Archivi categoria: Poesia

Zen poesia dada

di Loris Pattuelli

takahashi.jpgZen e dada sono due cose che stanno bene insieme. Non pensi anche tu, caro lettore, che con un incipit del genere potremmo incominciare a volare come gli aeroplani? Oggi vorrei parlare di Shinkichi Takahashi, un poeta che non dovrebbe mai mancare sul comodino di tutti quelli che amano “prender fischi per fiaschi”. Qualche cenno biografico? Dadaista da giovane, poeta zen da vecchio. E questo è tutto. Volendo fare i pignoli, si potrebbero aggiungere alcuni mesi di galera come anarchico e la bellezza di diciassette anni presso il Tempio Shogenji Rinzai di Tokyo. Secondo me, questo basta e avanza per un piacevole fraintendimento. Io, per esempio, fregandomene delle precisazioni dell’autore, mi sono sempre divertito a pensare che zen, dada, poesia e anarchia fossero una specie di Fab Four, o di punti cardinali, o di elementi primordiali, eccetera.
Fatica sprecata? Può darsi, ma non sempre e non a prescindere. Come diceva Lèo Ferré, la lucidità è qualche cosa da conservare soltanto nelle mutande.
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Poesia “Com’è”

Com’è facile essere soli
com’è difficile essere soli sempre
com’è comune essere soli dopo i 40 anni
com’è comune non esserlo
com’è unico l’amore da ragazzi, com’è conturbante
com’è difficile e comune l’amore giovane
com’è banale chiamare amore quello da grandi
se per decenni hai creduto amore quello da giovani
come la primavera e la morte ti distruggeranno l’amore
come ne getteranno le fondamenta
la primavera inseguirà l’inverno
e l’inverno la primavera
si ricorderanno
si rincorreranno
come sarà eterno l’amore a nessuna età
tuffato nella solitudine
tuffato nella morte sua antagonista
Orfeo guarderà sempre avanti
Euridice sempre indietro
com’è difficile sostenere il decreto
e leggere il cognome della vita!
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Poesie di Paola Renzetti

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Approdo

Mi piacciono le case

con l’approdo sul monte.

Profumano di pietra corrosa

e l’ortica sugli scalini tiene

i villeggianti un po’ a bada.

Le piane in bilico sul tetto

spioventi, non cadono mai.

Le porte di legno consunto

si lasciano staccare schegge

sbiadite, di antichi colori.

L’occhio alla serratura

respira, di una fresca

aria notturna di ragnatela.

Nella luce del mattino,

vaga il polline giallo

di fiori quasi invisibili.

Sullo stelo è rimasto

poco colore, solo strette foglie

di verde accarezzate dal sole.

***

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Tutto il calcio della mia vita – di Franz Krauspenhaar

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Saturi di sangue saltavamo sulle gradinate
come canguri bianchi, alla ricerca del posto.
Forte, sotto la pancia del balenottero, a miglia
di distanza dall’erba cucita al campo, voglia
stonata di prateria, immusurabile. Per venire lì
facevo la via Capacelatro, gambe a serramanico,
il cuscinetto a strisce sotto l’ascella, come
la baguette mattutina di un francese. Continua a leggere→

Franco Loi, “Cume me pias el mund!”

7 poesie inedite e 5 edite

Cume me pias el mund! L’aria, el so fiâ!
j àrbur, l’èrba, el sû, quj câ, i bèj strâd,
la lüna che se sfalsa, l’èrga tra i câ,
me pias el sals del mar, i matt cinâd,
i càlis tra i amís, i abièss nel vent,
e tücc i ròbb de Diu, anca i munâd,
i spall che van de pressia cuj öcc bass,
la dònna che te svisa i sentiment: Continua a leggere→

Renata Morresi. Album di famiglia II.

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Vita di coppia I

O que tu desiro

attorce e storto gode mi

plasiro zaratino coloniale:

è la maschera del bonding

surrogato di potere o narrazione,

come riccio di cuspidi coperto

acciaio scintillante, bestia,

hooking, fascio o neo-

preme, che nell’insacco tiene

molle e lullaby l’informe

l’Unheimlich,

la favola e l’affitto,

io, too, lieve

nausea e l’uovo e voi

il vov, il lei e lie

to me.

Canticchio

il midrash del culo –

“famiglia”,

fa scena,

ma si strappa nel dettato

la guaina impossibile

di chi è ha letto, a lato.

***

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Partenza

a cura di Loris Pattuelli

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Visto abbastanza. La visione si è avuta ad ogni aria.
Avuto abbastanza. Brusio delle città, la sera, e al sole, e sempre.
conosciuto abbastanza. Le decisioni della vita. O brusii e visioni!
Partenza nell’affetto e nel rumore nuovi!

Rimbaud
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12 poesie di Giovanni Marri

per vederti fatta
ho atteso una vita precisa
e averti addosso non mi basta
la storia non è questa il tempo non è giusto
c’è posto vicino?
se ero meno cretino diventavo un albero o un insetto
se ero meno inetto mi avresti amata
posso offrirti cioccolata? Continua a leggere→

Dalla raccolta: Dai libri di lettura – di Nadia Agustoni

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chiedo asilo

chiedo asilo alle ombre all’ombra che m’incolla
la figura alla vita che mi fa assente nel rassomigliarmi
che con dovizia mi crepa il muscolo cuore e mi dà sorte
come a chi non è dei suoi a chi stanca la parola non pronunciandola
e non ha il controcanto di un coro non è l’eroe che tarda
ma infine si fa vivo battendo al portone colpi d’aria
che fermano le voci nel bum nel sesto senso della veglia. Continua a leggere→

Cosa proibita, scura la primavera

images.jpgL’11 gennaio 1977 morì a Roma Vittoria Guerrini alias Cristina Campo. Vorrei ricordarla con una poesia che lei dedicò alla compagna spirituale della sua vita, a Simone Weil.
Disse della Campo l’amico Remo Fasani : Era una personalità forte, un po’ eccessiva. Felice e infelice al contempo. Felice perché aveva una intelligenza portentosa, infelice perché mirava troppo in alto. Continua a leggere→

“Psicofantaossessioni” di Faraòn Meteosès

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KM 1999

Esserci stati, quando ci dovevamo essere,
dietro le barricate, entro le scuole a studiare il Maoismo
contro i conservatori, a fianco i progressisti,
lungo i corsi centrali, nelle piazze,
durante le marce autogestite,
alle manifestazioni non violente
per i diritti civili, per le lotte sindacali
accanto agli ultimi partigiani, agli antifascisti; Continua a leggere→

Dino Campana

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a cura di Elena F. Ricciardi

[…] Su Campana rigorosissimo critico del proprio testo si ricordi la testimonianza del Ravagli (Dino Campana e i goliardi del suo tempo, Marzocco, Firenze 1942):

“Gli era così agevole estraniarsi da tutto ciò che lo circondava, così facile vivere con sè e per sè pur nelle condizioni d’ambiente meno propizie, che riusciva a lavorar di lima al bar Nazionale, sulle carte de’ suoi manoscritti, anche quando, tutt’intorno, ferveva il tumulto delle discussioni più animate.” Continua a leggere→

Il Silenzio di Laocoonte

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di Fabrizio Corselli

“Il maestro mirava alla somma bellezza, accettando i condizionamenti del dolore fisico. Questo in tutta la sua violenza deturpante, non si lasciava conciliare con quella. Egli lo dovette perciò mitigare; dovette ridurre le grida in sospiri; non perché il gridare tradisse un’anima volgare, ma perché stravolge il volto in modo sdegnoso. Perché si immagini di spalancare al Laocoonte la bocca e si giudichi. Lo si faccia gridare, e si osservi. Era una figura che suscitava compassione, perché esprimeva insieme bellezza e dolore; adesso è divenuta solo una brutta, ripugnante figura dalla quale volentieri si volge lo sguardo, perché la vista del dolore suscita dispiacere senza che nel contempo la bellezza dell’oggetto sofferente riesca a tramutare questo dispiacere nel dolce sentimento della compassione”. Continua a leggere→