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Giovanni IBELLO, Dialoghi con Amin. Recensione di Antonio Fiori

Giovanni Ibello
Dialoghi con Amin
Crocetti, 2022

Introduzione di Milo De Angelis

 


“Il poeta più antico dei nostri giovani poeti”, così definisce Milo de Angelis il nostro
Giovanni Ibello, che ha qui ripreso – e disteso – la breve silloge dal titolo omonimo, edita
nel 2018 quale vincitrice del Premio Città di Fiumicino (all’originale unica sezione di dodici
poesie, ridenominata
Yucatan, si aggiungono – fino a rendere la silloge poematica –
Teorema dei roghi, Be aware of God e Luce cariata dall’avvenire). Nella sua mirabile
introduzione, de Angelis parla di “grande e originale poema notturno” che ci prepara ad
una “pura attesa senza oggetto”, e ci segnala il silenzio come “uno dei protagonisti di
questo libro splendido e irripetibile”.
La voce che tiene il filo del dialogo e del racconto è quella di Giovanni, che non è solo
voce autoriale ma è anche voce rimodulata del Giovanni dell’Apocalisse, peraltro
irriconoscibile in queste nuove e lapidarie asserzioni; egli infatti non solo non crede che
stiamo per rinascere e non ha mai chiesto di essere amato ma contesta Dio radicalmente:
Dichiaro guerra al Cielo, afferma. Giovanni è l’interlocutore di Amin, che invece non ha mai
vissuto bensì solo sognato la vita:
Io sono Amin,/ colui che restò nel noncanto. Amin è
libero perché non può morire, perché non è mai nato, perché può sognare soltanto:
Hai
sognato/ lo scisma dei santi,/ il mistero della cernia ermafrodita./ Hai sognato/ la vergine
delle dune/ e aceto per le antilopi erranti.
I dialoghi condurranno infine al silenzio, alla presa d’atto non tanto dell’insufficienza quanto
dell’inutilità della parola, sia perché inascoltata sia perché è tramontato ormai il tempo
delle parabole e delle profezie (
Di quello che sognavi veramente/ non resta che un
silenzio siderale/ una lenta recessione delle stelle
). Al silenzio si arriva però anche perché
si passa con lucidità in rassegna il tema della morte, il suo senso introvabile e i suoi
strascichi: è la morte che toglie di bocca ogni parola. Trovo emblematico, in tale percorso,
l’omaggio a Maradona nelle quattro poesie poste sotto il titolo
25 novembre, questa la
prima:
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I poeti di trent’anni esordiscono su Poesia, di Antonio FIORI

 

La nuova rubrica di Milo De Angelis apre con Giovanni Ibello

 


Pur apprezzando anche la nuova versione bimestrale della storica rivista ‘Poesia’, mi
chiedevo quanto potesse resistere una rivista letteraria senza rubriche e stabili centri
d’interesse. Continua a leggere

Giovanni IBELLO, Dialoghi con Amin. Nota di Antonio Fiori

Come dice Luigia Sorrentino, il primo verso è un avvertimento ma è anche, in qualche modo, un avvenimento – “La poesia è un lunghissimo addio”, un addio interminabile, che non può tacere se non per sfinimento, se non nella morte. La poesia insomma, proprio cantando “lo smisurato addio” e denunciando l’inumano, tiene viva fino alla fine la speranza di una vita ‘alta’.  Tra le presenze di questo poemetto mi ha colpito particolarmente quella ondivaga di Dio. Continua a leggere

Il distacco della memoria, di Giovanni Ibello

scia celeste
A separarci fu l’incoscienza
la resistenza delle unghia nere
la tensione di una smorfia, le vene
dilatate nella mano, a reggere
il peso del corpo che cede.
Ci ha separato l’incoscienza
perché il distacco non ha memoria:
la mente è troppo vile per restare
mentre il corpo, ancora vivo, si abbandona.
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