“La spiaggia dei cani romantici”

LA SPIAGGIA DEI CANI ROMANTICI

di Marino Magliani

(da qui)

 

 

 

 

 

Alla fine di febbraio a Lincoln finiva anche l’estate. Con la negra i posti dove farci a pezzi si riducevano a due o tre. Negra solo perché era ordinaria, a Lincoln se uno è ordinario è negro anche se è biondo, ma scura di pelle la negra lo era davvero. Per me era semplicemente negrita e la cominciai a chiamare così prima ancora di impalmarla. Questa parola che sentirete parecchio da qui in avanti non significa mica sposarla, da noi si impalma quando a una donna le si conosce il cuoio, e si scende al presepe.

Non credo che la negra se la prendesse per come la chiamavano, forse perché a Lincoln, come dappertutto, non c’è niente di peggio che incazzarsi se ti danno un nome. E quando lo capisci è tardi.

Quell’anno avevo deciso che sarei andato in Europa. Tolti i dieci mesi trascorsi tra caserma, guerra e ospedale militare, il resto della mia vita era marcato pampa, aveva l’odore delle sgommate e della benzina bruciata sul Falcon del vecchio, per le strade larghe di avenida Rivadavia, a dar di retromarcia contro i pali della luce per vedere se se ne muoveva uno, o quello di borotalco delle carte, le sere passate al club a farmi spellare, e l’odore della negra, quando ho smesso di andare a manuela.

Ventidue anni così, e ogni estate, durante il periodo della raccolta, una settimana di vacanza all’estancia, a centoventi chilometri da casa, tra Lincoln e Chacabuco, dove abbiamo i campi; così il vecchio poteva tenere d’occhio gli asalariados che non ci rubassero il raccolto. Eppure siamo una delle migliori famiglie di Lincoln e la gente come noi d’estate se ne va un mese a Mar del Plata. Ma noi siamo i Dronero, siamo dei pidocchiosi. E lo sanno tutti. Dietro casa il nonno piantava la verdura e papà ha mantenuto l’usanza. A Lincoln non glielo perdonano, per la gente se pianti i pomodori sei un tirchione che non vuol dar vita al verdurero…

E questa è Lincoln.

Dicevo che la negra non si è mai incazzata ma il nome non gliel’hanno tolto lo stesso. Come a me che da bambino mi chiamavano Almeja, ostrica, perché avevo poco collo, poi il collo m’è cresciuto e mi hanno continuato a chiamare Almeja.

In Europa mi chiameranno matado o colgado, che significano entrambi morto di fame, ma ora in Europa devo ancora andarci.

Impalmerò un mucchio di donne in Europa, ucciderò militari inglesi, venderò dragoni ai soldati americani, e molto altro. Così dicono. Sarà vero?

Non ho cominciato dalla soledad di Lincoln per parlarvi di questa storia e della fine dell’estate, ma solo perché quando muore l’estate in Sudamerica ne comincia una in Europa. E poi anche da voi, certamente, i posti più tristi non sono mica quelli turistici, i litorali pieni di gelaterie e spiagge che a un certo punto restano deserti, ma i posti come Lincoln dove tutto finisce, anche l’estate, senza mai iniziare.

Eppure a Lincoln, credete a me che non ci torno da mille anni, e non so neanche più se ci sia ancora qualcosa che si chiama così, avvengono lo stesso delle cose speciali che fanno dire addio all’estate. Non parlo dei bambini che un giorno rivanno a scuola, o del primo vento tra gli alberi del parque o della chiusura della piscina pubblica, ma dei chicos piola, la banda di perdigiorno nata e cresciuta in queste strade che alla fine di febbraio, regolarmente, ogni anno, riattraversa la pozzanghera ed emigra in Europa.

Un giorno questo me l’ha detto anche mio padre, con quel tono severo e misurato che usa quando crede d’inventare qualcosa di importante per l’economia argentina: «L’estate, Almeja» mi chiama così anche lui, «a Lincoln termina quando spariscono dalle strade i chicos piola».

Dovete sapere che questa dei chicos piola (significa «i ragazzi all’occhio» e sono una decina in tutto) è una cosa nata solo qualche anno fa: e da allora, quando i chicos piola tolgono le tende, la gente vive la loro partenza come un cambio climatico.

Rumbo Europa. Fanno Baires-Madrid-Las Palmas. Si fermano marzo e aprile a Playa del Inglés, Gran Canaria, o a Tenerife, o a Lanzarote, e a maggio si trasferiscono a Lloret de Mar, sulla Costa Brava.

Vivono praticamente di notte e d’estate, pare, e si mantengono lavorando nelle discoteche.

Cosa facciano in realtà lo scoprirò fra poco.

Una cosa è certa: ce li ritroviamo ciclicamente a Lincoln a novembre, con il primo caldo australe, e allora siamo tutti lì che ci facciamo dire com’è andata, quante ne hanno impalmate, gli scoli che hanno preso.

E chiediamo loro di farci registrare la musica nuova e mostrarci come si balla quest’anno in Europa.

[l’incipit del nuovo romanzo di Marino Magliani, pubblicato da Instar Libri]

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Informazioni su giovanniag

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976), è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore del libro di viaggio "Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa" (Fusta Editore, 2020) e del romanzo psicologico "Viale dei silenzi" (Arkadia, 2019), ha anche preso parte al romanzo collettivo "Il postino di Mozzi", a cura di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia, 2019). È inoltre autore di una quadrilogia di romanzi distopici sul tema del crollo di internet e della società del controllo ("Sentieri di notte", "Partita di anime", "La casa degli anonimi" e "L’ultimo angolo di mondo finito", editi da Galaad tra il 2012 e il 2017 e in prossima riedizione in volume unico), in parte pubblicata anche in spagnolo e in polacco e in prossima riedizione in volume unico. Ha scritto, curato e tradotto vari libri sulle opere di J.R.R. Tolkien (su tutti, "Tolkien. Light and Shadow", opera bilingue italiana-inglese, ed. Kipple, 2019), e tradotto o co-tradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño ("Bolaño selvaggio" a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, ed. Miraggi, 2019, tradotto insieme a Marino Magliani), oltre a libri di Jorge Mario Bergoglio, Kamala Harris, Arsène Wenger, Amir Valle e Peter Straub. Ha partecipato a numerose residenze letterarie e reading in Europa e negli Stati Uniti, e traduce da inglese, spagnolo, francese e portoghese, oltre a parlare il polacco. I suoi contributi critici sono disponibili sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia, di Luigia Sorrentino” e “Postpopuli”. Insieme alla giornalista Valeria Bellagamba, ha creato e gestisce la pagina Facebook "Anticorpi letterari", con interviste in diretta video a protagonisti del panorama culturale italiani e internazionale. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com.

8 pensieri su ““La spiaggia dei cani romantici”

  1. matteotelara

    Ottimo inizio Marino. Pochi capoversi e già sei teso tra due continenti, un passato, una storia, un soprannome e un futuro che odora di guerra.
    Mi piace anche il titolo.
    Lo leggerò.
    In bocca al lupo.

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  2. giovanniag

    “I litorali pieni di gelaterie e spiagge che a un certo punto restano deserti, ma i posti come Lincoln dove tutto finisce, anche l’estate, senza mai iniziare”.

    In passato ho sentito dire che Marino Magliani è scrittore che canta la Liguria. Trovo che queste parole, così asciutte e liriche, dimostrino che la sua sensibilità letteraria si apre su un universo molto più vasto. E già sento l’ombra simpatica di Bolaño che aleggia… Prossimamente lo incontreremo in pagine sudate, e sarà come incontrare uno di quei chicos che facevano la sponda tra i due mondi.

    A presto.
    Giovanni A.

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  3. giovanniag

    Chiedo scusa, naturalmente era la “spola”. Ma in fondo anche la “sponda”. Come palline che rimbalzavano sul bordo dei due continenti.

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  4. riccardo ferrazzi

    La prosa di Marino è semplicemente magica: unisce precisione e concisione e ti incatena all’argomento che ha scelto lui. Non sono mica in tanti ad avere questa dote. In Italia forse soltanto lui.

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  5. Paolo Cacciolati

    Un inizio molto intrigante. E Instar si conferma un salotto piccolo ma buono di grandi scrittori.
    Felice di poter ritrovare Marino, anche in libreria.

    p.

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  6. Mario Bianco

    L’ho finito ieri.
    E’ un gran buon lavoro!
    La Liguria, la Costa Brava, Apricale e Seborga visti da intensi,
    singolari occhi estranei, come stranieri.
    E una lingua mixta: proprio, ed anche, da tano e chico piola.

    E lo presenteremo, qui a Torino, il 16 febbraio, alle 18, presso la biblioteca Shahrazad.
    Sarà bello reincontrarci e parlarne

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