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Più procedi, più ti rendi conto che rivangare il passato è un’operazione discutibile. C’è il rischio di mettere in fila una serie di eventi folcloristici, di sgranare un rosario di episodi che non hanno a che fare con la complessità dell’oggi, la coscienza che giudica da un punto più strategico il fardello delle assurdità, la ricerca ostinata di qualcosa che avresti trovato da tutt’altra parte. In questo senso, il passato è una catena da trascinarsi dietro nell’ora d’aria della vita, quando il tempo ti permette di fermarti e scandagliare il pozzo senza fondo delle scelte, dei traumi, dei conflitti che t’hanno, per dir così, riempito l’esistenza. L’inciso è d’obbligo: spesso, in realtà, l’hanno svuotata, corrodendo dall’interno la fiducia in te stesso, già così straordinariamente compromessa. Dovresti calarti nei panni di chi ancora non sapeva di Dio e del suo linguaggio, della fermezza e della libertà che non s’impongono a nessuno, incapaci di condizionarti, e per questo destinate alla polvere della soffitta. Forse è da qui che bisogna cominciare: da un Dio che cerca di raggiungerti, di porre sulla strada persone e situazioni che possano aprirti mente e cuore; ma tu ti guardi bene dal prestargli attenzione, preso come sei dal tentativo di toglierti, una dietro l’altra, soddisfazioni a buon mercato, confondendo la vita con una rivendicazione del maltolto, come se qualcuno stesse lì per risarcire i danni di un affetto rifiutato, e qualcun altro pretendesse da te quello che allora gli negarono. Visto da questa angolazione, un libro di memorie è un semplice raccoglitore di paradossi e controsensi, la presa d’atto di una debolezza che ha trovato le vie più disparate per sfogarsi o mascherarsi, puntando sempre sull’unico punto di forza su cui sapevi di poter contare: il fascino, l’efficacia infallibile del tuo potere seduttivo, anche se, raramente, questo cozzava contro il muro del buonsenso. Come quando chiedesti a Neris, in modo più volgare, se avesse voluto far l’amore, così, senza preamboli, convinto che nessuno avrebbe potuto frenare la tua corsa. Lei ti disse no; bisognava conoscersi, parlare, entrare in confidenza. Ricordi come tornasti a casa, quella volta? Ti pentisti? Cominciasti a capire che la vita seguiva tutt’altra direzione? Macchè, ci sarebbe voluto un miracolo per questo. Eppure, scrivendolo, non hai detto ancora niente; dovresti aggiungere la lotta che sostenevi ogni giorno con te stesso, le volte che avresti voluto il consiglio di qualcuno, un confronto su pensieri ed eventi che t’avevano persuaso dell’assenza di speranza, che a te restava cogliere l’attimo fuggente, strappare un sì, senza perderti in calcoli di perdite o guadagni: se tu avevi sofferto mille volte, potevano soffrire pure gli altri. Eppure, scrivendo questo, non hai detto ancora nulla. Dovresti inanellare la serie infinita delle notti che restavi affacciato alla finestra e che piangevi, senza far rumore, perché dentro intravedevi paesaggi che sembravano invitarti, mostrarti una città di cui non conoscevi il nome e che, con le tue mappe taroccate, non saresti stato in grado di raggiungere. Ecco, questo è il passato: una lacrima che scende lentamente e precipita sul davanzale bianco; goccia dopo goccia, ti accorgi del mare che separa il cuore dalla terra promessa della vera identità. Senti alle spalle lo stridìo dei carri, gli ordini secchi del Faraone alle sue truppe. Tu sei lì, sospeso al filo di Pi-achirot; solo, davanti a Baal Zefon.