È da poco uscita, in un ben curato volumetto delle Edizioni della Meridiana, la raccolta poetica “Antimondo” di un autore polacco, che nel suo paese è già emerso come una delle figure di maggior spicco dello scenario letterario. Sto parlando di Tomasz Ró?ycki (nella foto), nato a Opole, in Slesia, nel 1970.
Curatore dell’opera è Leonardo Masi, docente di Lingua e Letteratura Polacca presso l’Università di Firenze, che è anche, insieme ad Alessandro Ajres, il traduttore dei testi, presentati in polacco e in italiano. Come già avevo avuto modo di leggere in un articolo di Masi dal titolo “Segni nella nebbia – Appunti sulla poesia di Tomasz Ró?ycki”, pubblicato su “Hebenon”, sono vari e profondi gli spunti da prendere in considerazione, nell’opera di questo giovane ma pregevolissimo poeta.
Innanzitutto il suo percorso di artista. Ró?ycki ha esordito nel 1997, e da allora ad oggi ha pubblicato diversi libri di poesia:Vaterland (del 1997), Anima (1999), Chata umaita (“Capanna decorata”, 2001), ?wiat i anty?wiat (“Mondo e antimondo”, 2003), che poi sono riuscite nella raccolta Wiersze (“Poesie”). La consacrazione, tuttavia, si è avuta con Dwana?cie stacji(“Dodici stazioni”), opera per la quale l’autore ha ricevuto un prestigioso premio letterario, il Premio Ko?cielski. In seguito è uscita la sua raccolta Kolonie.
Come Leonardo Masi sottolinea nel suo articolo e nell’introduzione all’edizione italiana – la prima antologia delle sue poesie nel nostro paese – il titolo “Antimondo” è stato scelto per riassumere un concetto, o forse una sensazione di fondo della sua opera: l’uscita dai margini soffocanti della vita evidente e consueta, e l’accesso a una dimensione nascosta, che Ró?ycki, nella poesia Primo ipotico, ben definisce come le cose che accadono “tra Dio e il pavimento”, e che si manifestano soprattutto al mattino, tra il sonno e la veglia. In questa fessura onirica, che altrove egli chiama “buco”, lo sguardo intravede un panorama di percezioni che sfuggono ai limiti del reale, per accedere a una dimensione di energia o di spirito, luogo di fuga, telos dell’anima. Nella poesia Il buco – appunto – leggiamo:
È un buco al margine del cielo tra le nubi.
Se ti alzi per guardare da vicino
puoi vedere per un attimo quel mondo
la città, il plumbeo fiume, quella gente
nella stanza. Ma che vorranno dire quelle carte,
quel casino, quel caffè e quelle cicche sul tavolo?
Chi è mai quella donna che ti imita nel corpo
così bene e quell’uomo accanto a lei
che mi fa il verso? Cos’è quel confuso guardare,
quel vestirsi febbrile, quei capelli arruffati
e quel tremito leggero nella mano?
quel muto cenno delle labbra verso noi
quel parlare improvviso, quel chiamare?
E quel dito enorme nel momento decisivo
che lo chiude?
Sono versi di una profondità archetipica, che colgono la stasi nel presente di una città, Opole, che l’autore sembra vivere come una prigione, e in fondo è essa stessa un non-luogo, in quanto divenuta polacca dopo la seconda guerra mondiale – prima era tedesca – e popolata dai polacchi che vivevano in Ucraina, in città come Leopoli – territori che nel frattempo erano stati occupati dall’Unione Sovietica. Da qui un senso di spaesamento e di fuga verso un oltre che si manifesta come un’epifania, e che mostra la propria vita al di là di un confine ideale collocato oniricamente nel cielo. E il ricorrere di domande sul significato dei dettagli, dal caffè alle cicche, dal “plumbeo fiume” alla gente, che nella ripetitività quotidiana finiscono per diventare elementi di una “ipnosi di mondo” dalla quale ci si può salvare, appunto, solo rifugiandosi in un “antimondo”. Un oltre di fantasia, dunque, per una Fuga che però – e questo mi tocca nel vivo, da studioso di Tolkien – sa anche di sia pur momentaneo Ristoro, se non di una Consolazione vera e propria. Non sembra, infatti, in questo orizzonte, esserci posto per un’autentica liberazione, se non in potenza: è come se essa fosse una figura fotografata eternamente sui blocchi di partenza, un attimo prima dello scatto da cui comincerà (se comincerà) la vera vita. C’è tanto di Polonia, in tutto questo: dalle atmosfere delle sue piccole città all’eco di schiavitù, prima nazista e poi comunista, che sembra aleggiare ancora sulla tristezza stanca di certi sguardi, nonostante l’energia montante della modernità. Penso ai versi di Lingue, dove si legge:
Sporca vigilia di primavera in una sporca città,
come se la nebbia avesse riscoperto strade e pergolati. È
una notte particolare: ho parlato a lungo con il sogno,
il sogno ha parlato con me in triplice lingua,
mi ha portato in alto e mi ha mostrato la città,
un labirinto con al centro una bestia. Nei casermoni
dormono già, dalla bocca aperta si affaccia l’anima,
un’acre nube di vodka. Nei condomini dormono,
i bambini si mettono in viaggio, le donne aspettano
i loro mariti, dalla bocca aperta hanno accesso
il diavolo e Dio, anche l’amore nasce dalla bocca,
la morte vi entra quieta come un gas tossico,
col respiro esce l’anima e gira a tentoni
nei corridoi, toglie ragnatele dai muri. Questo
sarà tuo, ha detto e se ne è andato. Apro gli occhi
e taccio, taccio, nella bocca tengo un filo.
Ancora il sogno, dunque, ma anche il senso dell’inadeguatezza, in ultima analisi, delle parole, perché la risposta è prima dell’articolazione fonemica, nel suono stesso come elemento di fuoriuscita dalla ripetitività alienante del reale. In Kolonie emerge proprio questo aspetto (come Masi sottolinea, una frase significativa del poeta è: “la lingua decisamente / sente il sapore, ma a disposizione ha solo / metafore vuote”), e si ritorna alle vibrazioni di base, ai suoni dei bambini – evocati anche dal titolo, che si riferisce alle colonie infantili.
E se il suono è vibrazione, è anche un’eco della fondamentale vibrazione cosmica, quella dell’amore, che si manifesta forse come l’unica via per percorrere il pertugio – verrebbe da dire la “natural burella” – che può condurre nell’oltre a lungo auspicato, verso quella Consolazione che pare sempre sfuggire. Se la poesia guida verso questa dimensione, con l’assurda forza trainante dell’ispirazione, solo l’amore può però completare questo percorso.
È in una delle liriche più belle di Ró?ycki, Secondo ipotico, che ciò emerge con maggior chiarezza.
Se è per amore, ci verrà perdonato,
resteranno dopo di noi letti sfatti e città
iniziate, tende schiuse, oggetti appena
sfiorati e un po’ di stoviglie sporche. Se è per amore,
non resterà dopo di noi il vuoto, c’è una tale innata
discordanza grammaticale, il vuoto non può abitare
in luoghi segnati dai nostri corpi, usciranno
da essi piuttosto bambini, paesi e tutti i colori.
Se è per amore, dalla nostra parte ci saranno animali,
cani abbandonati. Loro ci perdoneranno l’immobilità
e lo sguardo perso in qualche punto in noi. Saremo sdraiati
e ci cammineranno sopra giorni e correnti. Costruiranno su di noi
una città e liberi elettroni si affolleranno su di noi, ronzeranno,
e i sogni, i sogni saranno nostri per sempre

