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“Berretti Erasmus”: intervista a Giovanni Agnoloni

Intervista di Alessandro Gianetti

In Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa, di Giovanni Agnoloni, appena uscito per Fusta Editore, uno studente di Legge partecipa al celebre progetto inter-universitario europeo e parte per l’Inghilterra, dove capirà che il suo destino è legato all’altrove. Si dedica dunque a una professione – principalmente quella di traduttore, cui unisce sempre più l’attività di scrittore – che continuerà a chiedergli di spostarsi. I ciclici ritorni nell’amata-odiata Firenze saranno fonte di ossigeno ma anche di sofferenza, perché là, in special modo nel Nord dell’Europa e lungo le sue propaggini orientali, inizierà a nascondersi il senso della sua vita. È un libro fatto di episodi in gran parte autobiografici, esplorazioni e lavori nel Regno Unito, Olanda, Lituania, Irlanda, Polonia e altri luoghi ancora. Il protagonista vi conoscerà anche l’amore, e lo vivrà tutto: sino a che questa ragazza che sarebbe dovuta diventare sua moglie, a nozze già fissate, non morirà in un incidente stradale. Il destino che credeva di aver in qualche modo piegato, presenta il conto all’improvviso. Allora tutto, tutto il vissuto e tutto ciò che resta da vivere, assume un significato altro, nuovo. Ed è forse proprio per questo che chiede di essere raccontato, messo nero su bianco.

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Buona lettura 22: “Viale dei silenzi”, di Giovanni Agnoloni

Buona lettura è una rubrica curata da Mara Pardini. Uno spazio per “assaggiare” libri buoni, ovvero utili, piacevoli, intelligenti, capaci di lasciare un segno nell’immaginazione di chi li sfoglia.
Un taccuino per catturare le impressioni, i messaggi e le parole che escono di pagina in pagina ma anche per incontrare scritture nuove e legate all’attualità.  Un angolo per parlare di libri e condividere il gusto di una buona lettura.

Giovanni Agnoloni, Viale dei silenzi (Arkadia Editore)

Nasce così, da un’insopprimibile esigenza di capire, cresciuta in luoghi diversi e distanti, legati solo dal filo del ricordo: Firenze, Varsavia, Berlino e l’Irlanda  diventano lo sfondo del viaggio della memoria di Giovanni Agnoloni in Viale dei silenzi (Arkadia Editore).

Roberto, il protagonista di questo viaggio, è uno scrittore che affronta il passato e la ricerca del padre che lo ha abbandonato attraverso il libro che sta scrivendo, un “personalissimo viale dei silenzi” pervaso da momenti svigoriti, sopraffatti e destinato ad un futuro incerto, forse inesistente. Continua a leggere

“Viali dell’indipendenza”, di Krzysztof Varga

Recensione di Giovanni Agnoloni

Da Postpopuli.it

Gli antichi aedi cantavano le gesta eroiche con una cetra. E cantavano pure i trovatori medievali, celebrando donne e cavalieri. Krzysztof Varga, in Viali dell’indipendenza (ed. Nikita) non canta, ma lascia decantare e poi declama, sgranandole quasi come i grani di un rosario pagano, le deprimenti vicissitudini di un individuo che è fin dal nome un ossimoro vivente: Krystian Apostata, un artista un tempo promettente, poi sostanzialmente fallito, che trascina i suoi giorni annoiati e stanchi affogando la sua frustrazione nell’alcol e nella pornografia, e incrocia più o meno ad ogni piè sospinto l’amico dei tempi della scuola, Jakub Fidelis. Questi, il suo alter ego, al contrario di lui ha imparato a strizzar l’occhio alle mode e si è fatto strada nella danza, nella TV e sui rotocalchi, dicendo la sua su ogni argomento e venendo considerato un’autorità in materia di “tuttologia”.

Apostata e Fidelis, due nomi che sono dei simboli, come l’autore ha sottolineato in occasione della sua recente presentazione fiorentina insieme al traduttore Leonardo Masi. E due simboli, aggiungo, che si declinano insieme come un inevitabile, quasi kharmico binomio, sullo sfondo di una Varsavia prima schiacciata dal comunismo, poi (ancora una volta, dopo la seconda guerra mondiale, ma metaforicamente) rasa al suolo dall’assenza di qualunque sensibilità umana tipica della cultura di massa, che tutto omologa e nulla risparmia. Continua a leggere

“Viali dell’indipendenza” di Krzysztof Varga

Vi ricordo domani, venerdì 13 aprile, alle ore 18,00, presso la libreria Edison di Firenze (Piazza della Repubblica 27/r), la presentazione di Viali dell’indipendenza dell’autore polacco Krzysztof Varga (ed. Nikita, 2012), tradotto dal polonista Leonardo Masi, che sarà presente insieme all’autore.

“Fuochi di Bengala e altre poesie”, di Krzysztof Karasek

Fuochi di Bengala e altre poesie, di Krzysztof Karasek (ed. Il Ponte del Sale, 2011) (a cura e per la traduzione di Leonardo Masi)

Recensione di Giovanni Agnoloni

I lavori letterari a cui ‘mette mano’ Leonardo Masi, raffinato polonista e musicista di cui già abbiamo parlato, su questo blog, si segnalano sempre per una profondità “diversa”. L’ultima volta ne parlammo riguardo alle poesie da lui tradotte per le Edizioni della Meridiana, Antimondo di Tomasz Ró?ycki, uno dei più importanti poeti polacchi dell’ultima generazione. Oggi guardiamo invece a Fuochi di Bengala e altre poesie, raccolta di liriche di Krzysztof Karasek (ed. Il Ponte del Sale), che in Polonia è un protagonista della vita letteraria fin dagli anni Settanta, quando faceva parte di un movimento poetico detto Nowa Fala (“nuova ondata”). Leonardo Masi, che ha tradotto e curato questa antologia di testi, è anche autore della postfazione al volume (mentre la prefazione è di Jaros?aw Miko?ajewski), nella quale ben tratteggia l’itinerario artistico di questo autore apparentemente così “strano”, perché fuori dagli stereotipi dell’intellettuale accademico (ex studente di educazione fisica, grande amante delle bevute), ma al tempo stesso di un’intensità di sguardo direi quasi ‘chirurgica’, perché capace di andare dentro al cuore del segreto emotivo dell’uomo. Continua a leggere

“Passeggiata mattutina”, di Ryszard Kapu?ci?ski

Da “Il Reportage” numero 6, aprile-giugno 2011 (rivista diretta da Riccardo De Gennaro) (poi ripreso dal sito di Repubblica)

Passeggiata mattutina, inedito in Italia, è un reportage ritrovato negli archivi di Kapu?ci?ski nel 2004 e pubblicato in  Polonia nel 2007, due giorni dopo la scomparsa dell’autore. Si tratta di un dattiloscritto di sei pagine, corretto più volte dall’autore, corredato da uno schizzo dei luoghi menzionati nel reportage e da alcune fotografie. Da alcune notazioni contenute nel testo si presume sia stato scritto nel 1995. Il periodo a cui fa riferimento l’autore è quello che intercorre tra la fine del regime comunista e l’ingresso della Polonia nell’Unione Europea (2004), un’epoca ormai conclusa e lontana, in cui erano ancora vivi i ricordi del passato regime e regnavano ancora caos e incertezza. Da qualche anno il percorso della Passeggiata mattutina è ricordato da una lapide celebrativa posta nei luoghi descritti dal grande reporter. Continua a leggere

“Antimondo”, di Tomasz Ró?ycki

 

di Giovanni Agnoloni

È da poco uscita, in un ben curato volumetto delle Edizioni della Meridiana, la raccolta poetica “Antimondo” di un autore polacco, che nel suo paese è già emerso come una delle figure di maggior spicco dello scenario letterario. Sto parlando di Tomasz Ró?ycki (nella foto), nato a Opole, in Slesia, nel 1970.

Curatore dell’opera è Leonardo Masi, docente di Lingua e Letteratura Polacca presso l’Università di Firenze, che è anche, insieme ad Alessandro Ajres, il traduttore dei testi, presentati in polacco e in italiano. Come già avevo avuto modo di leggere in un articolo di Masi dal titolo “Segni nella nebbia – Appunti sulla poesia di Tomasz Ró?ycki”, pubblicato su “Hebenon”, sono vari e profondi gli spunti da prendere in considerazione, nell’opera di questo giovane ma pregevolissimo poeta.

Innanzitutto il suo percorso di artista. Ró?ycki ha esordito nel 1997, e da allora ad oggi ha pubblicato diversi libri di poesia:Vaterland (del 1997), Anima (1999), Chata umaita (“Capanna decorata”, 2001), ?wiat i anty?wiat (“Mondo e antimondo”, 2003), che poi sono riuscite nella raccolta Wiersze (“Poesie”). La consacrazione, tuttavia, si è avuta con Dwana?cie stacji(“Dodici stazioni”), opera per la quale l’autore ha ricevuto un prestigioso premio letterario, il Premio Ko?cielski. In seguito è uscita la sua raccolta Kolonie.

Come Leonardo Masi sottolinea nel suo articolo e nell’introduzione all’edizione italiana – la prima antologia delle sue poesie nel nostro paese – il titolo “Antimondo” è stato scelto per riassumere un concetto, o forse una sensazione di fondo della sua opera: l’uscita dai margini soffocanti della vita evidente e consueta, e l’accesso a una dimensione nascosta, che Ró?ycki, nella poesia Primo ipotico, ben definisce come le cose che accadono “tra Dio e il pavimento”, e che si manifestano soprattutto al mattino, tra il sonno e la veglia. In questa fessura onirica, che altrove egli chiama “buco”, lo sguardo intravede un panorama di percezioni che sfuggono ai limiti del reale, per accedere a una dimensione di energia o di spirito, luogo di fuga, telos dell’anima. Nella poesia Il buco – appunto – leggiamo:

È un buco al margine del cielo tra le nubi.
Se ti alzi per guardare da vicino
puoi vedere per un attimo quel mondo
la città, il plumbeo fiume, quella gente

nella stanza. Ma che vorranno dire quelle carte,
quel casino, quel caffè e quelle cicche sul tavolo?
Chi è mai quella donna che ti imita nel corpo
così bene e quell’uomo accanto a lei

che mi fa il verso? Cos’è quel confuso guardare,
quel vestirsi febbrile, quei capelli arruffati
e quel tremito leggero nella mano?
quel muto cenno delle labbra verso noi

quel parlare improvviso, quel chiamare?
E quel dito enorme nel momento decisivo
che lo chiude?

Sono versi di una profondità archetipica, che colgono la stasi nel presente di una città, Opole, che l’autore sembra vivere come una prigione, e in fondo è essa stessa un non-luogo, in quanto divenuta polacca dopo la seconda guerra mondiale – prima era tedesca – e popolata dai polacchi che vivevano in Ucraina, in città come Leopoli – territori che nel frattempo erano stati occupati dall’Unione Sovietica. Da qui un senso di spaesamento e di fuga verso un oltre che si manifesta come un’epifania, e che mostra la propria vita al di là di un confine ideale collocato oniricamente nel cielo. E il ricorrere di domande sul significato dei dettagli, dal caffè alle cicche, dal “plumbeo fiume” alla gente, che nella ripetitività quotidiana finiscono per diventare elementi di una “ipnosi di mondo” dalla quale ci si può salvare, appunto, solo rifugiandosi in un “antimondo”. Un oltre di fantasia, dunque, per una Fuga che però – e questo mi tocca nel vivo, da studioso di Tolkien – sa anche di sia pur momentaneo Ristoro, se non di una Consolazione vera e propria. Non sembra, infatti, in questo orizzonte, esserci posto per un’autentica liberazione, se non in potenza: è come se essa fosse una figura fotografata eternamente sui blocchi di partenza, un attimo prima dello scatto da cui comincerà (se comincerà) la vera vita. C’è tanto di Polonia, in tutto questo: dalle atmosfere delle sue piccole città all’eco di schiavitù, prima nazista e poi comunista, che sembra aleggiare ancora sulla tristezza stanca di certi sguardi, nonostante l’energia montante della modernità. Penso ai versi di Lingue, dove si legge:

Sporca vigilia di primavera in una sporca città,
come se la nebbia avesse riscoperto strade e pergolati. È
una notte particolare: ho parlato a lungo con il sogno,
il sogno ha parlato con me in triplice lingua,

mi ha portato in alto e mi ha mostrato la città,
un labirinto con al centro una bestia. Nei casermoni
dormono già, dalla bocca aperta si affaccia l’anima,
un’acre nube di vodka. Nei condomini dormono,

i bambini si mettono in viaggio, le donne aspettano
i loro mariti, dalla bocca aperta hanno accesso
il diavolo e Dio, anche l’amore nasce dalla bocca,
la morte vi entra quieta come un gas tossico,

col respiro esce l’anima e gira a tentoni
nei corridoi, toglie ragnatele dai muri. Questo
sarà tuo, ha detto e se ne è andato. Apro gli occhi
e taccio, taccio, nella bocca tengo un filo.

Ancora il sogno, dunque, ma anche il senso dell’inadeguatezza, in ultima analisi, delle parole, perché la risposta è prima dell’articolazione fonemica, nel suono stesso come elemento di fuoriuscita dalla ripetitività alienante del reale. In Kolonie emerge proprio questo aspetto (come Masi sottolinea, una frase significativa del poeta è: “la lingua decisamente / sente il sapore, ma a disposizione ha solo / metafore vuote”), e si ritorna alle vibrazioni di base, ai suoni dei bambini – evocati anche dal titolo, che si riferisce alle colonie infantili.

E se il suono è vibrazione, è anche un’eco della fondamentale vibrazione cosmica, quella dell’amore, che si manifesta forse come l’unica via per percorrere il pertugio – verrebbe da dire la “natural burella” – che può condurre nell’oltre a lungo auspicato, verso quella Consolazione che pare sempre sfuggire. Se la poesia guida verso questa dimensione, con l’assurda forza trainante dell’ispirazione, solo l’amore può però completare questo percorso.

È in una delle liriche più belle di Ró?ycki, Secondo ipotico, che ciò emerge con maggior chiarezza.

Se è per amore, ci verrà perdonato,
resteranno dopo di noi letti sfatti e città
iniziate, tende schiuse, oggetti appena
sfiorati e un po’ di stoviglie sporche. Se è per amore,

non resterà dopo di noi il vuoto, c’è una tale innata
discordanza grammaticale, il vuoto non può abitare
in luoghi segnati dai nostri corpi, usciranno
da essi piuttosto bambini, paesi e tutti i colori.

Se è per amore, dalla nostra parte ci saranno animali,
cani abbandonati. Loro ci perdoneranno l’immobilità
e lo sguardo perso in qualche punto in noi. Saremo sdraiati
e ci cammineranno sopra giorni e correnti. Costruiranno su di noi

una città e liberi elettroni si affolleranno su di noi, ronzeranno,
e i sogni, i sogni saranno nostri per sempre

 

“Varsavia vecchia e nuova”, Francesco Gori

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Introduzione di Giovanni Agnoloni
Testo di Francesco Gori
Filmato di Francesco Gori e Giovanni Agnoloni

Pubblico qui un pezzo uscito su Alibonline.it, del poeta-scrittore-pubblicista fiorentino Francesco Gori, che ha recentemente fatto con me una passeggiata per Varsavia, e ne ha riportato queste impressioni. Il filmato l’abbiamo realizzato insieme, e su AlibiOnline ne troverete anche altri due (e comunque sono disponibili tutti e tre su Youtube).
Grazie a Saul Stucchi, webmaster di AlibiOnline, per la sua preziossima collaborazione nella prima pubblicazione dell’articolo. Continua a leggere

La Cracovia di Wojty?a

Articolo di Giovanni Agnoloni, pubblicato per la prima volta su www.alibionline.it (sito creato e gestito da Saul Stucchi)

A Cracovia mi affaccio da una finestra che dà su cortili interni dai muri sbrecciati. Verde trascurato, cancelli semiaperti. Rami di alberi protesi come dita moribonde verso il cielo. In fondo si vede una casa dalla facciata fiamminga, che sembra una di quelle di Amsterdam. L’aria sa di foglie morte, in quest’autunno iniziato da poco. È una fragranza che mi invoglia ad uscire. Continua a leggere