Archivi tag: Racconti

Va tutto bene

Alle tre di mattina non era ancora tornata. Prima di uscire mi aveva detto che la batteria del telefonino era quasi a zero. Ragione per cui a un certo punto della notte avrebbe smesso di funzionare.
Un attimo dopo averla sentita richiudersi la porta alle spalle e uscire mi era venuto da pensare – considerando che si trattava della sua prima notte fuori in una città che neppure conosceva – che avrebbe potuto preoccuparsi di ricaricare la batteria nel pomeriggio o durante la cena.
Però lei se n’era dimenticata. Aveva detto proprio così, ‘dimenticata’ aveva detto, senza notare il moto di rilassata indifferenza con cui avevo finto di accogliere le sue parole. Continua a leggere→

La cospirazione delle cose

di Alfonso Nannariello

I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII – IX – X

Non so se mamma, per la sua paura, con mezzo limone e foglie di gelso e fico, si facesse cose per non restare incinta.
Non so con quale formula fu sciolta al parto, anche se a un altro dopo me non diede nome e neanche un corpo intero. Si fece, infatti, aiutare ra na cummàra1 ad abortire ancora.

Ma poi viene una voglia che ti piglia e si ritorce dentro ogni pensiero. Una voglia che non sai da dove viene, ma quando viene piglia.
Per mamma stesso fu un mistero la voglia che le venne di una figlia. Continua a leggere→

Il catino con l’acqua dei peccati

di Alfonso Nannariello

I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII –IX

Qualche giorno dopo aver partorito il primo figlio le nuove madri trasìenn ‘nsant. Letteralmente sarebbe entravano in santo. In pratica significava che andavano a ricucirsi l’imene della santità.
Se la data del parto non era troppo lontana lo facevano il 2 febbraio. Appena fatta un po’ di luce, andavano a messa. A purificarsi come, in quel giorno in cui cadeva la memoria, la beata vergine Maria.
Al rito le accompagnavano le suocere. Mai il marito. Continua a leggere→

Il segno di uno sguardo

di Alfonso Nannariello

I – II – III – IV – V– VI – VII – VIII

Non erano solo le voglie insoddisfatte della madre a difettare i figli.
Forse credendo di danneggiare l’indole di quelli che sarebbero da lui nati, quando si sposò papà smise l’unica sigaretta al giorno che fumava. Ritenendo vero che dagli occhi di una donna incita le immagini degli oggetti avessero il potere di imprimersi sui feti, per non sfigurare il nostro aspetto, cancellò la testa di lupo a capo al letto, da lui dipinta diverso tempo prima. E, per segnare sui nostri corpi la grazia dei loro volti e dentro buoni sentimenti, o solo per incrociare il loro sguardo al nostro destino, al suo posto appese l’immagine di gesso sistemata su una masonite smaltata con un tenuissimo celeste, di una madonna dalle carni rosa avvolta in un manto blu con, sul braccio addormentato, il suo bambino.

A casa fecero tutto per tempo, presero tutte le precauzioni affinché il figlio nascesse sano e, una volta nato, non fosse poi ribelle.
Incorporata l’anima al mio corpo nel corpo di mia madre, la lotta che lei fece, se darmi alla luce morto oppure vivo, mi marchiarono lo spirito al posto della pelle.

Interno coniugale

di Alfonso Nannariello

I – II – III – IV – V – VI – VII

Anche se mia madre era donna di casa, anche se era del ‘26 e papà del ‘13, un poco con lui già si conosceva. Le famiglie avevano la stessa attività e posizione, erano da qualche tempo della stessa “corporazione” di artigiani, dei muratori. Fu certo per questo che quando papà la chiese l’ottenne in moglie.
Mio padre e mia madre si scambiarono gli anelli di fidanzamento, ma non so se con qualche ufficialità, davanti alle due famiglie. Il suo papà lo conservò in un suo tiretto dell’armadio della sua camera, con un suo cappello a falde larghe e delle cravatte che usava allora. Lo teneva in una custodia che sembrava di guscio di conchiglia. Era quadrato con sopra incise le sue iniziali LN. Mamma lo teneva sempre al dito, anche dopo sposata. Lo perse facendo qualcosa in casa. Continua a leggere→

Il primo desiderio

di Alfonso Nannariello

I – II – III – IV – V– VI –

Non che le ragazze aspettassero paurose in casa la minaccia dell’invasore, di quello che sarebbe stato poi il marito.
Se s’erano forse fatte di lui l’idea di un nemico, erano pure cresciute col pensiero che sposarsi avrebbe significato per loro rimediare all’insicurezza di ogni giorno e del futuro. L’uomo che avrebbero sposato lo vedevano, perciò, come il loro personale salvatore. Continua a leggere→

Come un’offerta viva

di Alfonso Nannariello

I – II – III – IV – V

«Solo la morte non torna sui suoi passi». So che non è così. So che non è mai stato vero.

In quel tempo anche chi sposava, senza il filo di Arianna del divorzio, non tornava più dal suo viaggio. A meno che il coniuge non tirasse il freno, a meno che, morendo, non lo permettesse.
Il matrimonio era unico e indissolubile, senza ripensamenti. Continua a leggere→

A fare tutto il giro della musica

di Alfonso Nannariello

I – II – III – IV

Anche se non fu così per loro, anche al tempo del fidanzamento dei miei, ci si conosceva durante un qualche raro ballo familiare.
In città, per poter allargare le loro conoscenze, far scorgere qualche amore e trovare marito, ogni domenica pomeriggio, le ragazze delle migliori famiglie organizzavano in casa un ballo. Da noi, invece, si ballava da mia zia solo una volta all’anno. Alla fine del corso di taglio e cucito, con la radio o il giradischi. Durante quei balli, gli sguardi si fissavano, e poco a poco ci si scambiava le prime parole, cercando di non farsi notare. Ballando ballando nasceva indichiarato qualche amore. Continua a leggere→

Se prendi tre acini di sale

di Alfonso Nannariello

Puntate precedenti  I –  II –  III

Ognuna avrebbe potuto sposare ognuno. E, per il volere di un padre, si destinavano i suoi giorni a chi avesse voluto.

Il dolore collettivo delle due guerre del Novecento, cambiò per sempre i rapporti tra le persone e il modo di vivere. Il matrimonio iniziò a essere fatto per amore, non più per dovere.
Non deve essere stato proprio così da noi. Continua a leggere→

Siete ancora lì?

L’utilitaria è di colore rosso e sta viaggiando su una strada pesantemente trafficata.
La città è immensa. Talmente vasta da essere fatta d’interi quartieri di cui nulla si sa, tranne che hanno un nome e che ci sono migliaia di persone a viverci dentro.
“Poi c’è la cena da Mauro e Sara” sta dicendo la donna al volante. “Domani sera.”
Nell’utilitaria ci sono tre persone. La donna che guida, l’uomo accanto a lei, e un bambino seduto dietro.
L’uomo ha l’orlo delle adidas in equilibrio tra la fine del cruscotto e l’inizio della portiera, il nodo della cravatta allentato, l’espressione rilassata. Guarda di fronte a sé e “domani sera è perfetto” dice, giocando col filo d’aria che dal finestrino gli risale nelle dita. “Portiamo il vino rosso che piace a Mauro.”
Sul parabrezza posteriore è attaccato un adesivo con su scritto “Valtellina 2009, la vacanza da sogno” e un altro in cui si legge “Volcom, materiali per lo sci”. L’auto procede spedita, un galleggiante agile in una colata di lamiere.
“Il ragazzino dove lo dobbiamo portare?” chiede a questo punto l’uomo. Continua a leggere→

Per fare voglia agli sposi

di Alfonso Nannariello

Puntate precedenti  I – II

Non so se il primo piatto al pranzo dei miei furono r cannàzz.

R cannàzz sono un tipo di pasta lunga, quanto i bucatini, ma con un foro molto più largo. Una sorta di grossi maccheroni detti a Napoli maccheroni di zita.
Noi chiamiamo «zita» sia la promessa sposa, sia la ragazza il giorno che si sposa, e «zit» il corrispondente maschile. Chiamiamo «zita» anche la ragazza da marito non ancora maritata, e la zitella, la donna con la pelle che si sgrana arrugginita in ogni sua membrana.
«Zita» una volta deve essere stato un fiore così pieno di grazia che deve essere diventato il simbolo e il nome delle vergini nel corpo e dentro il cuore, un fiore talmente bello che chi sposava una così l’ostentava sulla giacca, al foro dell’occhiello.
Per la festa di nozze il primo piatto erano, perciò, i maccheroni di zita. Continua a leggere→

Sempre

di Elisabetta Bordieri

-Perchè non è possibile?
-Lo sai il perchè.
-No, non lo so, prova a dirmelo.
-Esistono strade impercorribili.
-Ah si?
-Si.
-Credevo tu potessi permetterti altro genere di risposte.
-Ne ho, solo che questa è l’unica ora che puoi permetterti tu.
-Non mi basta.
-Deve bastarti.
-Sei ingiusto.
-Sei lontana.
-Da cosa?
-Dal capire.
-Non voglio capire.
-Lo vedo.
-Ora basta.
-Come vuoi.
-Non è come voglio io ma come vuoi tu! E’ sempre come vuoi tu!
-Le solite accuse.
-Non è un’accusa, è un dato di fatto, guarda cosa hai fatto!
-Forse hai ragione tu, ora basta.
-Sei a corto di risposte vedo…
-Ascolta…
-Si, ascoltare è la mia migliore occupazione, dimmi.
-L’oro si purifica solo con il fuoco.
-Senti, se pensi di parlare con le frasi fatte lascia perdere.
-La sofferenza…
-La sofferenza!? Serve per redimersi? O cosa? Serve per crescere? Ti prego…
-Non vuoi ascoltare, hai già le risposte pronte, le mie non ti servono.
-Tu stai parlando con le parole di altri.
-Beh di altri….Sei tu che stai parlando con le frasi fatte e di altri, non io.
-C’è tanta pochezza in giro.
-Si lo so.

Continua a leggere→

Una spilla d’oro e di smeraldi finti

di Alfonso Nannariello

Puntate precedenti I


Fatta che fu la foto all’uscita dalla chiesa, il corteo nuziale andò a piedi a casa di mio padre, accompagnato dagli auguri della gente uscita sulla porta.

Arrivati a casa, mamma forse ricevette una spilla d’oro e di smeraldi finti. Nel salone e nella cucina mangiarono con i parenti stretti.

Dopo si rassettò di nuovo la parte aperta della casa. Tra un rumore di cose spostate e un poco di fracasso, si preparò il salone per il rinfresco. Si misero le sedie intorno alle pareti. Con fogli bianchi si coprirono le fornacelle dove si sarebbe messa l’orchestrina e, in un angolo della cucina, sotto le scale che andavano da zie’ Lina, si sistemò un tavolo per i liquori e i bicchierini e un altro per le paste fresche e quelle secche, e per i biscotti fatti in casa con anice e coloranti. Continua a leggere→

Per farla figurare

di Alfonso Nannariello

Uno dei fratelli di mia madre, zi’ Ciccìll, voleva la bellavita. Per questo prese un altro corpo.
Quando sua sorella Cïetta sposò, lavorò a Foggia, nella tintoria del marito. Poi si mise in proprio, e la tintoria l’aprì a Calitri. Da allora fu ‘u Tintòr.
Trovato il verso alle sue aspirazioni nelle cose di qualità e di moda, costruì il suo fascino.
Vestiva con cura. Cappelli alla lobbia e abiti attillati, perfetti coi colori cittadini. Capelli sempre ben tagliati, e lucidati con la brillantina. Sotto al naso rettilineo i baffi a spazzola sembravano definitivamente sistemati. Cravatte regimental risaltavano sulle camicie bianche dalle giacche abbottonate alte. Bei fazzoletti uscivano quanto bastava, dal taschino. Continua a leggere→

Imprescindibile – one man show

One man show  di Franz Krauspenhaar tra poesia, racconti, improvvisazioni, forse invettive, forse altro ancora.

Il 9 Luglio venerdì a Milano presso la Fondazione Durini, Sala delle danze, all’interno della mostra “Il Mito del vero/il ritratto/il volto” in via Santa Maria Valle 2 (vicino a via Torino, MM Duomo.)
Dalle ore 21 fino ad orario imprecisato.

FK sarà presente in sala anche fra le 18 e le 20 per due chiacchiere preventive.

Guest star: Fernando Coratelli.

Poi sparse intorno un grido

di Alfonso Nannariello

Il capricorno sfondò per me la porta di un’alba di gennaio. Mamma nel contraccolpo gli cedette. Sparpagliando intorno un grido mi sgravò.

Nacqui un martedì, un giorno dedicato a un dio in guerra. La sera prima, però, il 17, quando si ruppero le acque, era iniziato il carnevale, un tempo che sterra la terra e la rivolta mettendo tutto sottosopra. È in quel momento che i morti ritornano tra i vivi.

Tra l’altro io fui concepito nel mese di aprile, «il più crudele dei mesi», perché «genera lillà da terra morta». Continua a leggere→

Meste e maledette

di Alfonso Nannariello

Mamma doveva aver avuto timore di partorire perché anche sua sorella Lucia, se non ricordo male le cose che diceva, morì in seguito all’unico suo parto, a ventisei anni, quando lei era piccola.

Se zie’ Cïetta, nell’unica foto in cui l’ho vista, avesse avuto il vento di un tulle nero tra i capelli, con quell’abito già nero sarebbe assomigliata a Jeanne Hébuterne, la donna di Amedeo Modigliani, quella che si uccise quando lui morì. Mia zia era bella, pure più di lei. Continua a leggere→

Lettera a Luca

di Mario Gravina

Luca ritirò la posta dalla cassetta delle lettere che, come al solito, la trovò zeppa di pubblicità.

“Vorrei sapere chi li autorizza a deporre nella cassetta della posta tutta questa robaccia”.

“Dici sempre la stessa cosa ogni volta che ritiri la corrispondenza”. Disse Marco ridendo scherzosamente.

“La chiami corrispondenza questa?” Luca allungò le mani verso Marco mostrando un mucchio di cartoline e depliants pubblicitari. E’ tutta carta sprecata, inutile, anzi dannosa. Per produrre tutta questa cartaccia si abbattono intere foreste. A noi lasciano il compito cretino di cestinarla o, per i più informati, raccoglierla per farla riciclare”. Continua a leggere→

Sorrisi di carta

di Alfonso Nannariello

Nella foto di Giovanna con la matrigna c’era anche mamma, che aveva solo un paio d’anni in più.

Erano vicino al mare, durante una vacanza, tutte e due curate nell’aspetto e ben vestite. Giovanna con una veste a fiori, sbracciata e con una collana, mamma con un vestito a maniche lunghe e un bel colletto bianco, come la cravatta.

Mamma sembra un agnello mansueto. Ispira dolcezza e affetto con quel corpo esile e fragile e quella spontanea e naturale inclinazione a reagire all’avvallamento dell’umore e alla debolezza.

Nel breve viaggio tra le sue foto, quella reazione la si nota spesso, a cominciare da quelle che più inclinano alla tenerezza, quella del ‘39 e quella del ‘40, di quando era con la maestra Carola in quarta e quinta elementare, e finire alle altre di quando era molto più grande fatte sotto il cielo di Roma col sole o quello piovoso di Cagliari, o da qualche altra parte in gita con i suoi fratelli.

Ha sempre solo un principio di sorriso. Nonostante si togliesse di torno le cose di ogni giorno e si permettesse qualche svago, mamma sembra sorreggere involucri, scatole e fardelli che non lasciava con il resto, a casa. Sembra portarsi dentro, quasi da sempre, più di qualche peso, qualcosa di doloroso.

Il velo della sposa

di Alfonso Nannariello

Mamma passò la cruna della sua vita all’una di un giorno di febbraio. Usciti dalla chiesa fu fatta un’altra foto, ma ai piedi degli sposi non si vedono coriandoli, né petali di fiori, né chicchi di riso.

A mia madre suo padre di certo non le lanciò il suo, né credo le fece poi gli auguri. Di solito erano le madri a soffrire l’offerta delle figlie date al minotauro del marito. Continua a leggere→