Al matrimonio di mia cugina c’erano molte persone che detesto. Innanzitutto suo marito: uno che aveva fatto i soldi vendendo uno strano attrezzo che importava dall’America e serviva per rafforzare gli addominali. E che girava con una Mercedes SLK e spesso diceva: “Adesso la vendo e mi faccio la Cayenne, però a questa sono affezionato e mi dispiace”.
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Una donna sola
Deirdre aveva perso la memoria. Vagava da un tempo indefinito per il centro di Firenze, e si accorgeva di stare invecchiando. Era brutta e quasi sempre puzzava. Ma per lei ogni giorno era uguale agli altri, e veramente non riusciva a fermarsi e a ripartire. Il tempo si era come bloccato a una data che non sapeva mettere a fuoco. Sicuramente era stato un giorno di pioggia, e c’era altra gente intorno a lei. Ma se avesse dovuto individuare il luogo e la circostanza esatti, non ne sarebbe stata in grado. Viveva dell’aiuto di un centro di accoglienza e dormiva sul pavimento della stazione ferroviaria. La sua radio-sveglia era l’annuncio dell’Eurostar delle sei, che ogni mattina partiva puntuale. La sua compagnia, una bottiglia di whisky di seconda mano, che rimediava al bar di fronte all’entrata non appena aveva qualche spicciolo da spendere. Continua a leggere
Prima di abituarti a Milano
Pensando di non essersi mai svegliato
Oggi ho deciso che guarderò la televisione tutto il giorno. Accendo e trovo un programma dove si danno molti soldi alla gente che risponde alle domande. Io non saprei rispondere nemmeno ad una delle domande che vengono fatte.
Cambio canale. C’è una signora che legge le carte. C’è una che vende attrezzi per gli addominali. Uno che vende pillole per dimagrire. Tutti vendono e tutti comprano a quanto pare. Anche oggetti d’arte molto cari. C’è una statuetta che mi piace: è una ragazza con le trecce che sta accanto alla sua bicicletta. Costa una fortuna.
“E’ un pezzo unico” dice quello che vende gli oggetti d’arte.
Non ho il telefono e decido tutto ad un tratto di comprarmi un cellulare.
Operazione Barracuda
di Mauro Baldrati

Il taxi corre per le strade lucide di pioggia. E’ sempre emozionante tornare a Londra, la città dove ho passato l’infanzia. Ormai non ho più una città mia, vivo sparso per l’Europa e l’America, per ragioni di sicurezza. Ma, se arrivassi alla vecchiaia – chissà, forse mi sarà concesso – vorrei che la città del riposo e della fine fosse Londra. Ci si perde a Londra, ci si nasconde, si dimentica il passato e non si pensa al futuro a Londra.
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Abbasso i terroni!
di Pasquale Giannino
“Ingegnere, ha visto lo schifo di Napoli?” mi fa Davide. “Lo schifo di Napoli?” “Insomma, lo scandalo dei rifiuti…” Il locale è gremito, sono già le nove e devo correre in ufficio. Ho un meeting di quelli tosti, oggi, sarà un bagno di sangue. “Ah, le discariche… Senta, il caffè me lo faccia corretto per favore.” “Non gli bastano i miliardi che gli abbiamo dato?” incalza il barista. Io annuisco, in realtà non lo ascolto più. Il caffè è pronto. Lo mando giù senza gusto, come se fosse una medicina. Mi affretto verso l’uscita. Continua a leggere
La figlia del Caffè
di Flavio Tannozzini
Don Marcelino staccò un rametto da una pianta di caffè. Fruscìo nella selva. Gocce di umidità si persero nella nebbia che calava con la sera. Prese una bacca rossa e la portò alla bocca: quel sapore dolce e delicato lo accompagnava da quando, bambino, aveva cominciato a lavorare nella piantagione. Erano le prime bacche mature della stagione ed erano veramente grandi: quell’anno ci sarebbe stato un raccolto formidabile, pensò mentre si faceva largo tra l’erba alta a colpi di machete. Ecco il sentiero fangoso, ecco la strada verso casa. Stringeva, in una mano, il rametto carico di bacche per rassicurare sua moglie Julia con la buona notizia; in spalla portava alcuni sacchi di tela che la giunta comunitaria aveva distribuito per la prossima raccolta dei frutti del caffè. Continua a leggere
Una vita piena di passioni
Alle dieci del mattino di una domenica di dicembre Ettore Crivelli si fermò a massaggiare il gomito colpito a tradimento da una fitta. Accese una sigaretta. Scommise con se stesso che non avrebbe fatto in tempo a fumarne neanche metà, ed ebbe la sua magra soddisfazione: il tram emerse dalla nebbia, si arrestò scricchiolando e aprì le porte. Tutto intorno, Milano si scongelava come un barbone che apre gli occhi, si sente il ghiaccio nelle ossa e si meraviglia di essere vivo. Continua a leggere
L’inizio della fiera, di Gaja Cenciarelli
[Questo racconto è stato pubblicato nell’antologia Allupa Allupa. Stupore e allarme di 25 scrittori e 25 artisti visivi, a cura di Silvana Maja e Nadia Tarantini, ed edita da DeriveApprodi]
Quando M. arriva a Roma ha trent’anni e continua ad accartocciarsi su una verità acuminata che le si infilza nello stomaco e nell’utero. Roma per lei è un po’ di tutto, tutto insieme e tutto all’improvviso. M. pensava di allattare al ventre della lupa le sue paure, lo squarcio che le ha aperto in due la vita a dieci anni, e che dopo vent’anni perde ancora sangue e visceri.
M. – la cara, scura M. – pensava di nutrire la bambina che per vent’anni era stata costretta a rimanere tale. A Torino, M. aveva vissuto la sua vita, gli anni più importanti, la scuola, la morte dei genitori, la solitudine di vivere con un fratello pilota d’aereo. Un fratello con spalle e testa squadrata, e mani lunghe come tentacoli che non volevano saperne di privarsi di M.: per vigliaccheria, per amore, per sesso.
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Sparodici (momenti di felicità)
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Sparodico. Quella parola continuava a ronzargli nella testa. Sparodico, sparodico, spa-ro-di-co, sparo dico, sparo.
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Aveva iniziato
Due giorni prima di natale aveva iniziato a scavare quell’enorme buca in giardino. E proprio dalla celebrazione della messa in piazzetta non si è più visto in paese e la buca in giardino è stata ricoperta.
Un racconto di Roberto Plevano
Dio?
Di primo mattino in casa non si osserva molto movimento, a dire il vero non c’è nessuno che osservi, e questo potrebbe far sospettare che non ci siano segni di vita, di vita cosiddetta intelligente almeno, visto che tra le piante ornamentali e la biomassa microscopica che ha eletto tappezzeria, dispensa e angoli dimenticati a propria dimora prosegue indisturbato il macinare del vivente senza coscienza. Tale sospetto tuttavia non ha motivi di sorgere se si presta orecchio ai respiri regolari che provengono dalle stanze da letto, verifica impossibile in assenza di un orecchio che ascolti. E anche in quel caso, c’è da dire che il sonno di primo mattino è il più fermo di tutti i riposi, e giustifica sufficientemente la prima considerazione fatta dall’inesistente osservatore sull’immobilità domestica.
Lupus
“La cosa che più mi terrorizza” mi ha detto, mentre passeggiavamo sul bagnasciuga “è l’idea che una di quelle grosse meduse possa attaccarsi ad una gamba mentre nuoto”.
Sapeva benissimo che non c’erano grosse meduse, ma lo spaventava il fatto che i bambini continuassero ad urlare “La medusa gigante!” o cose del genere.
E per questo non potevo certo dirgli del lupo che da qualche giorno bussa alle porte ritto su due zampe.
Per Natale cammello
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Dopo una notte di sonni agitati, un padrone si svegliò al mattino con un cattivo presentimento.
Ricordava di aver sognato di perdere l’anima, il dio profitto, finire all’inferno.
Come tutte le mattine, raggiunse di buon’ora la sua azienda e appena arrivato nell’ufficio presidenziale chiamò il suo consigliere di fiducia e gli confidò ciò che lo turbava.
Il consigliere, dopo averlo ascoltato attentamente, non ebbe dubbi su cosa suggerirgli. Continua a leggere
Giù le mani dal paese!
di Pasquale Giannino
Quella sera pensavo ai fatti miei. Ne ho le palle piene – dissi tra me – problem solving, team working, comunicazione efficace, orientamento al cliente… Fanculo! Ora prendo ‘sto telefonino e lo butto nel cesso. Ci mancava soltanto la reperibilità, ventiquattr’ore al giorno, sabato, domenica e festivi inclusi. Per quattro soldi in più a fine mese. Ma chi se ne frega! Mica sono diventato ricco, mica posso comprarmi lo yacht e fare la bella vita! No! Devo continuare a pagare il mutuo e timbrare il cartellino, e sopportare capi e capetti e colleghi frustrati, e clienti simpatici come la merda che pesti sul marciapiede. E ora c’è anche la reperibilità… Fanculo! Mi ero deciso a spegnere quella diavoleria aziendale, fra un po’ avrei spento anche il cervello e mi stavo già pregustando la birra doppio malto che mi sarei tracannato dinanzi a una delle infinite idiozie on demand che offre la rete, quando quel fottutissimo telefonino si mise a squillare: “Sono Stefano, debbo darti una brutta notizia: Paolo si è suicidato”. Continua a leggere
Cenere alla cenere, di Gaja Cenciarelli
[Questo racconto è stato pubblicato il 14-6-2006 su Nazione Indiana, e fa parte dell’antologia Tutti giù all’inferno: Anagnina che toglie i peccati del mondo, a cura di Monica Mazzitelli ed edita da Giulio Perrone]
Fuoco. S’infuoca. Si va a fuoco. Fuoco, acqua acqua fuocherello, acquazzone, incendio. Fuoco di paglia. Fuoco fatuo.
«Si va a fuoco». Dice la donna con le mani punteggiate da piccole chiazze marroni chiaro e l’orologio d’oro. E ciacola come a rincorrere le lancette dei secondi, come se il tempo non fosse mai abbastanza per chiarire i concetti. Li affastella, uno sull’altro, una pioggia torrenziale di affermazione del sé, la lingua come atto creativo di nonsense.
Il fuoco di fila delle sue parole.
La donna con le gambe nude fino alle cosce e le unghie smaltate di porpora risponde: «È un forno».
Lui è vecchio, di quella vecchiaia che ti divora da dentro, scarnifica le ossa e lascia solo il guscio, vuoto e raggrinzito dalla violenza del risucchio interno. Il suo esser vecchio non si può nemmeno barattare con la dolcezza, l’etereità della parola anziano. Ha una camicia di flanella a scacchi blu e verdi e delle donne non vede la faccia perché è curvo, la testa incassata tra le spalle, guarda in basso e si tira continuamente i polsini, finché i pollici non scompaiono sotto gli scacchi.
Alto è il sole a mezzogiorno, sarà cotto il bimbo al forno?
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Quando ancora
Se non ricordo male è stato durante le mie settime vacanze natalizie, quando ancora avevo i miei bei riccioli biondi, che ho trovato una lunga ciocca di capelli neri sul mio cuscino. Che i miei non sapevano dove sbattere la testa a capire di chi fosse e chi l’avesse messa sul mio letto.
Scontatamente
RACCONTO DI NATALE
Aveva seguito la strada che conduceva fuori dall’abitato mentre il sole invernale calava sulla scogliera come faceva spesso.
Ora il vento freddo che spazzava l’altopiano irlandese lo spinse ad entrare nel cottage.
L’aveva notato avvicinandosi, pensandolo abbandonato. Invece, non appena la luce del giorno era svanita, il bagliore dall’interno delle finestre era divenuto un invito gradito.
Spinse la porta e scrutò l’interno: legno ovunque, panche addossate alle pareti, tavoli desolati e un bancone dove tutto era scuro, anche le cromature dei rubinetti da cui veniva spillata la birra, luci accese ma nessuno in giro.
Fece per uscire quando sentì alle sue spalle una voce. Continua a leggere
Muschio
Morbido, Milud infila una mano nella busta e trova il morbido.
-Cosa avete rubato?- gli chiede lo sguardo del medico, mentre riduce la frattura di Clodi. Continua a leggere
Oro
Da sempre sognavo di essere sotto i riflettori. In quei sogni brillavo intensamente, in parte per merito mio, in parte grazie alla luce riflessa di decine di piccole lampade abbaglianti, disposte ad arte per esaltare il mio fulgore. Un’ambizione esagerata per una piccola pepita d’oro come me?… Me lo chiedo ora, qui, nella mia ultima e oscura dimora, sconfitta e inutile cosa senza più valore. Continua a leggere
