Rita Pacilio, “Pretesti danteschi per riflettere di sociologia”

Recensione di Francesco Improta 

Rita Pacilio, Pretesti danteschi per riflettere di sociologia (ed. Guida)

Che Dante possa aver offerto spunti di riflessioni per una scienza decisamente moderna come la sociologia, la cui data di nascita si suole far risalire al 1824 (A. Comte), non deve meravigliarci più di tanto. Nell’Alighieri, infatti, è tale l’intensità del sentire, non disgiunta da una straordinaria e incomparabile ampiezza culturale, che bene ha fatto Rita Pacilio, sociologa, poetessa, operatrice culturale nonché editrice, a utilizzare per queste sue divagazioni psico-sociologiche alcuni versi del grande Fiorentino, di cui tra l’altro quest’anno si celebra il settecentesimo anniversario della morte. I versi, come si evince dal titolo, sono pretesti che assumono il valore di guide orientative per i lettori, chiamati a confrontarsi con temi e argomenti concernenti la loro sfera psicologica e il loro comportamento in società.

Gli argomenti sono in tutto venti, di cui alcuni suggestivi e accattivanti – Il poeta è lo psicologo dell’ombra, La malattia ci fa smarrire l’anima, Lode alla vecchiaia, L’infinita bellezza della luce – altri, forse un po’ ostici per i non addetti ai lavori, ma sempre adeguatamente analizzati e approfonditi. Molto spazio viene concesso all’altruismo o comportamento prosociale, teso al beneficio degli altri, ma dettato da motivazioni diverse anche se le conseguenze di un atto altruistico risultano benefiche e per chi riceve l’aiuto e per chi l’aiuto lo offre; quest’ultimo, infatti, avvertirà una riduzione dello stress emotivo, l’insorgere di una calma psicologica e l’aumento dell’autostima. Mi ha lasciato alquanto perplesso, invece, la scelta del sonetto dantesco Guido, vorrei… sarebbe stato preferibile, a mio avviso, trattandosi di altruismo, di empatia ricorrere ai vv. 73-75 del XVII canto del Paradiso: Ch’in te avrà sì benigno riguardo, // che del fare e del chieder, tra voi due, // fia primo quel che, tra gli altri, è più tardo.

Nel secondo capitolo, intitolato Arte, misticismo e psicologia della percezione, la Pacilio, dopo aver ribadito la funzione sociale dell’arte, che trasmette informazioni “non sempre prevedibili e manifeste”, si sofferma prevalentemente sull’arte astratta (Klee, Mondrian, Kandinsky) che si astrae dal reale per far emergere la spiritualità di cui il mondo è intriso. L’arte – sostiene Klee – non riproduce il mondo visibile ma lo rende visibile. Al raggiungimento di questo obiettivo collabora la psicologia della percezione che nell’Europa centrale nasce nello stesso periodo dell’arte astratta. A introdurre questo capitolo ci sono i versi famosi che Dante pone in bocca a Oderisi da Gubbio nella cornice dei superbi e che alludono alla fugacità della fama terrena (il mondana rumore) paragonata a un fiato di vento. Nella nota in calce si rileva una palese inesattezza: Dante non può aver conosciuto Oderisi da Gubbio nel 1268 o nel 1271, avendo in quegli anni rispettivamente 3 e 5 anni. Anche sul conservatorismo linguistico ed artistico di Dante sarei molto più cauto; egli, pur rappresentando la sintesi del Medio Evo, è per molti versi un uomo del Rinascimento, basti pensare alla figura di Ulisse o al valore attribuito alla cultura, al volgare e alla sua dinamica funzionalità.

Per ragioni di opportunità e per mancanza di tempo sorvoliamo sui capitoli concernenti la vergogna, i sensi di colpa e i bambini che non vogliono vivere, che pure offrono interessanti spunti di riflessione e passiamo, invece, a quei capitoli citati all’inizio partendo dal poeta che è lo psicologo dell’ombra. Da sempre l’uomo è attratto dall’ombra e da quella fisica che il suo corpo proietta quando è colpito dai raggi del sole (io mi volsi dallato con paura // d’essere abbandonato, quand’io vidi // solo dinanzi a me la terra scura. VV19-21 Purg. Canto III) e da quella che rappresenta il lato oscuro della vita cosciente dell’uomo e che G. Jung definisce sotterraneo dell’anima, in questo secondo caso non è Dante a venirmi alla mente ma F. Dostoevskij con Memorie dal sottosuolo. In molte culture l’ombra è associata a paure socioculturali e ancestrali, per i poeti invece è spesso il luogo della rinascita da nutrire con fantasie ed emozioni. Essa, una volta acquisita una conoscenza positiva dell’oscurità, può essere riconosciuta come il nostro doppio, l’autrice cita, a buon ragione, il popolare romanzo di R. L. Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e di mister Hyde, io vi aggiungerei Il Sosia di F. Dostoevskij, il film di Bernardo Bertolucci, Partner, e questi bellissimi versi di Eugenio Montale:

Ah l’uomo che se ne va sicuro, // agli altri ed a se stesso amico, // e l’ombra sua non cura che la canicola // stampa sopra uno scalcinato muro! (Non chiederci la parola)

L’ombra diventa, nell’età adulta, una macchia, il nemico, un ambiguo doppio di sé, che si annida dentro di noi e che solo la poesia riesce a restituire alla sua integrità nonché alla sua verità.

I versi che fanno da pretesto a queste lucide riflessioni sull’ombra (l’ossimoro non è casuale, tutt’altro) sono quelli magnifici che Dante pone in bocca a Papinio Stazio a colloquio con Virgilio, al quale il poeta napoletano riconosce il merito di averlo avvicinato alla poesia (la fonte Castalia) e alla religione; va osservato, però, che questo incontro avviene nel XXII canto del Purgatorio e non nel XII.

Il capitolo successivo prende in esame un tema di grande attualità in tutta la cultura del Novecento, laddove la malattia era vista come un’esenzione dagli obblighi e dai doveri, oltre che un escamotage per ottenere attenzioni e “carezze” da parte dei propri cari e dei propri amici. Per la Pacilio la malattia è dovuta alla nostra fragilità e alle forze malefiche e antagoniste che determinano la perdita dell’anima e la creazione di un vuoto interiore che si può colmare con una fede o con una speranza incrollabile nella vita. “La salvezza – sostiene l’autrice – è nell’azzurro elementare, nelle piccole e splendide vocazioni all’amore, all’amore delle cose, ai momenti che stupiscono”. Questo vuoto, però, può anche essere inteso come scollamento, distacco totale e definitivo dal reale, perdita della sensibilità e delle forze positive e allora si può precipitare nell’indifferenza e intraprendere la via dell’autodistruzione, una strada senza ritorno. Non è un caso che i versi preposti al capitolo siano quelli celeberrimi pronunciati da Pier Delle Vigne nella selva dei suicidi. Va osservato che nella nota conclusiva si rileva un’altra inesattezza, che, come le altre presenti nel testo, non è imputabile all’autrice ma alle fonti da lei citate. La profezia di Celeno, regina delle Arpie si avvererà nel momento in cui i Troiani toccheranno le sponde del Lazio e per tacitare i morsi della fame saranno costretti a mangiare “le mense”.

Prima di concludere questa mia breve disamina del libro di Rita Pacilio mi sembra doveroso un rapido accenno al capitolo intitolato Lode alla vecchiaia, che per molti versi mi ha richiamato alla mente il De senectute di M. T. Cicerone. I vecchi, che nella società delle tecnostrutture sono considerati, al pari dei malati, dei pesi inutili e costosi, e relegati in ospizi inospitali (ancora una volta l’ossimoro è fortemente voluto), sono in realtà i custodi della tradizione, che non può e non deve essere cancellata con un colpo di spugna, e hanno un’autorevolezza in virtù della loro esperienza e della loro saggezza. Afferma l’autrice: “Il vecchio, dobbiamo ricordare, è il custode del rituale, della simbologia, non un frutto marcio da scartare ma un frutto maturo che conserva i valori della sua cultura”.

Siamo giunti, senza logicamente averne esaurito gli spunti e le tematiche, alla fine di questo libro con cui Rita Pacilio si propone di “frugare” tra gli atteggiamenti psicologici e i comportamenti sociali dell’individuo nei confronti dei suoi simili e della società in cui vive. Un’operazione che porta avanti senza presunzione o pedanteria, basandosi sulle proprie conoscenze ed esperienze umane e culturali, servendosi per di più di un linguaggio semplice ma mai banale, e ricorrendo talvolta al contributo di sociologi, psicologi di chiara fama, le cui citazioni impreziosiscono il testo.

Lettura sempre agevole a dispetto degli argomenti trattati e di grande interesse culturale e umano.

Francesco Improta

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Informazioni su giovanniag

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976), è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore del libro di viaggio "Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa" (Fusta Editore, 2020) e del romanzo psicologico "Viale dei silenzi" (Arkadia, 2019), ha anche preso parte al romanzo collettivo "Il postino di Mozzi", a cura di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia, 2019). È inoltre autore di una quadrilogia di romanzi distopici sul tema del crollo di internet e della società del controllo ("Sentieri di notte", "Partita di anime", "La casa degli anonimi" e "L’ultimo angolo di mondo finito", editi da Galaad tra il 2012 e il 2017 e in prossima riedizione in volume unico), in parte pubblicata anche in spagnolo e in polacco e in prossima riedizione in volume unico. Ha scritto, curato e tradotto vari libri sulle opere di J.R.R. Tolkien (su tutti, "Tolkien. Light and Shadow", opera bilingue italiana-inglese, ed. Kipple, 2019), e tradotto o co-tradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño ("Bolaño selvaggio" a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, ed. Miraggi, 2019, tradotto insieme a Marino Magliani), oltre a libri di Jorge Mario Bergoglio, Kamala Harris, Arsène Wenger, Amir Valle e Peter Straub. Ha partecipato a numerose residenze letterarie e reading in Europa e negli Stati Uniti, e traduce da inglese, spagnolo, francese e portoghese, oltre a parlare il polacco. I suoi contributi critici sono disponibili sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia, di Luigia Sorrentino” e “Postpopuli”. Insieme alla giornalista Valeria Bellagamba, ha creato e gestisce la pagina Facebook "Anticorpi letterari", con interviste in diretta video a protagonisti del panorama culturale italiani e internazionale. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com.

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