
Prima di morire, Gabriele Amorth, famoso esorcista, ha lasciato un testamento: o si è di Dio o si è del diavolo. Eh eh, penserete, ecco un altro fondamentalista.
In realtà il maestro del defunto era almeno altrettanto radicale: il vostro parlare sia sì sì, no no, il di più viene dal maligno. Dal diavolo, appunto.
In un’epoca in cui anche i superiori di ordini religiosi sostengono che il demonio non esiste, discorsi come questi sembrano retaggi di un passato che è meglio seppellire, come chi lo ha riesumato. Chi difende la dottrina, il depositum fidei, oggi è una specie di untore da additare al pubblico ludibrio e da togliere di mezzo il più presto possibile.
Una verità controcorrente ha svantaggi evidenti: le tue parole non vengono celebrate sugli altari del politically correct, non sono fatte rimbalzare dai soloni dei mass media, dai nuovi pontefici della conversione facile; anzi, vengono irrise, censurate, cancellate dal circo delle news.
Ma la stessa verità ha anche un vantaggio: resta lì, come l’amore vero, resiste eroicamente, perché sa che, prima o poi, il sì e il no, Dio e il demonio, metteranno giù le loro carte, con tutto quello che comporta un finale di partita.
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Simboli

Ogni cosa ne significa un’altra. Capito questo, si è capito tutto. Il materialismo non vede la realtà dalla giusta prospettiva: quella simbolica.
Il symbolon era il coccio che, diviso in due, certificava l’alleanza stretta fra due re: ognuno custodiva la sua parte, che s’incastrava con quella del socio. La vita è questo: un nesso tra elementi diversi, che si richiamano l’un l’altro.
Preso in sé l’universo non ha senso: è un sistema destinato al collasso, all’entropia. A quest’ottica manca l’altra parte del coccio: il creato ha un Creatore, che lo orienta verso il fine, senza lederne mai la libertà.
Ho già detto del mio colloquio col secondino di Rebibbia: sosteneva con fervore l’inutilità delle zanzare, ma lo esortavo a non farlo sapere ai pipistrelli, che risolvono con loro il problema del pranzo e della cena.
Amare il prossimo è difficile: ma se ricordo che è immagine di Dio, è tutta un’altra storia. Una rosa mi ricorda l’amore (come insegna il piccolo principe), una penna il fascino di un libro, un treno il viaggio che per tutti è l’esistenza.
Anche Cristo, perché ne avessimo memoria, ha scelto di legarsi al pane e al vino: per qualcuno è impossibile non pensare a Lui, se mangia o beve.
Ogni atomo del mondo è un tesoro da scoprire: basta trovare il gemello in cui si specchia.
È la vita, bellezza!

Ciò che è bello per me? È una parola.
Se la bellezza è la chiave, bisogna dire che il mondo è svantaggiato. Primo, perché corre troppo. Accumula, insegue, sgomita, ha sempre paura di perdere qualcosa. Da quando mi sono accorto che questa sindrome colpiva pure me, mi sono imposto di fermarmi. Ho pensato intensamente ai notturni di Chopin, ai versi di Lorca, alle cime delle Dolomiti. La bellezza che amiamo parla della nostra identità, e dunque di Dio, che ci ha creati. La fede è un dono, è vero: ma se non mi fermo, se non ascolto le corde più profonde, il loro vibrare di fronte a una pagina di Roth, a un adagio di Mahler, alla Vocazione di san Matteo del Caravaggio, Dio non lo vedo neanche col binocolo.
Essere o non essere, si chiedeva Shakespeare. Dormire, forse sognare. Io dico: fermarsi o non fermarsi, decidere di mettere un punto a questa corsa furiosa verso il nulla, a tanto insensato incattivirsi, lamentarsi, offendere, a questo corazzarsi e procedere a spintoni in una folla che comunica solo con gli stati su Facebook o su whatsapp.
Basta, a volte, una canzone di De André, un bicchiere di Brunello, una pagina di Rilke, per ricordarsi che vivere è tutta un’altra cosa.
Stelle

Le stelle sono mappe di sogni: non basta farli, bisogna dargli un nome. Il grande carro è il tavolaccio dove preghi, prendi il caffè coi biscotti al cioccolato, snoccioli pensieri che dovrebbero servire a dare un volto plausibile al futuro. La Stella Polare è Cristo, che non entra mai abbastanza nella vita e bisogna allinearlo con Merach e Dubhe, i Puntatori: i sacramenti e la preghiera, che guidano, indirizzano, porgono, quasi, la luce del Messia. Guardando in alto – o in basso, secondo la stagione – appare Cassiopea, con la sua forma a zig zag, a memoria delle piroette, i salti mortali, le chicane da affrontare a intervalli regolari, come se la vita fosse uno slalom o una corsa di formula 1 da decidersi all’ultimo metro.
Dell’Orsa minore vedi solo Kochab e Pherkad, le altre rimangono nascoste, come con Dio, che ti chiede di procedere a tentoni, ignorando di che tipo sia la prossima stella da incontrare: gigante rossa, nana bianca, buco nero o pulsar.
Il tempo passa e tu sei ancora lì, a dare un nome alle luci lontane e tremolanti, simili a sogni irraggiungibili. E invece sono elenchi dei tuoi desideri più profondi, destinati ad avverarsi, quando il Cristo ti avrà attratto nell’orbita abbagliante del suo abbraccio.
Per miracolo

A far caso alle voci, ai rumori, ai suoni anche quasi impercettibili che arrivano alle orecchie, c’è sempre da imparare. Ora, per esempio, sento il prete della stanza accanto che bofonchia qualcosa. Parla da solo? Ha più di novant’anni, a quell’età è normale. Con lui devo cogliere le variazioni più insignificanti: un sospiro potrebbe essere l’ultimo, un colpo sordo il segno di uno svenimento, e io sono tenuto a intervenire, in qualità di orecchio più vicino.
L’abitudine a vegliare mi rende consapevole dei segnali più neutri: il ticchettio della sveglia, il sibilo della luce al neon, il brusio sommesso del televisore proveniente dalla camera del laico consacrato che alloggia dirimpetto.
Lo sfrecciare delle automobili sull’Ardeatina è spesso infarcito di colpi di clacson ripetuti, soprattutto la mattina presto, quando il traffico è più rado e tutto lascerebbe pensare che fosse più tranquillo: quando mancano i problemi, è il momento giusto per andarseli a cercare.
Ogni tanto si sente l’acqua scorrere: è un rubinetto, una doccia, lo scarico di un water. Chissà cosa pensano di me, che mi lavo intorno alle cinque del mattino.
Smaltiti i suoni che vengono da fuori, c’è il rumore che viene da dentro: un ricordo gradevole, un impeto di rabbia, un sussulto di gioia per un’idea risolutiva.
Ma l’orecchio si apre veramente solo se capta la tua Voce: è allora che intorno si forma un’armonia, e le note più stridenti si trasformano in canto, per miracolo.
Qualcosa che comincia

La fanciulla non è morta, ma dorme. Mi ha sempre colpito questa frase di Gesù. La morte è un sonno. Quindi, per chi crede, la risurrezione sarà come un risveglio.
Quando ci si sveglia, si è sempre intorpiditi. Forse anche allora ci stireremo gli arti, scoprendo di non averne più, perché sarà la nostra anima a lasciare il corpo, a volteggiare nella stanza di casa, o d’ospedale. Il corpo lo riprenderemo, più giovane, più bello, quando lo deciderà l’Alto sul trono, benedetto il suo Nome. Dicono che in paradiso abbiano tutti sui trent’anni, esclusi i bambini.
Eppure, saremo tutti bambini, finalmente, creature nelle mani del Creatore, benedetto il suo Nome. A poco a poco, la nostra faccia smarrita, spaventata, pronta a scoppiare in pianto, si aprirà al sorriso.
Svegliarsi dalla morte, credo, sarà un’esperienza impossibile da dimenticare. La prima parola che salirà alla bocca, che in quel momento non avremo, sarà grazie. Non ci saranno problemi a pronunciarla. Sarà un grazie tondo, sicuro, di quelli che non ti puoi più rimangiare.
Ci guarderemo intorno, con un cuore libero dalla paura e dal dolore. Incontreremo amici, parenti, persone viste una volta soltanto, che sentiremo come gente conosciuta da sempre.
Quando ci risveglieremo, andremo nella piazza d’oro dell’Apocalisse, illuminata dall’Agnello: guarderemo Gesù, anzi, sarà Lui a guardare noi, a farci una carezza. Sarà il segno di qualcosa che comincia, per non finire più.
Parole

Ogni parola ha molte facce. Se dico albero, ognuno pensa a una cosa differente. A me vengono in mente i pini; anzi, più che venirmi in mente, li vedo appena mi volto verso la finestra. Una parola, dunque, è un sipario che si apre su un mondo da scoprire. Dovremmo esercitarci a pronunciare un vocabolo chiedendoci cosa significhi per me, per te, per gli altri.
La parola amore è la più difficile di tutte. Oggi tutto si spaccia per amore, anche la prassi materiale, il semplice contatto fisico: mi piace, quindi è amore. I Padri della Chiesa, che la sapevano lunga, sostenevano che si diventa esseri spirituali quando si scorge, nel volto sfigurato di Gesù crocifisso, il più bello tra i figli dell’uomo. Stare in croce difficilmente può piacere.
Mi torna in mente una poesia di Prévert, Cet amour, in cui le immagini si rincorrono, lottano le une con le altre, contraddicendosi, abbracciandosi, in una unione dei contrari che lascia senza fiato. È una buona introduzione a un tema complesso, che bisogna affrontare, prima o poi.
Per me l’amore è la piazza d’oro di cui parla il versetto ventuno del capitolo ventuno dell’Apocalisse: solo da quel pozzo di luce si può guardare in faccia il buio che ci minaccia, ciò che non ci piace, l’ombra che che ci insidia fino all’ultimo respiro.
Il libro

Non scriviamo mai il libro che vorremmo scrivere. Ma ce lo abbiamo in mente. Lo accarezziamo, lo nutriamo, gli lasciamo spazio quando sembra che ci colga un flash, un’ispirazione inaspettata, quelle che tecnicamente chiamiamo epifanie. Una pagina alla volta, il volume cresce dentro noi, lo correggiamo, facciamo fotocopie metaforiche, rileghiamo il tutto con la colla delle speranze e dei ricordi. È un libro che permettiamo di leggere anche agli altri, a frammenti, in poche righe, che bastino a indovinare il tono, la tensione narrativa. Ogni tanto qualcuno chiede di vederlo tutto, ma questo è impossibile: sono opere da immaginare, più che da toccare o possedere. Si manifestano sotto forma di schegge, brani, lacerti, che vorrebbero esaurire il tema, o almeno centrare l’essenziale, e invece rimandano alla prossima puntata, al mattino del giorno successivo.
La vita è così: vorremmo capirla in una volta, afferrarne per sempre il bandolo segreto, diventarne padroni. E invece dobbiamo metterci alla scuola di Qualcuno che ne sa di più. Il libro che vorremmo scrivere s’incrocia col suo sguardo, si lascia plasmare, parola per parola, finché ci accorgiamo che le dita battono sulla tastiera guidate da una forza che le supera.
Il libro che vorremmo scrivere lo scrive Qualcun altro: ogni mattina ci si siede accanto e sussurra le frasi, l’atmosfera che gli sembra opportuna, la misura adatta a un pensiero, a una preghiera.
Poi tutto è inserito nelle stampatrici, le rotative del cuore, per assumere una forma che non è più la nostra, o meglio, è quella che avremmo voluto, senza mai saperlo, quello, insomma, che siamo veramente.
Il Centro

Loreto è in cima a un colle. Girandole intorno – dall’autostrada, dalle vie che attraversano i paesi, dall’Adriatica -, la scorgi come il segno di qualcosa, una memoria che s’impone o si propone, secondo lo sguardo.
Loreto è Dio, l’Annunciazione, la Santa Casa della famiglia nazarena, una vertigine di Cielo che sconvolge l’agenda mediocre del terrestre. È impossibile pensare a Loreto senza che scombini i progetti ordinari, gli obiettivi che rivelano, in un confronto impari, la loro inconsistenza.
Loreto è anche il segno della Storia, epoche in cui si era costretti a costruire mura per difendersi dai Mori, come allora si chiamavano. Oggi viviamo tempi simili: città, nazioni, continenti sotto assedio, ma nemmeno lo scudo antiatomico basta per proteggersi.
Loreto è lo spirito; il terreno circostante – pieno di ulivi – è la psiche; l’immensa campagna che arriva fino al mare è il corpo. Non puoi fare a meno delle tre dimensioni, ma il centro è la Casa, il punto in cui convergono il ritmo monotono dell’onda, l’oro effimero dei girasoli, i difetti e i pregi, la fragilità e la forza della nostra umanità.
Ogni volta che guardo Loreto, mi ricordo di don Mario: era lui che con fatica, dalle fughe del corpo e della psiche, mi riportava al Centro.
Scarpe

Il Cantico delle creature colpisce perché vede il bello ovunque. Facilmente avviene il contrario: siamo bravi a cogliere difetti, magagne, le mille falle che si aprono nel mondo e ne fanno, ci sembra, una scarpa vecchia, quasi da buttare. Il Cantico afferma il contrario: il mondo è bello, perché Dio l’ha creato, e da Lui non può uscire che bellezza. È una fiducia che i santi conoscono bene, loro che tornano bambini, come chiede il Vangelo. Il bambino non ha difese o maschere: è lì, esposto alla realtà, pronto a recepire quello che gli viene dato. Dio vede il bambino che è in ognuno di noi e fa di tutto per estrarlo dalle macerie dell’adultità. L’adulto, infatti è spesso adulterato, un prodotto in scadenza pronto per finire tra i rifiuti. Una scarpa vecchia, insomma. In questo senso, Dio è un rigattiere che tiene da parte molte cose inutili, inservibili, con infinito amore. Aspetta il momento opportuno per riprenderle in mano, lavorarci sodo, e sposta di qua, incolla di là, spolvera e lucida, alla fine, oplà!, ecco una cosa tutta nuova.
Il Cantico dimostra che persino la morte è una scarpa malridotta che si può risuolare. A patto che desideri davvero riprendere il cammino:
“Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare: guai a quelli che morrano ne le peccata mortali; beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male”.
Angeli

Gli uomini mi rappresentano sempre con le ali, ma io sono puro spirito, quindi non ho ali né braccia né quella veste lunga e bianca con cui non possono fare a meno di pensarmi, tradendo una scarsa fantasia. I terrestri guardano più all’esterno che all’interno: sono attratti dalle belle forme, si perdono nella contemplazione di un’auto o di un gioiello. Noi no, andiamo al sodo, abbiamo un’attrazione invincibile per l’anima.
Siamo per la continuità, per la gioia, per la ricchezza straordinaria dell’infinito da cui proveniamo. L’uomo e la donna valgono per questo. È vero, sono costretti a fare i conti con il corpo, che ha le sue pesantezze, perfino le sue tare, a causa della colpa d’origine. Lottano con la forza deviante del peccato, cercano di farla confluire nell’alveo voluto dall’Altissimo, sia benedetto il suo Nome, di custodirla dall’assalto dell’altro genere di spirito, satana, l’essere malvagio che si traveste da angelo di luce per ingannare il mondo.
Noi, angeli fedeli, non abbiamo vesti bianche né ali: indossiamo l’energia potente del Santo Immortale, sia sempre benedetto il suo Nome. Ricordiamo agli uomini e alle donne, ai vecchi e ai bambini che nessuna conquista, nessun successo, nessun piacere, in questo mondo, è superiore a quella perla di valore inestimabile che è l’anima. Una sola cosa increspa lievemente la nostra eterna gioia: che l’essere umano, spesso, dimentica di averla.
Duetto

La vita è un canto a due voci. L’equivoco, che può protrarsi per anni, sta nel cantarsela da soli, nel modulare all’infinito una voce che magari incanta, convince, sprona a grandi azioni, ma ha quel vizio di fondo: fare da sola.
Il cammino dell’uomo, per usare un’espressione consacrata dall’ebreo Buber, è una ricerca ostinata, a volte disperata, di un tesoro che sta sotto la stufa, nella cucina di casa: è l’immagine geniale con cui Buber ci ricorda che il nostro perderci in rotte sempre più esotiche, strambe e inconcludenti, è una fuga dall’incontro. Gesù lo spiega bene attraverso la sua polemica coi riti: non serve a nulla lavarsi le mani fino al gomito, come facevano i giudei, se si dimentica il contenuto dell’azione, cioè l’incontro, appunto, con Dio.
L’esistenza è un moltiplicarsi di gesti apotropaici, con cui vorremmo attingere a una sorta di salvezza personale. Un giorno, però, sentiamo l’altra Voce, e ne restiamo finalmente presi, affascinati. È l’intimità con Dio, che comincia a trasformare i nostri vizi in virtù. Di queste, la più decisiva è, come s’è detto, non cantare da soli.
La vita è un duetto in cui le voci s’intrecciano, si fondono, fino a diventarne Una più bella, l’unica che davvero ci appartiene.
Il tema

Il tema in classe è un genere letterario intramontabile. L’arte dell’insegnante consiste nel proporre tracce che risveglino, nello studente, la capacità di vedere le cose in modo personale. In questo senso, anche a noi farebbe bene. Gli argomenti non mancano, ma vanno scelti con cura. Ricordo vagamente quelli assegnati da bambino: la mia famiglia, i miei nonni, una vacanza. I risultati erano cronache prive di spessore, una piatta descrizione di tratti neutri e concentrati di abitudini: il padre che lavora, la madre che cucina, litigi o giochi tra fratelli. Pensiamo a come sarebbe diverso, oggi, il nostro svolgimento: ne uscirebbe un romanzo, una saga sul tipo dei Buddenbrock, o dei Guermantes. Questo è il motivo per cui i temi si danno ai piccoli e agli adolescenti, che hanno poco da dire, a meno che non si chiamino Giacomo Leopardi o J. R. R. Tolkien, che scrisse la sua opera prima tra i sei e i nove anni. La vita ci raffina, ci rende più complessi: per questo, oggi, un testo breve può emergere soltanto da minuscole porzioni di mondo. Ma può darsi anche il contrario: affrontare argomenti universali esprimendoli in pochissime parole, come fossimo ancora quei bambini chini sul banco, con gli occhi nel vuoto, alla continua ricerca di una perduta verità.
La vita a cipolla

Uno scherzo interessante sarebbe fingersi una statua – come quelle che si vedono nei centri storici, che prendono vita all’improvviso – e ascoltare i discorsi che si fanno per non essere sentiti. È curioso notare che siamo fatti a strati, come cipolle, e comunichiamo a ognuno una certa percentuale della nostra persona e della nostra storia. È inevitabile, ma crea imbarazzi, distanze, pregiudizi. Se l’altro mi conosce solo in superficie, tra noi ci sarà sempre il mare del non detto, saremo isole da cui scambiamo messaggi in bottiglia che rischiano di perdersi, o peggio, di confondersi tra loro: sono le sabbie mobili dei pettegolezzi, delle maldicenze, in cui il groviglio diventa inestricabile, non ricordi più nemmeno cosa, a chi e in che modo hai riferito. La vita a cipolla è un dato ineluttabile, ma bisogna conoscerne i risvolti perché non faccia lacrimare. Grazie a Dio c’è una statua vivente che ascolta tutto quello che diciamo, e ci assicura che quanto sussurriamo in segreto sarà gridato sui tetti. È la bella trasparenza di Dio.
Operai

Le cose, a volte, vanno male. T’eri fatto un quadro roseo di quella situazione, immaginando che l’armonia fosse perfetta, che tutti vivessero felici e contenti. Poi arriva chi pronuncia la parola inaspettata e che, secondo te, rovina tutto. Una sera avevo celebrato una messa a mio parere ispirata: s’era creata l’atmosfera giusta, come se aleggiasse in chiesa l’aria delle origini, quando tutto era cosa molto buona; ma estraendo dal tabernacolo al centro dell’altare la pisside grande – che al Santuario antico è veramente grande – , ho fatto una mossa impercettibile, sbagliata, e l’enorme coperchio è rotolato giù, fino alla panca che sta accanto al presbiterio, con un rumore assordante che ha infranto ogni incantesimo.
Sono questi imprevisti, le falle che si aprono nella presunta perfezione delle nostre azioni, che ci conducono alla verità degli altri e di noi stessi, ci strappano di colpo all’illusione d’essere noi a produrre qualche forma di bellezza. Come disse San Paolo, siamo solo collaboratori della gioia, umili operai nella vigna del Signore.
Ricordo queste parole dette all’indomani della sua elezione da Benedetto XVI: lui aveva capito, ma noi siamo più tardi, ci accorgiamo solo dopo dello splendore discreto – quello sì, divino -, e oggi sempre più dimenticato, di ciò che definiamo virtù.
Lei chi è

Pensa se non ci fosse Maria. Maria chi? Vedi, ognuno ha le sue priorità. Per me, se non ci fosse Maria, sarebbe un dramma. Sì, ma Maria chi? Mi accompagna in ogni cosa, mi fa sentire amato, mi basta nominarla per sentirmi al sicuro, perché so che qualcuno pensa alla mia vita. Mi difende dai pericoli, mi permette di chiamarla quando voglio, e non si fa aspettare. Mi spieghi chi è questa Maria? Non puoi capire come cambi l’esistenza un incontro come questo: è come se tutto andasse a posto, dopo il disordine imperante e la rassegnazione a vivere nel caos. Sono contento per te, ma vuoi dirmi, per favore, chi sia questa Maria? La penso appena mi alzo: leggo uno dei messaggi che fanno assaporare la bellezza della sua presenza. Sono così semplici che persino un bambino può capirli. Purtroppo, abbiamo dimenticato cosa significhi essere bambini. Tutto bello, amico mio, ma se non mi dici chi sia questa Maria, resto all’oscuro. E soprattutto, mi libera dagli attacchi del serpente. Ma quale serpente? Fai l’incantatore? È l’unica che mi fa sentire in pace. Insomma, vuoi dirmi o no chi sia questa Maria? Comincio ad arrabbiarmi!
È mia Madre, e anche la tua. Ora è più chiaro?
Uova colorate

Chissà perché mi è rimasto impresso l’odore delle uova. Intendo le uova che la maestra Spina ci faceva colorare in prima elementare, anzi, “in primina”, come si diceva. Il cuore seleziona con criteri imperscrutabili. Magari, in quell’odore, c’era qualcosa che cercavo inconsciamente, assecondando una premonizione di quelle consentite a cinque anni, quando il mondo è qualcosa di fantastico che ti viene incontro e tu non sai se abbracciarlo o fuggirne spaventato. A giudicare dalla faccia che avevo da bambino, si direbbe che vincesse il timore. Ma ero forte, già da allora. Combattevo con le armi che il Signore mi aveva consegnato, e che solo più tardi avrei imparato a utilizzare al meglio.
Il mistero della vita è qui: nelle uova colorate che non sai perché ti attirano, né perché l’odore ti sia rimasto impresso fino ad oggi; che ti sfidano a trovare un senso, a inseguire una domanda che solleva paure e desideri, e ciò che spetta a te è guardare e sentire, d’ora in poi, ogni odore, colore, ogni manifestazione bella o brutta, sana o insana della vita lasciando che sia Dio a decidere se prendere o scartare, perché tu sei ancora il bambino con la faccia scura, ma adesso sai che quel combattimento non è il tuo, che un Guerriero più forte lotta insieme a te.
Esercizi

Immaginare fa bene. Chi ci vieta, per esempio, d’intravedere l’odio mutato in amore, il rifiuto in accoglienza, la violenza in mitezza?
Di punto in bianco, quella persona potrebbe salutarti, l’impianto acustico del Santuario sarebbe rinnovato, un progetto di viabilità cancellerebbe gli incubi dell’Ardeatina o della Cristoforo Colombo. Il dittatore coreano, alzandosi dal letto, si scoprirebbe più maturo; le manovre clericali, i sotterfugi, la prassi di farsi le scarpe ad ogni piè sospinto (metafora ardita), sarebbero sostituiti da azioni trasparenti e coraggiose. I mendicanti sarebbero assunti in servizi socialmente utili, i cellulari non squillerebbero al momento della consacrazione, la pia donna intonerebbe il canto con la nota giusta.
Più seriamente, i malati guarirebbero, i giornalisti direbbero la verità, i politici si occuperebbero del bene comune.
Chi vieta di immaginare un mondo senza guerre, università senza baroni, società senza mafie? E perché non sognare miliardari filantropi che abolissero la fame nel mondo, librerie con più clienti dei Bingo, Superenalotto in cui vincessero i poveri?
In fondo anche Dio ha concepito un uomo che sa amare, una natura rispettata, una vita eterna per tutti…
Viaggiare

“Tuttavia non esiste uno stile ben definito, la brevità è la linea guida sin dall’antichità, ma esistono aforismi composti da poche parole (micro aforismi) come ad esempio «Soffrire è produrre conoscenza» di Emil Cioran, fino ad arrivare ad aforismi che potrebbero riempire intere pagine, come quelli di Arthur Schopenhauer”. (da Wikipedia, voce “aforisma”).
Ho chiesto a un amico professore a che genere potrebbero rifarsi le bazzecole che scrivo ogni giorno. Mi ha detto che sono aforismi.
Mi piace concentrare in poche righe un pezzo di mondo, come fosse possibile comprenderlo solo in minuscole porzioni. Forse, mettendo insieme le tessere effimere di un mosaico in corso di realizzazione, ne risulterebbe una verità di qualche peso.
O forse l’aforisma fa pensare gli altri, è un appello a venire allo scoperto, a calare sul tavolo le carte per entrare nel vivo della sfida, per scoprire un altro scorcio, un’inedita e intrigante prospettiva.
E perché non pensare a una sorta di enciclopedia a puntate, stile Wikipedia, in cui ognuno proponga una quota di sapere, nella speranza, sempre frustrata, di giungere all’essenza della situazione, della persona o della cosa?
In mezzo a questa ridda di ipotesi, io seguito a scrivere, condividendo l’intuizione che un mio omonimo ha consegnato a una canzone nomade: per la stessa ragione del viaggio viaggiare.
La loro vera storia

Molti sognano di scrivere il libro che nessuno ha scritto, di dire parole che nessuno ha detto, perché a nessuno interessa il già scritto, o il già detto. Il mondo è pieno di frasi usate, di trame logore, di personaggi apparsi vecchi sulla scena. A volte, si ha la sensazione di recitare una commedia in cui ognuno ha un ruolo ben preciso, che deve rispettare. La mancanza di creatività intristisce, perché siamo a immagine e somiglianza di Dio, il Creativo per antonomasia.
Bisognerebbe prendere Lui come modello, il suo Libro intramontabile. Si obietterà: la Bibbia l’hanno scritta gli uomini; sì, ma ispirati da Lui, com’e chiaro ne “L’evangelista Matteo” del Caravaggio – prima versione – dove un uomo, all’apparenza rozzo, viene assistito passo passo da un angelo che guida la sua mano. Il problema, infatti, non è ripetere parole dette, scrivere cose già scritte, ma lasciarsi visitare, fidarsi, in modo che anche un semplice saluto risulti un evento tutto nuovo.
La Parola di Dio non stanca perché è il dono di una mano che ti fa incidere una lettera alla volta, come accadeva da bambini. Torniamo sempre là: davanti a Dio siamo piccoli che coccola e accarezza, finché non comincino a scrivere, sorprendendo tutti, la loro vera storia.
