
A chi pensiamo di più? A noi o a Dio? Da questo si capisce quale sia la nostra divinità, dice il Cristo alla Bossis. Non fa una piega: prostrarsi in adorazione davanti a sé stessi è la misura del nostro traviamento.

Pensiamo che ci siano momenti in cui dobbiamo congedare Gesù: se abbiamo, per esempio, un pranzo o una cena con gli amici. Gesù dice a Gabrielle di tenerlo con sé: Lui è stato anche cordiale, conviviale; ha accolto sconosciuti che sono andati via felici, dopo averlo incontrato. Non c’è occasione in cui il Cristo sia di troppo.

Una giornata ha senso se si serve Dio. Quando sarà chiaro alla coscienza? Certa teologia vorrebbe cancellare la verità dei cosiddetti meriti, ma Gesù dice a Gabrielle: il merito, e anche l’onore e il privilegio, stanno tutti nel servire Dio. Che la Sapienza ci illumini su questa verità così cruciale.

Il problema di noi umani è l’incoscienza, l’ignoranza, la resistenza, la paura. Un uomo-Dio ci chiama, chiede il nostro amore, e ne riceve spesso riso e insulti, dice il Cristo alla Bossis. In effetti, c’è di che pensare. E soprattutto c’è di che promuovere, con tutti i mezzi, la coscienza di questa situazione.

Il regno dei cieli subisce violenza, e i violenti se ne impadroniscono: è uno dei passi più enigmatici dei quattro Vangeli. In realtà si spiega bene. Gesù dice che per seguirlo bisogna rinnegare se stessi e prendere la croce. Ecco dove sta la violenza: nel crocifiggere i propri desideri, l’amore di sé. È il preludio della risurrezione, dice il Cristo alla Bossis, vale a dire di ogni gioia.

Salvare anime: è la cosa più importante. Gesù dice a Gabrielle di aiutarlo in quest’opera per cui è morto nel pieno delle forze, per cui si è fatto abbattere, tanto era il suo amore. Dunque, dipende anche da noi: portiamogli anime, con la preghiera, con l’azione, in ogni modo possibile e impossibile.