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da qui
C’è chi va fino in fondo, anche se fischiano le bombe,
chi perde un amico lungo l’autostrada
dove partire è un po’ morire, dove non basta credere
che serva una giustizia a questo mondo,
e che un giudice è un servo del diritto,
e come tale non si tira indietro
nemmeno se sapesse che il mattino
potrà essere quello senza sera,
anche se quelli che per così dire
governano, ma sono governati
dalla paura sono certi
di rientrare puntuali per la cena,
e se qualcuno pagherà per questo
non è il caso di farla tanto lunga:
c’è sempre un Cristo, un Ghandi, un Borsellino
in via d’Amelio a darsi in pasto ai denti dello squalo,
a farsi in pezzi prima che la notte
giunga. Pater, libera nos a malo.

Più trascorrono gli anni e più cresce la mia sensazione di disagio nel partecipare il 23 maggio e il 19 luglio alle pubbliche cerimonie commemorative delle stragi di Capaci e di via D’Amelio. La retorica di Stato ha i suoi rigidi protocolli ed esige che il discorso pubblico venga epurato da ogni sconveniente riferimento alle travagliate vicende che segnarono le vite di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, preparandone lentamente la morte. Relegando nel fuori scena della storia quelle vicende, questa forma di autocensura consegna così alla memoria collettiva una narrazione tragica e, nello stesso tempo, semplice e pacificata, che si può riassumere nei seguenti termini: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino furono assassinati perché con il loro lavoro di integerrimi magistrati, culminato nelle condanne inflitte con il maxiprocesso, erano il simbolo di uno Stato che aveva sferrato un colpo mortale a Cosa nostra, mandando in frantumi il mito della sua invincibilità. 