Possiamo portare Gesù con noi, dovunque andiamo. Peccato che lo lasciamo sempre là, in attesa di chiamata. È possibile, persino, dimenticare la felicità.
Basta un segno di croce per alleggerire il peso di Gesù. È in agonia fino alla fine del mondo, ma un nostro pensiero, un nostro sguardo, è per Lui un sollievo incomparabile.
Il cielo sembra lontano: anche in aereo c’è sempre un al di là, che sfugge alla presa, che è sottratto al nostro sguardo. Verrà un giorno, tuttavia, in cui il cielo toccherà la terra e ciò sarà – lo voglia Dio – una volta per tutte.
Nell’ora della nostra morte ci sarà Maria a pregare per noi, ma contiamo anche su Gesù, perché il Padre ci accolga nel Suo Nome, per la potenza del Suo sacrificio. Non è teologia, ma vita.
Ci impegniamo per creare bellezza, mobilitiamo le nostre risorse per essere all’altezza della nostra dignità; poi guardiamo il cielo e intravediamo cosa possa essere la bellezza di un’anima.
Gesù desidera il calore del cuore. Da bambini provavamo una grandissima gioia a stare tra le braccia di una persona amata: è questa la cifra della fede, guai a dimenticarlo.
Con Gesù possiamo essere sinceri: meglio il silenzio che dire qualcosa che non viene dal profondo. Tutto ciò che è vero nasce dall’amore: sole o nuvole, è sempre benedetto.
Cerchiamo tante persone e tante cose: con quale risultato? Gesù ci assicura che, quando lo cerchiamo, lo troviamo. Non sprechiamo energie, mettendone in dubbio la credibilità.
Bisogna inventarsi trucchi per la tenerezza: la creatività ci è stata data per trovare sempre nuove vie d’accoglienza e comprensione. Ci alleniamo per arrivare pronti, in Paradiso.
Raccogliersi, per ritrovare Gesù. Finché cerchiamo fuori, il fallimento è sicuro. La verità ha una casa, le strade delle nostre illusioni ne hanno dimenticato l’indirizzo.
La sofferenza ci sintonizza con la lunghezza d’onda di Gesù. Solo se luce e ombra si connettono accade il miracolo della completezza. Non bisogna aver paura di aprire la porta su se stessi.
Non parlare a vanvera: non è un comandamento, ma è essenziale esaminare le parole, prima di rivolgerle alla gente. La povertà evangelica è anche quella del linguaggio.
La vita ha un cuore, e questo cuore è Cristo. Inutile cercare altrove, girarci intorno, perdere tempo con cataloghi ed archivi. Il mercato è pieno di prodotti, ma Uno soltanto è il senso: affrettatevi, prima che l’offerta scada.
Siamo spesso tentati di tagliare corto, di essere scortesi, di reagire al male con il male. Gesù ci chiede il contrario, di essere dolcezza anche per chi ci ferisce o ci danneggia. Così il mondo può cambiare.
Esporsi davanti a Dio come una pagina vuota, perché possa scrivervi la parola perdono. La vita comincia da qui, dicevano i Padri, e credo che avessero ragione.
Se si sta con Gesù, si sta anche con Maria: è nato da quel grembo, non può essere qualcosa di estraneo. E insieme fanno un grande potere, più che sufficiente per trasformarsi in dono.
Dio ci ama, non fatica come noi, chiamati ad accettare innanzitutto noi stessi, come premessa dell’amare gli altri. Dio ci ama, ed è precisamente questo amore a permetterci di scalare i gradini, di percorrere fino all’ultima stazione il viaggio che si conclude in cielo.
È l’amore che rallegra Dio. Come noi ci beiamo alla vista dei fiori in un giardino, così Gesù si compiace di ogni atto d’amore con cui riempiamo il mondo. Il paradiso è a un passo.
Cerchiamo fuori quello che è dentro. Il Cristianesimo è capire questo. Tornare a casa è il principio e il fine della conversione: è allora che non manca più nulla, che nulla può più nuocerci.
In qualche modo, diamo gloria a Dio. Come sia possibile, non so. Forse è il Suo Amore, che antepone a Sé l’indegno. Forse la salvezza è tutta qui, nell’impensabile.
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