando, preferiamo il suo Volto, che confidiamo più nel suo potere che nei ritrovati della chimica, che impariamo ad apprezzare un universo in cui convivono pancetta e gamberi, umano e divino, leggendo nei simboli del mondo la presenza di Lui he ti fa spazio, e si china su di te come un padre con il suo bambino.
La patria

I proverbi sono utili, li ha usati anche Gesù. “Nessuno è profeta in patria” è un detto antico e sempre attuale. Perché fra patria e profeta non c’è accordo?
La prima tende a conservare, a dare sicurezza. Casa dolce casa, è un proverbio anche questo. Se uno è a disagio si sente fuori luogo, come un pesce fuor d’acqua, un cavolo a merenda, espatriato, insomma. L’uomo non vive senza patria, e guai a chi gliela tocca (come la corona di Napoleone). È il grembo materno, l’alveo in cui trovare ciò che è noto, familiare, e per questo rassicura.
Poi arriva il profeta e mette tutto in discussione: scardina principi, sconvolge la mentalità, mette in crisi i poteri. Il minimo che si possa fare è portarlo sul ciglio di un burrone e cercare di buttarlo giù, come accadde al Cristo nella sinagoga di Nazaret. Il tentativo fallì: non si muove foglia che Dio non voglia, si suol dire.
Si dà anche il movimento contrario: la nostra patria è nei cieli, come dice la lettera agli Ebrei. Il cielo è Dio, la fede. In questo senso, abbiamo soltanto una certezza, quello che un tempo chiamavamo – e ancora oggi, almeno noi, chiamiamo – il “depositum fidei “, cui si potrebbero accostare – adattandole – le parole pronunciate da Napoleone il ventisei maggio del milleottocentocinque: Dio ce lo ha dato, e guai a chi ce lo tocca.
Non passerà neppure un iota o un apice della Legge, dice Gesù. Di questi tempi, dovremmo farne un proverbio. La nostra patria è la verità, senza di lei siamo cavoli a merenda, pesci fuor d’acqua. Ma l’unico pesce capace di vivere fuor d’acqua è l’?????, che, come molti sanno, è l’acronimo di “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”. È lui la nostra Patria, e guai a chi ce lo tocca.
Parole sante
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da qui
Gli idoli si possono smontare: è un esercizio da compiere ogni giorno. Tutti tendiamo a mettere su un piedistallo qualcosa o qualcuno, e sbagliamo, come insegna la buona religione. Il primo comandamento ricorda di amare Dio con tutto il cuore, la mente, l’anima e le forze. Si potrebbe obiettare che così non resta spazio per niente e per nessuno, ma è vero il contrario, perché Dio è amore purissimo, dunque è l’unico che non toglie agli altri, ma aggiunge.
Il problema si pone quando al posto di Dio mettiamo qualcosa o qualcun altro: non essendo puro, contamina le nostre facoltà, riduce il talento, accorcia la vista spirituale, che ci mette in contatto con l’inconscio.
Come si smonta l’idolo? È un’azione da non svolgere direttamente (trovando punti deboli e difetti, che comunque non mancano), ma coltivando l’unico amore che non basta mai, quello con cui amiamo Dio.
Un metodo che utilizzo spesso, per ravvivarne la memoria, è pregare con il “Padre nostro” in aramaico. Lo schema è semplice: prima recito il versetto in italiano e poi lo ripeto nella lingua originale. Così:
Padre nostro, che sei nei cieli/ Avu-n d-b-ishmajja/ sia santificato il tuo nome/ nèt-qaddash shimmu-kh/ venga il tuo regno/ té-teh malciutu-kh/ sia fatta la tua volontà/ néh-ve sovjanu-kh/ come in cielo/ eiciàna d-b-ishmajja/ così in terra/ ap b-arah/ dacci oggi il nostro pane/ hàl-la-n làkhma/ quotidiano/ d-sunkàna-n jumana/ e rimetti a noi i nostri debiti/ u-shvùq la-n khobèi-n/ come noi/ eiciàna d-ap-àkhnan/ li rimettiamo ai nostri debitori/ shvùqqan l-khajavì-n/ e non indurci nella prova/ u-llà télla-n l-nessjuna/ ma liberaci dal maligno/ élla pàssa-n mén Bísha.
Parole sante, potenti, che rovesciano gli idoli e danno la priorità a chi se la merita.
Formule

Sarebbe bello inventare formule per raggiungere obiettivi socialmente utili: trasformare le persone moleste in interlocutori sensibili e discreti; sfruttare l’energia di fissazioni insopportabili per l’alimentazione di batterie domestiche; concentrare l’adrenalina della paura in pillole per ammansire i cani rabbiosi. Si potrebbero trasformare le grida dei bambini a messa in canti gregoriani, o fare una raccolta differenziata di manovre dei furbi sul Grande Raccordo Anulare e incenerirle davanti alla sede della Motorizzazione Civile.
Ognuno dei progetti richiederebbe competenze specifiche e certificate. Bisognerebbe stabilire, per esempio, quand’è che una persona può dirsi indubbiamente molesta, quando le grida dei bambini sono incontrovertibilmente esagerate, e il momento in cui le fissazioni diventano oggettivamente equiparabili a istigazioni al suicidio (per chi le subisce). Bisognerebbe ideare e istituire laboratori, industrie, ministeri; poi anche associazioni sindacali per difendere i diritti dei fissati, dei bambini isterici, dei furbi compulsivi. Ci vorrebbe un organo mondiale preposto al discernimento delle differenze etniche, religiose, sociologiche, per stabilire confini precisi – e adatti a ogni paese – tra sincerità e molestia, enfasi e aggressività, profondità di analisi e mania.
In alternativa, considerato l’impegno economico e sociale richiesto da un simile progetto, si potrebbe utilizzare a largo raggio la ricetta della prima lettera ai Corinzi, capitolo 13:
“La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”.
Il risparmio a ogni livello sarebbe evidente, e i risultati più certi e duraturi. La proponiamo?
La farfalla

Se fossi una farfalla vivrei poco, ma potrei capire molto. Non che lei sia capace d’intendere e volere come noi ma, girando e rigirando, s’imbatterebbe inevitabilmente in certi nostri misteri incomprensibili.
Noterebbe, per esempio, quanto siamo diversi a seconda delle situazioni: un modo a messa, un altro per strada, altri ancora sul campo da gioco o in biblioteca. Si chiederebbe dove e quando uno è se stesso, e perché si cambi faccia, tono, voce.
Poi, un po’ alla volta, si accorgerebbe dei pensieri; di come, facendo una cosa, ne abbiamo in testa un’altra: lavoriamo e pensiamo alla partita, parliamo con qualcuno e con la mente programmiamo la serata, o risolviamo un qui pro quo, o rifacciamo i conti di un bilancio che non quadra.
La farfalla scoprirebbe, anche, cose belle: un bambino che dice ciò che pensa; papà e mamme che inventano qualcosa per strappare un sorriso ai propri figli; il passante che conversa con un povero.
Impegnandosi un po’, capirebbe cos’ha in cuore l’uomo, le sue vere intenzioni, il segreto che lo spinge a dire “basta” o “ancora” o “proviamo un’altra volta”.
Alla fine del suo giro, sarebbe un po’ più saggia: si poserebbe sopra un fiore senza pensare ad altro, perché tanto le basta, nella sua vita effimera, per essere felice.
La colomba

Bisogna lasciare, nella vita: il grembo materno, l’asilo – io dopo quattro anni, in pratica una laurea – la scuola elementare, le medie, il liceo, la facoltà universitaria. Per me, inoltre, il seminario, la parrocchia, le amicizie, le frequentazioni, i libri letti, il ristorante dopo il caffè e l’amaro, il bagno dopo la doccia o altre operazioni.
È un addestramento quotidiano a non fare di nessuna cosa o persona o situazione un idolo con cui identificarsi.
Il Signore, spesso, incrementa il processo a modo suo: con una prova, un fallimento, una perdita improvvisa. S’impegna a togliere, a privare di ciò che sembra necessario, indispensabile.
Lascia di qua, lascia di là, pare d’essere, a volte, appesi a un filo, sull’orlo di un abisso. Non si sa più che fare, a che santo votarsi, se rivolgersi all’ufficio reclami o allo sportello degli oggetti smarriti.
In realtà, la vita “deve” arrivare a questo punto, altrimenti siamo sempre soggetti a illusioni, ad appigli inaffidabili, come quando, sulla cima di un monte, ci si appoggia a una roccia staccata dal resto, che rotola di sotto insieme a noi.
“Deve” arrivare un giorno in cui non hai più nulla di quello che volevi. È il momento in cui la “filautia” cessa di vivere, non respira più. In quel preciso istante, in te comincia a respirare la Ruach, il Pneuma, lo Spirito di Dio, la roccia affidabile, la colomba alle cui ali ci si aggrappa con fede, per salvarsi.
Imagine

Penso a cosa sarebbe il mondo, se non ci fossi Tu, se gli atei avessero ragione, se tutto fosse emerso per caso, per una serie di azioni e reazioni sprigionatesi dal nulla. Un mondo materiale, in cui parole come anima, fede, vita eterna fossero l’armamentario di poeti e sognatori, buoni solo a far sorridere un pubblico distratto. Penso, per un attimo, a una vita che finisse con la morte, in cui nulla restasse della nostra essenza di persone, in cui al massimo si potesse conservare la memoria delle nostre azioni. Mi metto nei panni di chi combatte battaglie che dovrà lasciare a terzi, di cui non vedrà l’esito, così come di certi progetti; che entrerà a far parte della terra come cellula dispersa in altra materia, in un oblio completo della propria coscienza. Penso al fatto che dovrei concentrare tutto in pochi anni: affetti, relazioni, piani esistenziali, scritture e letture, opere benefiche, campagne politiche di liberazione o promozione umana, sapendo che di tutto questo non saprò più nulla, non mi riguarderà mai più, come se non fosse stato, e tutto ciò che ho vissuto equivalesse al sogno di una notte agitata, senza il dolce risveglio dall’incubo dissolto.
Penso a questo e sono ancora più felice di essere cristiano, di avere un Dio che da sempre crede in me, mi dona un mondo da vivere, in attesa di un Regno dove sarò felice con Lui e con coloro che in Lui si sono scoperti anima, fede, vita eterna. Penso che l’ateismo, grazie a Dio, sia una cosa che non fa per me. E che forse, in fondo in fondo, non faccia per nessuno.
Damasco

La dottrina cattolica è una cosa seria. Ora la penso così, ma prima era diverso. Ero un ribelle, spregiatore di leggi, seduttore. Urlavo a mia madre, e lei si disperava. Da prete ho abbracciato le novità di teologi fuori dalle regole, mi aggrappavo all’ultimo banditore di teorie bizzarre, godevo di ogni trasgressione del già detto, in nome di un’esegesi senza regole e freni. Vedevo la Chiesa come un blocco compatto, un macigno che rischiava sempre di schiacciarmi, e così cercavo scappatoie, uscite di sicurezza che salvaguardassero quella che allora ritenevo la mia personale libertà.
Poi il Signore mi ha raggiunto nei suoi modi imprevedibili, mi ha rigirato non come un calzino, che sarebbe poco, ma come qualcosa che cambia colore, una notte che diventa giorno, e finalmente ho visto.
Oggi guai a chi mi tocca la dottrina. “Se anche un angelo del cielo” mi dicesse: il tuo Dio è conservatore, gli stringerei la mano e gli augurerei un buon viaggio di ritorno.
Dopo anni, ho capito che Dio non è mai come te lo sei raffigurato: è l’infinitamente Altro, che di punto in bianco ti prende di petto e ti rovescia da un cavallo che non c’è (san Paolo andava a piedi). Ma il quadro di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, è troppo bello per non tenerne conto: quello a terra, cieco, con le braccia alzate verso il cielo, sono io, e tutti coloro che si sono rimangiati qualcosa di grosso, nella vita.
La bella compagnia

Sei morto ma sei vivo. Il senso è tutto qui: vivere per morire, morire per vivere.
Hai lasciato una storia che mi riempie le giornate, che risuona ancora più della tua voce, e mi indica la strada. I morti, a volte, sono vivi più dei vivi. È bene che sia così, altrimenti tutto finirebbe con l’ultimo respiro, cosa inconcepibile. Sono talmente intriso della Pasqua, come tu mi hai insegnato, che non riesco nemmeno a immaginare una vita senza eternità.
È da lì che mi mandi messaggi, mi parli, mi proteggi. È la cosa più normale di questo mondo e anche dell’altro.
Nell’altro mondo, infatti, s’interessano di noi, perché sono consapevoli dei nessi: sanno – l’ho già scritto una volta – che quando si ama tutto è collegato. E che un atto d’amore è incancellabile, come dimostra la cipolla che Gruscenka regala al mendicante. Dostoevsky ha afferrato la sostanza di ciò che non finisce.
Neanche tu, Mario, finisci. Anzi, sei appena iniziato. Mi guardi dal cielo come quando eravamo al tavolo della Nuova Capricciosa, davanti alle pennette al salmone e alla Peroni chiara. Ci scambiamo parole silenziose, che hanno un’eco profonda nella storia. La tua voce fa tremare le galassie: la possono ascoltare solo i puri di cuore e i gatti rossi cui davi gli avanzi della pasta al sugo.
Anch’io ti consegno a questa pagina, perché il lettore possa stare tre minuti con noi, nella bella compagnia dell’Infinito.
Lector in fabula

La scrittura ha qualcosa di magico. Ora, per esempio, metto in fila una parola dietro l’altra e il lettore è curioso di sapere dove andrò a parare. Con me gli va bene, perché scrivo testi sintetici e si sa presto come va a finire.
Mettiamo, però, che cominci a scrivere cose senza capo né coda: che so, che il Napoli ha battuto la Lazio fuori casa. Il lettore rimarrebbe sconcertato: a parte napoletani e laziali – che sorriderebbero o s’incupirebbero – gli altri non sarebbero minimamente interessati. Ma continuerebbero a leggere, perché una storia deve avere un senso.
C’è un patto di lealtà fra scrittore e lettore: il primo deve dare un messaggio decifrabile, in qualche modo utile, il secondo s’impegna ad andare fino in fondo.
Forse anche per questo ho scelto la misura breve, per facilitare il rispetto di un contratto implicito che lega me con voi: io non vi rubo tempo, e voi, ogni giorno, mi fate compagnia in questo cammino verso il Senso, che per me si chiama Dio.
Rime

La rima è un fenomeno intrigante. È una casualità che amore rimi con dolore? E esperienza e sofferenza? Ha un senso che felicità corrisponda ad onestà, e gioia con muoia? Vediamone altre: cattiveria-miseria, serenità-bontà, amarezza-freddezza. Se poi ci prendessimo gusto, potremmo accostare sogno e bisogno, carità e intimità, perseveranza e speranza. E, perdendo ogni freno, mettere insieme soddisfazione e vocazione, decoro e tesoro, fede e piede.
Un momento: si giustifica una rima come questa?
Con le altre si potrebbe costruire un sistema antropologico e teologico: l’amore fa soffrire, come l’esperienza, ma sono materiali resistenti a qualsiasi logorio. La felicità nasce dalla trasparenza, dal non avere nulla da nascondere, così come la gioia è possibile se l’io muore a se stesso, ritrovandosi nell’Altro. La cattiveria si sa come finisce, mentre la bontà va a braccetto con la pace. Chi non si compromette, nella vita, resta con l’amaro in bocca: se uno sogna conosce i suoi bisogni, l’intimità da cui proviene l’amore divino, che non cessa di sperare. Ci soddisfa solo la risposta alla nostra vocazione, in cui il vivere ha uno stile inconfondibile, che ci rende migliori.
Su questo, forse, possiamo essere d’accordo: ma cosa c’entra la fede col piede?
Dio disse ad Abramo: esci dalla tua terra e va’ verso te stesso. Se il nostro padre nella fede non si fosse deciso a fare il primo passo, chissà se a quest’ora ci saremmo. La fede senza piedi è niente: come cantava Neruda, sarebbe un anello senza pietra, un vestito senza uomo.
