di Loris Pattuelli
Zen e dada sono due cose che stanno bene insieme. Non pensi anche tu, caro lettore, che con un incipit del genere potremmo incominciare a volare come gli aeroplani? Oggi vorrei parlare di Shinkichi Takahashi, un poeta che non dovrebbe mai mancare sul comodino di tutti quelli che amano “prender fischi per fiaschi”. Qualche cenno biografico? Dadaista da giovane, poeta zen da vecchio. E questo è tutto. Volendo fare i pignoli, si potrebbero aggiungere alcuni mesi di galera come anarchico e la bellezza di diciassette anni presso il Tempio Shogenji Rinzai di Tokyo. Secondo me, questo basta e avanza per un piacevole fraintendimento. Io, per esempio, fregandomene delle precisazioni dell’autore, mi sono sempre divertito a pensare che zen, dada, poesia e anarchia fossero una specie di Fab Four, o di punti cardinali, o di elementi primordiali, eccetera.
Fatica sprecata? Può darsi, ma non sempre e non a prescindere. Come diceva Lèo Ferré, la lucidità è qualche cosa da conservare soltanto nelle mutande.
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