Archivi categoria: Pensiero unico? No, grazie

La Cina è vicina

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La Cina ha comprato la Pirelli. Sì, proprio lei, la Cina rossa, ha comprato la Pirelli. Sì, proprio lei, la Pirelli. Qualcosa non mi torna. La Cina è rossa? La Pirelli è la Pirelli? Si dice che la ruota gira. Anche gli pneumatici. I pneumatici, nella lingua del popolo. Ma esiste ancora un popolo? E l’industria italiana? Lo Stato ha capito che non tornano i conti? Continuiamo con l’austerità? O dovremmo cambiare qualche cosa?

Chi comanda il mondo

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Chi si è alzato a dire che la riforma del lavoro è tutta a favore delle imprese e ignora il dramma dei lavoratori sempre più precari? Chi si preoccupa degli esclusi dal mercato del lavoro, che si vedono sbattere in faccia l’ultima porta per entrare in una forma qualunque di riconoscimento e dignità? Chi metterà mai un argine alla crescente evasione, favorita, evidentemente, dai meccanismi perversi della società e della politica? Chi frenerà la libertà di licenziare, i contatti-capestro, il divide et impera dei detentori del potere? Chi darà vita a una nuova visione dell’economia, che non mirerà a schiacciare i diritti dei più deboli e a eludere ogni parvenza di partecipazione popolare? La risposta, amico mio, soffia nel vento, la risposta soffia nel vento.

L’inferno

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Oggi, nella nostra società, si verifica l’opposto di ciò che Jung chiamava principio d’individuazione. E’ in atto un processo di alienazione progressiva, in cui ognuno s’allontana da se stesso, dal suo centro, asservendosi ai sette-otto potenti che governano la terra. Ogni tanto qualcuno mi chiede l’inferno cosa sia. Ecco, l’inferno è questo.

Liquidi

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Strane abitudini: la squadra di calcio che ha perso la partita è costretta a presentarsi sotto la curva per prendersi gli insulti. Non ho mai condiviso la logica del branco. Ho sempre avuto un’allergia per i riti tribali, le liturgie deliranti della folla e questa cosa no, non riuscirò a capirla. Svegliamoci. La società liquida ci sta bevendo tutti, sorso dopo sorso.

Mistero della FED

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Qualcuno ci spiega perché le banche sono sempre al primo posto nella scala delle priorità e nella gerarchia universale dei valori? C’è un motivo per cui si debbano salvare istituti che consumano veri e propri crimini e non le persone che ne sono vittime, costrette a pagare, con le tasse, le malefatte altrui? Perché lo Stato dovrebbe restaurare e riportare in vita le lobbies che coi loro sporchi giochi alimentano la peggiore crisi degli ultimi decenni? La finanza, da strumento, è diventato fine. E nessuno si azzarda a contestare le trame oscure di società segrete in combutta coi più alti poteri dello Stato.

Collezione unica

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Dunque. Dolce & Gabbana la pensano così: sono gay e non posso avere un figlio; non si può avere tutto, dalla vita; ci sono cose non modificabili, e una di queste è la famiglia. Nasciamo da un padre e da una madre: è un atto d’amore, irriducibile ai cataloghi o alla chimica.
Un’opinione rispettabile, un punto di vista fra i tanti che si sentono o leggono in giro per il mondo. Ma il pensiero unico reagisce: bisogna boicottarli. Non possono parlare così. Devono pensarla come noi. Fare la fine di Barilla.

Dall’alto

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Berlusconi condannato, Berlusconi assolto: che il giustizialismo sinistrorso sia patetico e ridicolo, oltre che feroce, lo sanno anche i bambini. Il problema è un altro: non conta che Berlusconi torni o meno; conta che la politica la faccia chi desidera il bene del Paese, chi si occupa degli ultimi, come il re-messia atteso dagli ebrei. Lui avrebbe fatto giustizia, si sarebbe preso cura dei diseredati. Ciò spiega perché, per i vangeli di Matteo e di Luca, Gesù ha il coraggio di lanciare il suo programma con questo paradosso: beati i poveri. Beati in quanto c’è chi pensa a loro. Perché un’umanità rigenerata, rinata dall’alto, si ricorda finalmente degli afflitti. Non solo delle donne, dei soldi, del potere.

Groviglio di vipere

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Insisto: com’è possibile la democrazia in un governo che manchi di consenso? La base di un ordinamento democratico è la fiducia reciproca tra istituzioni e società. L’antipolitica è un segnale d’insorgente debolezza, un controsenso per chi tenti la ricostruzione d’un seppur esile tessuto sociale. Il politico d’oggi dovrebbe riconoscersi nei versi immarcescibili di Shakespeare: La vita non è altro che un’ombra vagante:/ un povero attore/ che si pavoneggia/ e si agita per la sua ora/ sul palcoscenico,/ e poi tace;/ è un racconto recitato/ da un idiota/ gonfio di suono e di furia/ che non significa nulla.
Il racconto dell’idiota è un messaggio incomprensibile nel groviglio di vipere dei media; consenso e partecipazione sono schegge impazzite che si scontrano, annullandosi a vicenda.

Un giorno grande

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Non so quante donne festeggeranno l’8 marzo sapendo che cosa celebrare. Molte riceveranno una mimosa, una poesia, una frase d’occasione o un regalo consigliato dall’esperto. Qualcuna evocherà l’incendio in fabbrica, che con la festa c’entra poco o niente. Chissà quante di loro vivranno la memoria dei diritti conquistati – a fatica – da altre donne. Solo così sarebbe un giorno grande, immune da spettacoli indegni di chi le ha precedute.

I mercanti nel tempio

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Sono convinti che non siamo capaci di pensare, che ormai ci hanno ridotto a macchine, automi, pronti a obbedire al dio mercato. Evaporati i valori, non si crede a niente, tutto è rimesso in discussione, eccetto il dio mercato, che pretende fede, né ammette obiezioni. L’antidoto è uno solo: pensare, rendersi conto delle realtà in cui Dio – quello in cui non crede più nessuno – si comunica ancora: il bello, il buono, il vero. Ha ragione Dostoevskij: la bellezza può salvare il mondo, il bene lo rimette in sesto, il vero ricupera il mistero in cui troviamo la nostra identità. Rinunciate al mercato e a tutte le sue seduzioni? Credete alla gratuità della vita? Ripartiamo da qui: cacciamo i mercanti dal tempio, facciamogli capire che non hanno vinto.

Un muggito

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Lo spread, finalmente, è sotto i cento punti: il popolo esulta, la Tv trabocca di commenti euforici e inneggianti al governo salvatore, Renzi gongola – superato il panico per i noti problemi all’elicottero. Ciò non ha effetti sullo stato della gente, che tra l’altro, da tempo immemorabile, non può eleggere i suoi rappresentanti. Ma il popolo esulta, i commenti entusiasti si moltiplicano sui media più influenti. Un muggito impressionante riempie i cieli, percepibile, persino, da AstroSamantha e dallo studio di Fazio e Gramellini.

Un giudice

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La riforma delle norme sulla responsabilità civile dei magistrati fa sorridere. Scatta solo in casi molto gravi di dolo accertato, e implica un risarcimento che non potrà superare la metà di uno stipendio annuo. E’ un ridimensionamento simbolico di personaggi che spesso si ritengono al di sopra di ogni legge, umana e divina, e un buffetto a chi ha fatto del giustizialismo l’unica, misera arma di una politica priva di valori.

La fine della storia

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E subito dopo, una domanda più stringente: possibile che nessuno comprenda che i conflitti non si appianano con la violenza delle armi, ma realizzando una giustizia solidale che assicuri un’esistenza degna? Credo che l’Italia sia una delle poche nazioni, in Europa, in cui non vige la norma del reddito minimo garantito: qualcuno sa spiegarne il motivo? Forse ha ragione Fukuyama: è la fine della storia. O forse è l’ora di capire che, la storia, può ripartire solo dalla follia apparente del Vangelo.

Le cose come stanno

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Le cose come stanno, romanzo di Franz Krauspenhaar, è una dura requisitoria sulla vita, fatta apposta per scuotere il lettore. E’ uno di quei titoli, inoltre, dal valore autonomo, in un mondo in cui vorremmo conoscere, e mai conosceremo, esattamente questo: le cose come stanno. È un titolo che fa pensare a come ogni notizia sia truccata e rovesciata: lo sguardo danza tra le righe come a un ballo mascherato, uno spettacolo il cui autore è il primo a non credere nella sua performance. Occorre scavare e perlustrare per conoscere il vero, vedere lo stesso fotogramma da molte prospettive, scoprire che “informare” è un tentativo – maldestro o raffinato – di nascondere agli altri la realtà. Non resta che tessere reti in cui trasmettersi dati verificati di persona, creare un giornalismo indipendente da qualunque potere, macro o microscopico, una fitta ragnatela d’occhi ed orecchi con un unico obiettivo: sapere ciò che tutti dovrebbero sapere. Le cose come stanno.

I muscoli del capitano

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Oggi vince chi urla di più. Lo sappiamo bene: è lo stile televisivo sdoganato da spettacoli di second’ordine spacciati per intellettuali, mentre l’unico oggetto certamente smarrito è il ben dell’intelletto. E’ una gara a chi la spara più grossa, in un mondo che si lascia convincere solo dai muscoli del capitano, per dirla con Francesco De Gregori. Continua a leggere→

Traslochi

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Abbiamo paura. Ora che abbiamo smontato l’armadietto, gli scaffali della libreria, ora che in camera non c’è più nulla, che ogni soprammobile è stato ritenuto fuori luogo, che neanche un fiore ha un motivo per fermarsi; ora che il letto, l’abat-jour, la scrivania con la poltrona in pelle, la foto che occhieggiava sul mobile di fronte, il calendario appeso dal 31 dicembre, la sveglia, il telefono, la luce notturna; ora che persino le ciabatte sono state sfrattate dall’angolo nel muro; adesso che qualcuno porta dentro le sue cose – estranee, inquietanti, sconosciute -, restiamo stupiti, increduli, spiazzati. Ci sembra impossibile che la nostra cultura stia per fare la fine di ciò da cui ci siamo liberati. Adesso è tardi, forse, per cambiare.

Mare vostrum

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Se ho ben capito, l’operazione Triton serve a smentire l’operazione Mare nostrum, destinata al salvataggio dei migranti. Ora, dei mezzi a disposizione ci si avvale per respingerli, o per soccorrerli solo se in grave pericolo di vita. Così, i naufraghi imbarcati dai pattugliatori sono morti di freddo poco dopo. I fatti sono questi, nudi e crudi. I commenti con cui rivestirli li lascio a chi ha ancora qualcosa da discutere.

Dire la nostra

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Bisogna mettersi insieme per dire la nostra, scrive un caro amico. Proprio così: rinunciare all’autoaffermazione, al solipsismo di chi pensa di cavarsela da solo, di chi insegue – rifacendosi al titolo di un famoso capolavoro di Graham Greene – il potere e la gloria. Su questo Gesù è stato tentato. E’ istruttivo analizzare le parole che Satana gli rivolge nel deserto: “Lo condusse in alto, gli mostrò in un istante i regni della terra e gli disse: ‘Ti darò il potere e la gloria di tutti questi regni, perché è a me che sono stati dati e io li do a chi voglio. Prostrandoti e adorandomi, tutto sarà tuo'”. (Lc 4, 5-6). Se fossi ricco, resterei turbato, conoscendo l’origine del patrimonio. Secondo il vangelo, la ricchezza è sempre iniqua (Lc 16,9), per cui è meglio condividerla e farsi degli amici. Gesù ha rinunciato dall’inizio al potere e alla gloria: per questo lo hanno ucciso e sepolto fuori delle mura, in mezzo a una discarica malsana, dove tutti deponevano o facevano i bisogni. Nessuno lo dice, ma noi sì. Noi diciamo la nostra.

Pensiero unico? No grazie

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Siamo in tempi in cui non è più lecito accodarsi a qualche carro, sperando che sia quello vincente. E’ ora di pensare con la propria testa, smascherando le lobbies che impongono un pensiero unico, fidando nel fatto che le pressioni economiche e sociali – il ritorno d’immagine, il cachet, l’inserimento in una élite col privilegio fisso di prime serate e prime pagine – siano sufficienti a sbaragliare ogni rigurgito d’indipendenza. E’ ormai noto che la politica, ad esempio, non è più appannaggio dei partiti, ma dei grandi quotidiani: la sinistra non è guidata dal Pd, ma dal giornale di Scalfari e Mauro, la destra si affida alle campagne di Feltri e di Belpietro, il centro è diventato il mercato, la logica capitalistica a cui si sono piegate le menti tutte dell’arco costituzionale, salvo, forse, Landini. Credo sia ora di cominciare a pensare, a scoprire i germi di una cultura alternativa, che rifiuta la gabbia delle visioni fabbricate nei backstage delle banche e delle redazioni dei giornali. Facciamoci sentire, diciamo la nostra, impediamo a coloro che vogliono asservire il mondo – e ci sono riusciti – di toglierci l’ultimo barlume di quella che un tempo chiamavamo libertà.