Archivi categoria: Fabrizio Centofanti

27. L’immagine

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Non che tutti i problemi fossero risolti: restavano residui di senso di possesso e gelosia, l’umanità che urla nei fatti concreti della vita, quando il bene sembra messo a repentaglio e si viene lambiti da un senso acuto d’inadeguatezza, dalla paura che assume volti e nomi e ti fissa con piglio minaccioso. Continua a leggere→

25. Pietra miliare

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Una mattina eravamo ai ferri corti: lei fermamente intenzionata a mantenere un contegno distaccato, reprimendo ogni minima traccia di affetto o tenerezza; io che sondavo il terreno per capire cosa fosse accaduto, quali affronti avessero causato una condotta così dura. Continua a leggere→

24. Bruttezza

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I dialoghi tra noi si facevano più fluidi, ci capivamo meglio; la verità delle nostre paure e dei nostri desideri emergeva senza suscitare attriti o incomprensioni; le parole s’inseguivano non più per sprofondare negli stessi gorghi, ma per giungere a una meta condivisa. Continua a leggere→

18. Amati

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La svolta spirituale era avvenuta: me lo sentivo, e le mail lo confermarono. Il Signore lavorava, trasformando il nostro cuore, sintonizzandolo ogni giorno di più col suo Progetto. Anche gli apparenti passi indietro erano scrolloni temporanei, che abbattevano i muri residui di separazione. Più si scendeva nel profondo, più diveniva necessaria una delicatezza nuova di gesti e di pensieri. Non era più ammessa l’approssimazione, che a volte dipendeva soltanto dallo stress, da una vita parrocchiale complessa e faticosa. Era chiaro che la Pasqua compariva in primo piano, ci invitava ad accogliere il sacrificio della volontà non come perdita o diminuzione, ma come epifania di orizzonti sconosciuti, scenari inediti di gran lunga più attraenti di quelli sperimentati fino allora. Era questo che mi dava forza, di fronte all’assedio di questuanti al limite della delinquenza, di beghe, apprensioni e controversie d’ogni ordine e grado. Stavo approdando alla tanto sospirata indipendenza dello Spirito, che non era cinismo o indifferenza, ma certezza che al di sotto delle acque agitate permanesse la calma inalterabile della pace di Dio. Erano queste le parole che tornavano ogni volta nelle mail: vi lascio la pace, vi do la mia pace, come se il massacro del venerdì e il silenzio del sabato santo fossero ancora travasati nell’aura rarefatta e luminosa dell’alba della domenica mattina, e lei si avvicinasse come un’altra Maddalena, per capire se il giardino del Risorto fosse l’Eden progettato per noi dai secoli dei secoli, come niente accadesse che non fosse previsto o prevedibile da un Dio che assisteva commosso all’agonia di un passero. E noi, che valevamo più di molti passeri, ci sentivamo amati come mai ci era accaduto nella vita.

16. La mano del Signore

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Dopo l’ offerta per i sacerdoti, non riuscendo nell’intento di farmi desistere, il demonio mi disse: ma chi te lo fa fare? Non vedi che il tuo Dio mi consente di darti il tormento, se segui questa strada? Questo è il tuo Dio, questo è il suo amore tanto sbandierato! Continua a leggere→

La poesia e lo spirito

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L’ultimo giorno ha qualcosa di strano:
l’idea di abbandonare, di venire
traditi da qualcosa, o da qualcuno.
La montagna è sempre lì, la superficie
dell’acqua si scompone ancora in righe
minuscole, le foglie della felce
annuiscono al vento, nella fede
semplice delle cose che rimangono
quello che sono. È questo l’argomento:
il divenire dell’uomo plasmato
dallo Spirito, che lascia qualcosa
ed è lasciato, che trova la vita
perdendola, che ama abbandonato,
poesia che nasce solo dalla prosa.

Spirito

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La massa delle nubi s’è addensata sul golfo,
tentando di violare la purezza
del cielo di Sirolo. Nella lotta
fra la tenebra e il sole, la campana
della chiesa rinfranca la falange
dei piccoli, la folla dei questuanti,
sorpresa tra il Mar Rosso e il faraone,
l’occhio spento dell’odio e la passione
dell’Uomo, che si curva lungo il Golgota
del tempo. Sarà solo un accidente
del caso, un ghiribizzo del destino,
ma la massa di nubi se n’è andata,
trascinata dal Vento, alzato in volo.

Fiuto

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Metànoia, diceva, non significa
cambiare, bensì spingere più in là
lo sguardo, decifrare la realtà
profonda di ogni cosa. Per esempio,
l’andirivieni di formiche rosse
sul bordo del terrazzo, l’esplorare
con pazienza il terreno, sasso dopo
sasso, monitorare un buco, un angolo,
dove si annida la mollica, il torsolo
di mela da spolpare. Anch’io ricerco
in te la piega giusta, il punto dove
fiuto la traccia di fiducia, il ponte
d’aghi di pino, aereo, che ci allaccia.

Cambio di scena

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Non ci fu mai un confine così netto
tra le fasce di mare, come oggi:
una linea di schiuma, come a riva,
come ci fosse un altro mare, là,
oltre il muso del Conero. Tremolii
di luci sulla superficie azzurra
ricordano da dove viene il tempo,
lo spazio, e questo fremito improvviso
che è la vita con te. Se quella fascia
divisa dalla schiuma è la membrana
che filtra la pioggia, la luce bianca
dello Spirito Santo, oggi è il giorno,
il cambio di scena, in cui il passato sfuma.

Fin lì

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Come s’intrecciano sogni e parole
nella camera fuori d’ogni tempo,
dove il ricordo passa a tradimento,
dagli scuri, ancora bagnati dalla
pioggia. Come si fa a pensare solo
al rombo delle auto, oppure al canto
degli uccelli risorti in questo sole
incredulo, nel vento che si porta
correndo i miei pensieri, o la paura
che s’impunta fin lì, dove Lui sosta
con lo sguardo mansueto dal divano,
o dal tavolo beige, o il comodino
dove allungo la mano alla bottiglia
d’aqua, per rendere più dolce l’attimo
straziante del saluto, del rumore
di macchine che proprio come il vento
passano, sfumano in sogni o parole,
intravisti fra le tende di velluto.

Ghibli

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C’è una musica che torna soltanto
se l’aspetti, se guardi dove niente
è com’è. La senti salire a poco
a poco, come l’albero che cresce,
o il nostro sentimento, che si forma
tra dune spettinate dalla forza
del ghibli polveroso, l’incosciente
insorgere del male. Ma la musica
sale, se l’aspetti, se in controtempo
la immagini viaggiare, nella mente.