Archivi categoria: Racconti

Giacomo Sartori, Autismi

…tutto è nato con un primo testo che ha per così dire aperto la via, e poi alla spicciolata sono venuti anche gli altri, che avevano con quel primo scritto un legame di necessità ma anche di libertà, forse di sfida aperta, proprio come succede nelle nidiate…

…i racconti escono per quel piccolo editore, che si chiama Sottovoce. Nome che mi sembra più che pertinente: è normale e giusto che i miei racconti, snobbati da chi ha molta voce, escano “sottovoce”… (Giacomo Sartori, qui)

di Michele Lupo

Sono 16 racconti questi raccolti in Autismi; qualcuno fra i lettori potrebbe già conoscerli poiché sono stati “postati” su Nazione Indiana (Giacomo Sartori fa parte della redazione in pianta stabile) lungo un intero anno.

Il libro è un trattatello di vita domestica feroce, vero e divertentissimo. Sartori vi dispiega uno humor delizioso che unisce per ossimoro acribia e svagatezza. Una scrittura tutta materica, giocata su un registro “basso” Continua a leggere→

Chiamati per nome, uno ad uno

di Alfonso Nannariello

I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII – IX – X – XI – XII – XIII – XIV
XV –   XVI

L’ho già detto: si sarebbe potuto, sfogliando la raccolta curata da Franco Arminio e Stefania Borriello, Siamo esseri antichi,  scambiare non pochi calitrani della fine dell’ ‘800 e del primo ‘900 per apaches o cherokees.

Non sappiamo come e quando la razza si schiarì. Il padre di mio padre era ancora di una materia arcana, fatto di terra scura. Vallario Leonardo, il nonno di mio padre, il padre di sua madre, invece, no. Tata Nàrd anche se sembrava un po’ un brigante per via dell’orecchino che portava, non avrebbe potuto mai essere scambiato per indiano. Anzi, era come terra attirata, chissà da quanti lustri, dall’anima lunare. Con gli occhi verdi, i capelli biondocenere e la pelle chiara, sembrava un essere celeste, uno simile agli astri. Se avesse avuto i capelli lunghi e se, oltre ai baffi, avesse avuto il pizzetto, avrebbero potuto confonderlo col generale Custer o Buffalo Bill. Continua a leggere→

Foto di famiglia

di Alfonso Nannariello

I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII – IX – X – XI – XII – XIII – XIV

XV –  XVI

 

Bloccate dai lampi di magnesio,

le inquadrature sul vetro smerigliato,

allora nessuno lo sapeva,

erano quelle che si sarebbero

impresse dentro il nostro occhio.

Incancellabili i volti con le pose

di quegli esseri di rango,

di quegli dèi eccelsi

con le scarpe sporche di fango.

Le fotografie erano una prova della propria identità. Avendo tutti la stessa elevatezza nell’ordine delle cose esistenti, in quelle di allora non c’è differenza di posa, di impostazione o di decoro. Continua a leggere→

Senza più cielo, senza più mistero

di Alfonso Nannariello

I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII – IX – X – XI – XII – XIII – XIV

XV

 

Ci deve essere stato, però, un tempo in cui i calitrani furono sottoposti alla dottrina del peccato.
Ci deve essere stato un tempo in cui, atterriti, credettero che Dio si vendicasse.
C’è stato un giorno in cui, non so per cosa irato, Dio volle per forza indietro la signoria che gli era stata illegalmente presa.
Già era accaduto diverse altre volte. L’ultima il 16 dicembre del 1631. Ma forse la memoria, per la forte suggestione, non s’era tramandata, e il fatto era stato rimosso finendo dimenticato. Continua a leggere→

Gli ultimi bagliori del giorno

di Elisabetta Bordieri

Arrivò tardi.
A fatica si sedette a terra.
Gambe distese.
Sguardo lontano.
Aveva fatto quello che avrebbe dovuto fare già da tempo.
Non si sentiva in colpa nemmeno un po’ ma solo sollevata.
Si chiedeva ora dove fosse lui e se aveva capito.
Stava meglio. Di questo era sicura, stava sicuramente meglio.
Però continuava a chiedersi cosa aveva sentito poco prima, quale percezione.
Le onde erano alte.
Almeno per lei.
Avrebbe voluto sentirle addosso. Continua a leggere→

Tutto molto esageratamente tragico

La telefonata arriva e Manuela risponde dando il suo nome e numero d’operatrice. Dice “come posso aiutarla?”
“Aiutarmi sì” dice la voce dall’altro capo della linea. “È per via della mia connessione internet.”
Manuela ascolta questo genere di chiamate tutti i giorni. Ha di fronte a sé uno schedario di problematiche e risposte. Le prime volte lo consultava in continuazione, se lo era addirittura portato a casa per leggerlo e studiarlo, per essere in grado di trovare tutto quello di cui aveva bisogno nel momento in cui ne aveva bisogno. Continua a leggere→

DECAMERONE A SIRACUSA di Aldo Formosa

?Aldo Formosa è giornalista professionista, realizzatore di manifestazioni ed eventi culturali. Si occupa di teatro come commediografo e come regista. Collabora con periodici, con la “Sicilia” e il “Corriere dello sport” ed è titolare della pagina culturale “Astrolabio” sul quotidiano “Libertà”.
Ha appena pubblicato, per i tipi di Lombardi editore, i racconti “Decamerone a Siracusa”.
Di seguito, la recensione/intervista di Simona Lo Iacono.

Massimo Maugeri

* * *

ALDO FORMOSA E IL SUO DECAMERONE SIRACUSANO

di Simona Lo Iacono

A scoscendere verso l’anima, trovi il passato. Un compagno di scuola, una folata di vento guasto, un pizzicore di gramigna che stuzzica le narici e lei è lì. La memoria. Il vizio di ripresentarsi. Di chiedere conto.
Specie sul crinale di certe sere che indulgono alla malinconia. O quando la voglia di raccontare non si assopisce nonostante alcune batoste buone assestate da circostanze e uomini, da quelle impennate della vita che ti fanno pensare che, alla fine, l’unico luogo che resta, l’unica scena, l’unico perdono, è quello delle storie.
Così ti metti a raccontare, inizialmente per assopire l’anima, i calci del cuore. Continua a leggere→

Lia Albricci, Spegnete la luce, per favore

Questa è una storia gotica, se avete voglia di leggerla, per favore, spegnete la luce

Ma voi lo sapete davvero perché di notte lasciano accese le luci di alcune botteghe? Naturalmente, sì certo, è evidente, per motivi di sicurezza, è un deterrente per i malintenzionati, perché i possibili clienti possano guardare le vetrine anche se il negozio è chiuso, perché se no le strade sono troppo buie e le città sembrano disabitate, può succedere persino che si dimentichino accese, le luci, qualche volta, oppure non so, non ne ho idea, sai, la gente racconta un sacco di cose strane, dicono che se le luci sono spente possa accadere che…, mi sembra di ricordare di una volta in cui… Continua a leggere→

CINA (NATALE DEI POPOLI, ROVERETO 2010)

Trascinava una valigia più pesante di lei. Salì sul treno con fatica mentre Nico la osservava. La ragazza cinese sedette di fronte a lui, tenendo accanto a sé la valigia.

Il treno si mosse. Lei guardò fuori dal finestrino. Gli occhi a mandorla saettavano inseguendo il paesaggio che fuggiva. Era esile e giovane, 18-20 anni, forse: i cinesi sono misteriosi anche nella persona, pare abbiano un’età unica buona per decenni. E saranno anche tutti uguali, ma una carina così Nico non l’aveva mai vista. Qualcosa gli si mosse dal petto allo stomaco, passando per una difficile deglutizione. A 16 anni non si crede ai colpi di fulmine, li si vive.
Il cellulare della cinesina emise una dolce suoneria esotica. Lei parlò nella sua lingua, guardando ancora fuori. Da sotto la frangia rotolarono, senza ostacoli, piccole perle umide. La voce ora tremava.

Nico non sapeva chi ci fosse al di là del telefono, se uomo o donna. Vedeva le lacrime e non le sopportava. Il cuore si spezzò, si ricompose e batté con furia. Nella testa la visione di un Paese inimmaginabile, profumi e colori sconosciuti. Pensò che un piccolo pezzo di quel mondo era nella grande valigia, solitario e irrinunciabile.

Era arrivata, la conversazione finita. Si alzò, riprese il bagaglio, ma prima Nico le porse un fazzoletto e un sorriso; sulla piccola mano scrisse il proprio numero di telefono.
Ciao, le disse.
Lei schiuse le labbra a un sorriso d’oriente.
Continua a leggere→

Morta (come se fosse)

di Barbara Gozzi

La linea è libera, il cellulare squilla.
Non rispondi.
Ritento un paio di volte più per fare qualcosa che per altro.
So che non cambi idea.
Se hai deciso per il no.
È no.

***

Non c’è, punto.
E in quel momento ogni parte di te si contorce.
Magari qualche ora prima dormivi o mangiavi. Magari ridevi anche.
Poi succede. E ci resti impigliato.
Può arrivare con una precedente spossatezza.
Come con l’influenza, solo che non passa con l’aspirina.
Ti sembra di avere la febbre, le articolazioni scricchiolano, i muscoli rifiutano i movimenti più banali. È esattamente una covatura. Una preparazione silenziosa, subdola. Continua a leggere→

La palletta

di Emanuele Kraushaar

Il primo ricordo che ho della mia vita è mia madre che fissa mio padre, mentre rotola sul pavimento della cucina con la faccia attaccata al sedere.
Un giorno che il cielo sulla mia testa era un’enorme macchia scura, mia madre disse: “Devi fare come tuo padre”. E mio padre stava rotolando in giardino con la faccia scomparsa nel movimento.
Quando mio padre faceva la palla, mia madre sorrideva e il suo seno sembrava più grosso.
Ogni tanto si andava al mare e allora mio padre rotolava sulla spiaggia e a volte sembrava non fermarsi più.
Il giorno che ho deciso di appallottolarmi per la prima volta, pure eravamo sulla spiaggia.
In quel momento, mentre rotolavo dietro a mio padre e mia madre stava in piedi a guardarci, davanti a me ho visto una distesa infinita di sabbia e di niente.

[La palla è comparso qui].

E basta

di Barbara Gozzi

… non dissimularmi nessuna parte dell’infelicità dolorosa,
ma vera.
(G.L., 1832)

Dalla finestra scosta una tenda, il tessuto fa resistenza. Oltre il vetro unto, un sole stanco, i colori della caduta. Oltre c’è il giallo brillante, tracce sfumate di marrone, scaglie dure di verde, quel rosso fondo che s’intrufola ovunque. Oltre, c’è Giacomo che dalla finestra annusa.
Due gocce di essenza a intorpidire l’acqua. Una piccola candela accesa, da infilare nella bocca del vaso. Giacomo aspetta che la fiamma irradi tra quella bocca e gli occhi, aspetta.
Nella pancia cotone, e succhi gastrici a gonfiarlo, renderlo escremento da tirare fuori, timido, si nasconde tra le budella. Continua a leggere→

Vedi, è così

Spense la televisione e ripose la cassetta sul tavolino. Era ancora presto, aveva ancora tempo per rimettere i pensieri a posto prima che la porta di casa fosse nuovamente aperta.
Passò davanti al lettore dvd e al computer, e si sentì bene, per la prima volta in quella giornata, al pensiero di non aver buttato via il videoregistratore in tutti quegli anni. Pensiero sciocco, meditò, rallegrarsi di qualcosa del genere. Ma non permise al ragionamento di farsi strada in lui. Continua a leggere→

A lui è piaciuto di più vederci così

di Alfonso Nannariello

Se erano così, spiriti aspri, ve li immaginate due calitrani di allora, mangiare un’altra cosa, al posto dell’arancia amara, per il pasto della sera?
Se erano come li vide De Sanctis nel suo Viaggio, quasi statue di marmo sotto i portici, in piazza e sulle porte, ve li immaginate due di loro, con quella costituzionale autosufficienza, accanto al Signore durante la cena di Emmaus?
Ve li immaginate uomini così, andare a messa e fare la comunione? Come avrebbero potuto, chiusi in se stessi, simili a Dio, consentire l’inclusione d’altro dentro il loro io? Continua a leggere→

Domani

Aprì gli occhi sul fondo della notte con l’affanno – stava ancora sudando – ma senza ricordarsi di aver avuto alcun sogno.
Voltò lo sguardo verso l’altra metà del letto e la vide che dormiva. Gli occhi chiusi, l’espressione distesa, la testa ad affondare nel cuscino. Non l’ho svegliata pensò.
Sentiva, dalle persiane della finestra socchiusa, una corrente di brezza e odore di felci sollevare la tenda e distendersi tra l’armadio a muro e il letto, qualcosa a cui non era abituato e che non si aspettava. Annusò nuovamente l’aria imbevuta di quell’odore scivolando con tatto fuori dalle lenzuola. Continua a leggere→

Sui fondi intonacati

di Alfonso Nannariello

I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII – IX – X – XI – XII – XIII – XIV – XV

Quegli uomini erano così, padroni di se stessi. Solo il loro spirito li attraeva a sé, come la calamita il ferro. Solo a esso erano sottomessi.
Quegli uomini s’erano cavati dalla terra, s’erano visti e penetrati procedendo un po’ alla volta con lo sterro. Ora, coi muscoli contratti, non allentavano la presa che li teneva stretti.
Coscienti di quanto avevano di incomunicabile, erano posati in tutto il loro fare, e per non sciupare lo spirito, la grazia che era in loro, erano severi, in primo con se stessi. Sobri nel parlare, quando aprivano la bocca erano forti e schietti. Parole come colpi, come spari.
Tirato a neve, il bianco, sui fondi intonacati delle case, dichiarava il loro essere assoluti. Il loro non essere lesi da vizi e da peccati. Continua a leggere→

Nero in campo bianco

di Alfonso Nannariello

I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII – IX – X – XI – XII – XIII – XIV

Sulle facciate delle case rivolte ad est, di giorno e di notte, il bianco parava le insegne dell’assoluto.
Era il palio di quell’uomo che dentro si portava lampi e tuoni, macigni rotolati da fiumi ed eruttati da vulcani.
Già all’alba annunciava che lì c’era un essere divino, un essere pieno di spazi pieni: dal fegato al cuore, dalle viscere ai reni.
Di notte, in campo nero, non smetteva di spargere quella voce in giro. Continua a leggere→

Giovedì sera da Giuseppino sotto il temporale

Erano seduti a un tavolino rettangolare da quattro – due su di un lato e il terzo sull’altro – indossavano pantaloni di cotone scuro e camicie a maniche corte bianche. Tenevano le giacche ammassate sulla spalliera delle panche, una sull’altra. “Dobbiamo liberarcene” stava dicendo il meno grasso. Erano tutti e tre obesi.
Avevano dita obese, colli obesi, polsi obesi, e sui polsi obesi portavano orologi in metallo dorato – o forse d’oro vero e proprio – che di tanto in tanto si rigiravano tra le dita.
“Non ce n’era bisogno se uno non faceva la cazzata”.
Il più grosso dei tre, che se ne stava affondato sulla panca dirimpetto agli altri due, lanciò un’occhiata di rimprovero al tipo che aveva appena parlato.
“Adesso la finisci” continuò il meno grasso.
“Neanche ho cominciato”.
“Chiudete quelle fogne voi due. Ne ho le palle piene di questa storia”.
Parlavano a voce bassa. Col mento incassato nel collo e la fronte piegata sul tavolo, e lo sguardo che girava attorno con indifferenza.
“Abbiamo ancora tempo. Non si sono ancora accorti di nulla, non della ragazza perlomeno…”
“Sembra facile” intervenne il tizio seduto di fianco a quello che aveva parlato per primo, “qui basta che uno fa la cazzata, e ce l’abbiamo nel culo tutti”.
“Appunto. Facciamo le cose insieme e non ci saranno problemi”.
Il ristorante era affollato. I tre sedevano a un tavolo d’angolo lontano dal resto della sala. Il tavolo era davanti al vetro che dava sulla strada. Fuori era buio. Pioveva. Sul marciapiede passavano coppie intirizzite sotto ombrelli piegati dal vento. L’acqua cadeva dal bordo della tenda del ristorante in diagonale. La scritta sopra la tenda diceva “Trattoria da Giuseppino”.
“Allora ripercorriamo l’intera faccenda” disse l’obeso più grasso. “Nessuno l’ha vista, giusto?”
“Non credo”.
“Non credo o sei sicuro?”
“Sono sicuro, ma non si sa mai”.
“Capisci?” Intervenne l’altro. “Come si fa a stare tranquilli?”
Arrivarono gli spaghetti allo scoglio. Il cameriere li posò a centro tavola e se ne andò, e andandosene disse buon appetito. Loro studiarono il vassoio per un istante che parve non finire mai, poi cominciarono a servirsi.
Fecero porzioni abbondanti. Ripulirono il vassoio e riempirono i piatti all’inverosimile. E concedendosi una pausa dalla loro discussione si misero a mangiare.

La ragazza non avrebbe dovuto trovarsi dove si trovava, questo era il punto.
Se non si fosse trovata dove si era trovata non avrebbe visto quello che aveva visto. Se non avesse visto quello che aveva visto, non sarebbe successo quello che era successo.
L’obeso più grasso aveva ripetuto questo ritornello fino alla nausea. La colpa non era loro. La colpa era della puttana.
“Non chiamarla puttana” gli aveva risposto più di dodici ore prima l’obeso meno grasso, mentre ancora si districava lungo il corridoio sul retro della discoteca, “non è una puttana ok?”
“E tu cosa ne sai?”
Il tipo si era fermato. Era sudato, teneva tra le mani una caviglia della donna. “Ho detto che non è una puttana”.
“Era. Adesso non c’è più” aveva mormorato il terzo tizio, spostandosi lateralmente con l’altra caviglia stretta nelle dita.
“Non era una puttana, bene, siamo tutti d’accordo allora. Qualcuno almeno sa il suo nome?”
“E’ arrivata ieri con le nuove, come si fa a sapere il suo nome? E comunque puttana o meno adesso è morta”.
“Quello che è successo è successo” aveva ripreso il più obeso dei tre, muovendosi a fatica e ansimando, “e la colpa non è nostra. Noi dobbiamo solo toglierci dalle palle e farlo in fretta”. Si muoveva all’indietro, nella penombra, tenendola stretta sotto le ascelle. “Cristo di un dio, non ce la fate a sollevare le gambe più in alto? Sta strusciando col culo dappertutto”.
“Siamo degli assassini” aveva ripreso il meno grasso.
“Non siamo degli assassini, toglitelo dalla testa. Non ci pensare nemmeno. Concentrati su quello che stai facendo maledizione. E’ stato un incidente”.
Eccoli, tre buttafuori obesi a trascinare il cadavere di una ragazza lungo il corridoio di una discoteca.

Il piano era alleggerire le casse del capo. Ed era un piano facile.
Il capo era il proprietario della discoteca in cui lavoravano e di un’infinità d’altre cose di cui solo lui era a conoscenza. Molte delle sue ‘entrate’ erano costituite da contanti che dovevano essere spesi in fretta. Altre da contanti che si accumulavano nella cassaforte dell’ufficio e che poi sparivano a settimane di distanza. Altre ancora da contanti di cui nessuno sapeva niente. Il capo non c’era mai. Aveva una nuova fidanzata. Stava girando il mediterraneo sul suo nuovo yacht.
Questa valanga di soldi arrivava in discoteca ogni giovedì mattina dentro una borsa di pelle scura. Succedeva che qualcuno proveniente da chissà dove lasciava la borsa sotto la scrivania dell’ufficio. Soldi da far sparire. Soldi da distribuire, da suddividere, da frazionare. Soldi da utilizzare per stipendi e spese varie. Soldi che negli ultimi tempi erano divenuti sempre più spesso materia di litigio tra i gestori della discoteca.

I due gestori non andavano d’accordo, e qui stava il cuore del piano. Il capo programmava già da tempo di liberarsene. Lo sapevano gli animatori, lo sapevano i camerieri, i buttafuori, i fornitori. Lo sapevano le bariste, i lavapiatti, le ballerine, i giardinieri e le donne delle delle pulizie. Questione di poche settimane e sarebbero stati cacciati a pedate tutti e due.
Ma intanto i soldi continuavano ad arrivare.
Sottrarre la borsa, tutto qua. Poi i buttafuori si sarebbero parati le spalle a vicenda, i gestori si sarebbero scannati l’un l’altro, il capo avrebbe perso le staffe. Qualcuno ci avrebbe rimesso la testa. “Facile come una pisciata da seduti” aveva detto il più obeso dei tre.

La borsa veniva lasciata sotto la scrivania dell’ufficio alle sei in punto, e nessuno si recava nella discoteca fino all’ora di pranzo. I buttafuori sapevano – loro come altri – dov’era nascosta la chiave dell’entrata, e conoscevano il codice dell’allarme. Ma sapevano anche che chiunque con un minimo d’iniziativa avrebbe potuto procurarsi le medesime informazioni.
Il primo problema l’avevano incontrato al momento di trovare la chiave: il nascondiglio era diverso da quello che si ricordavano.
Poi avevano sbagliato a digitare il codice dell’allarme.
Infine erano entrati in due, mentre il terzo – il meno grasso – era rimasto in macchina a controllare la strada.
Ma si era distratto.
Il tempo di piegarsi a cercare l’accendino finito sotto il sedile e non si era accorto della ragazza comparsa sul lato opposto del marciapiede.
La ragazza era nuova. Era sola. Era straniera. Non era stata avvertita di non doversi recare in discoteca prima dell’ora di pranzo.
Quando il tizio si era nuovamente sollevato, aveva fatto appena in tempo a vederla mentre entrava dalla porta sul retro. Era uscito dalla macchina e aveva attraversato la strada, e guardandosi attorno era entrato a sua volta in discoteca, proprio nell’istante in cui gli altri due se la ritrovavano davanti e le saltavano addosso.
Si era a sua volta gettato sul gruppo. C’era stata una collutazione. Erano volate grida. Qualcuno aveva usato troppo le mani.
La ragazza era rimasta a terra.

Finiti gli spaghetti arrivarono tre porzioni di gamberetti e calamari al forno. Sgabei ripieni, patate fritte, verdure grigliate e due bottiglie di acqua minerale.
I due seduti l’uno di fianco all’altro mangiavano tenendosi il tovagliolo stretto intorno al collo e sollevandolo di tanto in tanto per ripulirsi le labbra. Continuavano a parlare a fronte bassa e sottovoce.
“Magari stava già male e non lo sapeva”.
“Stava bene. Con un corpo del genere vuol dire che stai bene”.
“Dovevamo rubare dei soldi, non uccidere una persona”.
Il più obeso ascoltava.
Poi smise di mangiare, si passò il tovagliolo sulla bocca e controllò l’orologio. “Adesso vi spiego come stanno le cose” disse, “a tutti e due”.
Si servì un bicchiere d’acqua e mormorò “ogni giorno nel mondo la gente nasce e la gente muore, non sta a noi giudicarne le ragioni, è così e basta. Chissà quanti colli avete già spezzato e neanche lo sapete. Il punto è che non volevamo fare del male alla ragazza, questa è l’unica grande verità. Però è successo. Le cose accadono. Sono accadute a lei, accadono a noi. Accadono allo stronzo che ci ha servito o alla coppia che sta cenando là in fondo. Tutto dipende da dove ci troviamo nel momento in cui queste cose accadono. La ragazza non doveva trovarsi là. Si è fatta male. È morta. Fine della storia. Quello che dobbiamo fare noi adesso è seppellirla da qualche parte e sperare che nessuno la trova. E questo è quanto”.
I due dirimpetto a lui non dissero niente.
Con un gesto della mano l’obeso che aveva appena finito di parlare ordinò il conto e tre caffé. “In fondo questo casino potrebbe anche farci comodo” riprese poi, “pensateci: la ragazza era nuova. Adesso è scomparsa e insieme a lei è sparita anche una borsa piena di soldi. Uno più uno fa due se non sbaglio. Il resto non sono fatti nostri. Noi” disse, “ci atteniamo ai piani. Semmai resterà da capire come ha fatto a sapere della borsa e a entrare in discoteca. Ma anche questo non ci riguarda. Che se la vedano i due cretini e il capo”.
Pochi minuti dopo si alzarono e andarono a pagare. E pagando scambiarono due chiacchiere col proprietario della trattoria. Potevi vederlo da come discutevano che si conoscevano.
Io mi alzai un momento dopo averli visti uscire. Lasciai la mia compagna al tavolino col caffè ancora fumante tra le dita e andai a saldare il nostro conto.
“I tre tizi seduti al tavolo d’angolo” dissi non appena fui di fronte alla cassa, “quelli che se ne sono andati…”
“Sì”, disse il proprietario.
“Sono facce familiari, mi domandavo se lavorano in qualche discoteca della zona. Sono sicuro di averli già visti da qualche parte…”
“Sono autisti d’autobus” mi rispose, “vengono sempre a cenare qui prima di cominciare il turno di notte”.
Annuii. Pagai. Ringraziai. Feci i complimenti allo chef. “Tutto ottimo” dissi.
E una volta al tavolo mi sedetti di nuovo davanti alla mia compagna e le sussurrai “autisti d’autobus”.
Lei trattenne a stento una risata.
Durante la cena, un’infinità di minuti prima, mi aveva sorpreso a fissare qualcosa alle sue spalle. “Bé? Che c’è?”
“Sto pensando a una storia” le avevo risposto.
Aveva sorriso, si era girata e si era accorta anche lei dei tre tizi al tavolo d’angolo. “Quindi?” mi aveva chiesto, voltandosi nuovamente verso di me.
“Quindi ancora non so, non ne sono sicuro”.
Mi aveva guardato. Aveva gli occhi vivi. Amavamo farlo. Amavamo andare a cena fuori nelle notti di tempesta, a vedere il mondo che si ostinava a non voler smettere di girare.
“Cosa ne dici?” le avevo chiesto. Aveva questa sua dolcezza, questa sua bellezza tutta candore e sensualità a scivolarle sulle pupille ogni volta che condividevamo il pensiero di una storia.
“Dico che sembrano tre che hanno appena fatto qualcosa di losco”.

Tra gli angoli dell’alba

di Alfonso Nannariello

I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII – IX – X – XI – XII – XIII – XIV

Da noi si iniziò a costruire di fronte al sorgere del sole e della luna. Si costruì sulla porzione di collina tracciata dal loro andare, assecondando la forma e i rilievi dell’altura. Tra gli angoli dell’alba e del tramonto.
Si costruì di fronte a dove spiccano il loro balzo giorno e notte per strofinarne i sensi e attingerne il segreto.

Fu questo il nostro approccio organico alla terra. Quell’uomo sentiva, nella proiezione di quel cielo su quella collina posta tra tre torrenti e un fiume, la sostanza di se stesso, la sua forma innata.
Fu per scoprire la sua immagine che quell’uomo adottò quella terra ancora incolta come suo Eden, come sua madre, come sua materia. Dopo luoghi infidi e cose adultere quell’uomo trovò un punto fermo dove edificare. Dopo essersi spostato di terra in terra scavò le sue case nel tufo eruttato dal Vulture, e con le pietre rotolate dall’Ofanto le chiuse ai lati e fece le facciate. Continua a leggere→

Una sola tempa(1)

di Alfonso nannariello

I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII – IX – X – XI – XII – XIII – XIV

Credo che ogni estetica discenda da una ricerca della forma presentita dell’Ignoto, che proceda con lo scavo nella cava delle sensazioni.

L’architettura della parte storica di Calitri è «architettura organica», così mi ha detto l’architetto Piumelli. La definizione, però, forse non va intesa nel senso dato da Frank Lloyd Wright.
Credo che «architettura organica», nel nostro caso, significhi che gli uomini che l’hanno realizzata scavando s’aprissero spazi di conoscenza, e componendo dai materiali estratti l’immagine dell’Ignoto, ammirassero se stessi.
Scavare la terra, arare campi, costruire case significava lavorare su di sé. Significava crearsi, definire gli spazi e le forme degli interni e quelli del fuori, significava darsi un’identità. Significava tenersi tra le mani, essere padroni di se stessi.
Non sembra strano allora che quella gente sentisse centro del mondo la collina su cui l’Ignoto e il proprio volto s’erano rivelati, che sentisse quella terra con cui facevano a cornate come un ventre pieno di segreti, e sempre gravido di loro.
Non sembra strano allora che quegli uomini sentissero quel tempo inciso dagli acidi del mito e sé, tirati all’acquaforte, gli unici conoscitori del mistero della vita e della morte.

1Tempa, «zolla dura di terra». Da una voce prelatina.