
Facciamo mille cose, siamo tanto impegnati, tutti presi dalle molte faccende, come Marta. Non che non sia importante, qualcosa varrà, ne siamo certi. Ma un dubbio permane: dov’è Dio?
Mi ha sempre colpito un passo di san Paolo: noi abbiamo il pensiero di Cristo. Per pensare bisogna fermarsi; fermandomi incontro me stesso; se intravedo la mia verità, vedo anche Gesù, e comincio a pensare come Lui.
Archivi autore: fabrizio centofanti
Uno di famiglia

Da che mondo è mondo, a Dio si è parlato con formule o gesti rituali. Per questo Gesù non ha voluto propinarne altri, e ha insegnato una preghiera che più semplice di così non ci può essere: quattro invocazioni, che nel Vangelo di Matteo, già più ecclesiastico, diventano sette.
Il Figlio di Dio vuole essere trattato come uno di famiglia. Se continuiamo a interpellarlo in codice, nel gran giorno ci dirà: “non vi conosco”.
Luigi Maria Corsanico legge Sergej Esenin. 4
Ciò che può essere

C’è un film che mi ha sempre affascinato, Il cielo sopra Berlino, di Wim Wenders: il soprannaturale che scende sulla terra, la presenza che tutto comprende, supera gli ostacoli, vola, parla all’orecchio, attrae, guida, consola. Il contraltare è un mondo senza Dio: greve, incosciente, incapace di dire un Padre nostro.
La potenza della preghiera si staglia su uno sfondo grigio, informe, sgangherato: il cielo sopra Berlino, Roma, New York, è la bellezza che rovescia il mondo, che lo rende ciò che può essere. Che, anzi, è.
L’intenzione

L’intenzione conta: il mio don Mario diceva sempre che lo spirito è questo. Non sono decisive l’entità dell’opera, la visibilità dell’azione, ma il perché, che è una realtà potente. Anche un gesto semplicissimo può salvare un’anima, se è fatto a tal fine. Ciò non glorifica il mio atto, ma la generosità di Dio, il suo amore così gratuito da restare invisibile.
Questo mondo e l’altro

Vale la messa? È una domanda che il sacerdote si sente rivolgere più spesso di quanto si creda. Sono arrivato al Credo, a metà omelia, all’offertorio: è valida la messa? Dentro ti fai ragionamenti che, per fortuna, il fedele non ascolta. Lui, o lei, non sanno che il Cristo vuol essere l’unico, il solo, senza alcun rivale. Se lo può permettere, perché è amore assoluto, purissimo, gratuito. Più è l’unico, più gli altri sono accolti; più è esclusivo, più include questo mondo e l’altro.
Il trasformatore

A volte abbiamo l’impressione che manchi poco per essere felici, per riempire la vita: poi, regolarmente, perdiamo l’occasione, ci sfugge il bandolo, cominciamo da capo. Qual è il segreto, come fare per dare una svolta a ciò che sentiamo vicino e al tempo stesso inafferrabile?
La soluzione è semplice: offrire, fare ogni piccola cosa per Gesù. Lui è un trasformatore inarrestabile: prende i gesti compiuti nel tempo e li restituisce come eternità.
La scuola delle immagini

L’immagine ha una forza intrinseca, perché risveglia, stimola, arricchisce. Per questo sarebbe essenziale una scuola del saper vedere. Chi insegna l’attenzione ai dettagli, lo sviluppo della capacità simbolica, l’esercizio all’interpretazione personale?
Gesù, maestro di comunicazione, parlava per immagini: la perla, la pioggia, il sole; il pastore, il mercante, la massaia. Per questo è felice se, davanti al nostro tavolo, nel luogo in cui ci fermiamo per pregare o meditare in silenzio, campeggia il Santo Volto. Guardiamolo negli occhi, fino a sentire una domanda che affiora sulle labbra dipinte, eppure vere: mi ami?
Sul monte

Tendiamo a stare comodi: scoperta una formula, vorremmo replicarla all’infinito, assumerla per sempre, farne un’etichetta buona per tutte le stagioni.
In realtà, la vita è un’altra cosa: è crescere momento per momento, non permettere mai al corpo, alla psiche, allo spirito, di pensare o di dire: decido di fermarmi qui. Facciamo tre tende, chiese Pietro a Gesù, sul monte della trasfigurazione. Ma non si può: di strada ce n’è tanta, rimbocchiamoci le maniche e partiamo.
Di troppo

Il segreto della vita è un fondamento stabile. Quando manca, siamo colti da paure, ansie, turbamenti. L’insicurezza dipende dall’assenza di un centro, di una stella polare, un punto intorno al quale ruoti la realtà. Se questo punto fossimo noi stessi, saremmo messi male: nonostante le arie di autosufficienza, siamo figli, creature, dipendenti. Se invece è il Cristo, non dobbiamo temere tempeste o cataclismi: è la roccia incrollabile, ben rappresentata nel finale del discorso del monte.
Se Gesù è il fondamento, possono esserci momenti in cui è di troppo? È un bel tema per l’esame di coscienza.
Luigi Maria Corsanico legge Charles Bukowski. 2
Risposte

Il politicamente corretto richiede che si eviti di parlare di Dio, o se ne parli in modo naïve, per guarnire con una spruzzata di cielo una terra che vuol fare da sola. Io, allergico a correttezze simili, ne parlo sempre e in modo specifico, per non equivocare. Sono convinto che il nome di Gesù faccia miracoli: lo senti per sbaglio e basta per cambiarti. I monaci avevano un libro chiamato Antirrheticos: una risposta biblica per ogni tentazione. A chi difettasse di memoria si raccomandava di pronunciare il nome di Gesù, capace di scacciare ogni demonio.
Il peggio

Dal cuore alle labbra il viaggio è breve. Pensiamo di avere tempo e modo per deviare, rimandare, occultare, ma se un pensiero si fa strada nell’anima, e gli diamo il benestare, diventerà parola. A volte non basta una vita per capirlo. Dobbiamo fare uno sforzo per divenire consapevoli di un meccanismo inevitabile: se non applico quella che il Vangelo definisce vigilanza, finirò per estrarre, da dentro, il peggio di me stesso.
Qui a Roma

Uno dice: va bene, mi metto davanti al volto di Gesù; e poi?
Ci vorrebbe una guida, un formulario delle frasi corrette da rivolgere al divino, una sorta di galateo delle buone maniere, un vademecum che ci eviti gaffe, o spiacevoli incidenti. Col Figlio di Dio, non si sa mai.
Se sapessimo che il Cristo vuole solo intimità, fiducia, rinuncia a qualsiasi meccanismo di difesa; che non è minimamente interessato, in questo caso, alle questioni formali, allora sì, cominceremmo a pregare come piace a Lui. Ma noi siamo duri, resistenti. Qui a Roma si dice: de coccio.
Rabindranath Tagore

La grande gioia di Tagore
di Giovanna Menegus
Il mondo è nato
dalla grande gioia,
il mondo è conservato
dalla grande gioia,
e nella grande gioia
entriamo dopo la morte.
*
Ogni mattina al benefico tocco della luce
Ricevo dell’esistenza il dono –
[…] Continua a leggere
Siamo un popolo

Rimproveriamo i capi dei giudei, perché hanno fatto condannare Gesù; rimproveriamo la folla urlante, perché si è fatta trascinare nel rifiuto; rimproveriamo Pilato, per essersene lavate le mani; i soldati, per aver percosso e schernito il Nazareno. Rimproveriamo quelli che lo hanno abbandonato, tradito, facendone ciò che hanno voluto, sebbene il Cristo si fosse dato loro totalmente.
Ma anche oggi si dona, nell’eucaristia, e ne facciamo ciò che vogliamo: negligenti, distratti, indifferenti; pensiamo a tutto, tranne che al suo dono generoso, totale. Siamo un popolo di dura cervice, ora come allora. Ma a qualcuno, Gesù, toccherà il cuore.
Brian Panowich, quando la paura diventa leggenda

Bull Mountain è una giogaia della Georgia del nord sulla quale da decenni dominano i Burroughs, una stirpe di illustri disprezzatori della legge, colmi d’orgoglio fino alle orecchie. Nel precedente romanzo di Panowich, Bull Mountain appunto, abbiamo conosciuto i vecchi Burroughs, Cooper, suo figlio Gareth e i nipoti Halford e Clayton: di questi ultimi, Halford, dopo la morte del padre, ha preso in mano le redini del clan, mentre Calyton è diventato lo sceriffo di Waymore Valley, un pugno di case ai piedi di quel monte ‘sacro’ in cui le generazioni dei Burroughs si sono adattate a sempre nuovi commerci, quello clandestino del whiskey, poi della marijuana e delle metanfetamine, preparate in vasche da bagno dentro a capanni disseminati nel bosco, dentro a cui “ci lavoravano dei veri bastardi”. Continua a leggere
Servire Dio

A volte, tocchiamo con mano la mediocrità. Le giornate ci sembrano inutili, come se, impegno dopo impegno, il fare ci svuotasse, anziché riempirci. Gli altri ci ignorano, o ci sono ostili; le incompetenze superano le competenze, ci sentiamo inadeguati. Gli anni passano, la debolezza cresce, ci pare che tutto si inoltri verso il nulla.
Eppure una via d’uscita ci sarebbe. Prendo a caso dal deposito dei santi, che qualcosa della vita hanno capito. San Leonardo da Porto Maurizio dice questo: Oh, che gran verità abbiamo per le mani! Badate: noi siamo nati per servir a Dio. Che gran parola!
In effetti, se comprendessimo questo dettaglio, l’esistenza cambierebbe aspetto, per miracolo.
Confidenzialmente

Se Gesù potesse lamentarsi, ne sentiremmo delle belle. Non credo che avrebbe da ridire su qualche sbavatura rituale o normativa, anche se la dottrina e il rito continuano a essere fondanti – e forse proprio per questo, oggi, vengono così demonizzati (sarà il demonio che li demonizza?). Penso che Cristo sarebbe addolorato per il fatto che non ci confidiamo, che non gli raccontiamo come va la vita, ciò che ci ferisce o ci consola. “Vi ho chiamati amici”, dice; ma noi teniamo le distanze, timorosi che rompa le uova nel paniere, che, se gli diamo un dito, si prenda tutto il braccio. Così Lui rimane là, a guardarci come chi si aspetta, da un momento all’altro, che qualcuno si decida a sbottonarsi.

