Archivi categoria: Racconti

Mi manchi

un racconto (per l’8 marzo?) di Ezio Tarantino

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“Piove. Non funziona niente”, disse Michela.
“Come dici?”
Michela chiuse le persiane, sporgendosi. Davide si aggiustò il maglione sulle spalle, davanti al portatile, poggiato sul tavolino di fronte al divano. Le chiese qualcosa da bere. “Di che tipo?”
Il rumore del liquido color del miele, viscoso e grasso, un blop con risacca e bolla d’aria, riempì il salone.
Davide riattizzò il fuoco del camino, inginocchiandosi. Guardò in direzione della moglie. Le chiese: “Vai a dormire?”
Lei rispose: “La senti la pioggia?”
Cadeva forte, a ondate.
“Vai a letto? La pioggia, sì, la sento.”
“Ora ci vado.”
Davide chiuse il portatile: “Avevi ragione.”
“Perché lampeggia quella spia?” domandò Michela.
Davide guardò la spia del ricevitore satellitare che in effetti lampeggiava.
“Non so”, rispose. Sorseggiarono simultaneamente. “Devo prendere il libretto.”
Rimasero lì a guardare. Lei gli si era avvicinata, con le braccia conserte. Guardarono finché la luce rossa non smise di lampeggiare.
“Fine”, disse lei. E aggiunse: “Strano, però.”
La luce andò poi via per circa dieci minuti durante i quali rimasero seduti sul divano davanti al camino acceso, all’inizio in silenzio.

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Anubis. di Giampietro Stocco

Quel rubinetto di merda… Siamo proprio sicuri di averlo girato a sinistra e non a destra? Come ogni sera, Giacomo fece dietrofront sui due metri quadrati che dividevano la sua stanza dalla cucina. Per l’ottava volta aveva controllato se davvero aveva spento il gas.
Un vero guaio essere arrivati a otto. Perché secondo la legge inviolabile che regolava il suo tormento, una volta che Giacomo avesse superato la mistica soglia di sette, il rito si sarebbe prolungato fino a ventuno, primo multiplo dispari di sette. Già, perché se sette era il numero che salvava, tre era il numero da salvare, e cioè Giacomo, sua madre e suo padre.
Disturbo ossessivo-compulsivo, lo aveva chiamato il dottore, raccomandando ai genitori di non essere troppo protettivi e di avere pazienza. Se fosse peggiorato, beh, si poteva pensare a una cura, ma per adesso non bisognava preoccuparsi troppo: in fondo si trattava di un adolescente e d erano solo un paio di manie in croce.

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Per favore un po’ di pane, di Pasquale Giannino

Sono passati dieci anni e sembra ieri. Anzi no, a pensarci bene mi sembra un secolo… Avevo preparato ogni cosa nei minimi particolari. Mio padre lo avevo piazzato presso la commissione, avrebbe dovuto fotografare il momento clou della cerimonia: era tutto concentrato vicino alla schiera dei baroni. Mio fratello, armato di videocamera, aveva il compito di immortalare l’intera sequenza; ai miei amici avevo affidato l’incarico di organizzarmi un tifo da stadio. Sullo sfondo l’imponente scritta: “Aula Magna Giovanni Agnelli”.

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Cuore di pixel, di Alessandro Simonato*

paper_people.jpgNon me ne sono resa conto ma sono già passati cinque anni da quando io e Alessio stiamo insieme. Se solo mi fermassi un secondo per pensare, se solo avessi la volontà di fare una cosa così semplice, potrei dire che con lui non mi è mai mancato nulla, almeno fino a quando tutto è cambiato.
Più o meno due mesi fa ho cominciato a giocare dentro questo mondo virtuale del quale non fanno altro che parlare tutti quanti. All’inizio, lo ammetto, non riuscivo a capire cosa ci fosse di così entusiasmante nello stare a guardare un monitor per ore, seduta su una sedia. Poi, per cocciutaggine e per curiosità, ho cominciato a conoscere un bel po’ di gente, ad apprezzare le albe sintetiche, a conoscere il mio nuovo corpo bellissimo con tutte le sue particolari esigenze. Ho pure trovato un lavoro e, devo dire, qui dentro è tutto più semplice della vita di tutti i giorni. Io che sono sempre stata schiva e intimorita dalle relazioni con le altre persone, spaventata dalla vita adulta che a trent’anni non sono ancora riuscita a comprendere, ora qui dentro mi sento di poter fare qualsiasi cosa, senza remore. Continua a leggere→

Proprio quelli

di Emanuele Kraushaar

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L’altro giorno sono andato a farmi un giro in centro. Mentre mi specchiavo in una vetrina, ho notato un paio di pantaloni in saldo e ho deciso di comprarmeli.
Sono entrato nel negozio e ho chiesto al commesso di farmeli provare.
Il tipo era un ragazzo di colore, alto e robusto che rispondeva alle mie parole con cenni della testa.
Si è allontanato a rapide falcate e ha raggiunto la vetrina per prendere il manichino che indossava i pantaloni che mi interessavano. E’ venuto da me e ha appoggiato il manichino sul tavolo e gli ha sfilato delicatamente i pantaloni per poi andarsene da un altro cliente.
Dopotutto erano quelli i pantaloni che gli avevo chiesto. Proprio quelli. Nessun equivoco.
E così, una volta a casa, ho deciso di togliere le biglie che mio figlio aveva lasciato sul pavimento della sua stanza. Più di un anno fa, prima di uscire di casa e sparire per sempre con sua madre.

IBRID@PROSA, BAGLIORI DAL WEB LETTERARIO ITALIANO

di: Guido Tedoldi

Il racconto che segue è stato uno dei partecipanti al «non concorso» Ibrid@Prosa organizzato dai blogger di Ibrid@Menti (li trovate all’indirizzo web http://ibridamenti.splinder.com). L’ho definito «non concorso» perché funziona tutto come se fosse una normale competizione letteraria, con tanto di giuria che seleziona i lavori migliori arrivati – ma alla fine non c’è un vincitore: ci sono delle opere segnalate e pubblicate su Ibrid@Menti e qui da noi su Lpels. Ma se non vince nessuno, che scopo c’è allora?
Per permettere di capire meglio, devo dare qualche altra informazione. Ibrid@Prosa si sviluppa in 6 parti, ognuna delle quali caratterizzata da un tema. Andrà quindi avanti per un po’ di mesi. Inoltre procede parallelamente a un altro «non concorso», Ibrid@Poesia, che ha scansione temporale e temi coincidenti. Se tutto va come nelle intenzioni iniziali, i testi pubblicati daranno un quadro dello stato delle scritture del web italiano. E, forse, anche lo stato degli scrittori (e scrittrici naturalmente) che utilizzano il web come mezzo elettivo di espressione della propria arte.

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Trapezio e traversa

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Il trapezio, aiutati col trapezio, sposta la coperta, tirami su, bene, adesso abbassiamo il letto, aggrappati al trapezio, piega le gambe, e uno e due tre, suuu!, ora rialziamo il letto, ti sistemo il cuscino, poi guardiamo la flebo, il vicino cosa dice?, parla con la donna che gli passa la notte, che ore sono? Continua a leggere→

Bestemmia in forma di rosa – di Cristiano Armati

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Mio nonno ha stirato le zampe dietro a un paravento bianco. Era tutto nudo sul letto, sembrava che dormiva, invece era quasi morto. Non era solo, c’era un sacco di gente: a cominciare dalla signora seduta su una sedia di ferro, china sul capezzale accanto a quello di mio nonno.
Si guardava il marito, la signora. Era la terza volta che lo operavano di tumore: ormai era ridotto a un cencio. Senza denti, senza pezzi interi di polmoni, eppure campava. Cioè, respirava. E la moglie stava là, divorata dai capelli bianchi, sotto una tinta fatta male che le aveva sporcato di nero la fronte. Figuriamoci se faceva caso a mio nonno. Continua a leggere→

Tutta la situazione andava considerata da capo

di Emanuele Kraushaar

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“La segretaria porta la minigonna stretta. Ha delle belle gambe. Lunghe e lisce.
Il capo fuma nervosamente, perché ha appena sentito la moglie al telefono e quella sera deve andare a teatro. E lui detesta il teatro. Da Eschilo alla Socìetas Raffaello Sanzio, qualsiasi cosa venga rappresentata su un palcoscenico.
E poi la segretaria ha quel modo di camminare, i capelli legati, la minigonna stretta l’abbiamo già detto. Insomma, ha una sua forma che il capo non può non ammirare.
Ma la moglie non è al telefono di casa, è su un cellulare e appena il capo si avventa sulla segretaria, ecco che irrompe e lo prende in castagna”.
Mentre finiva di spiegarsi con l’attrice che doveva interpretare la segretaria, il capo e la moglie nella stanza vicina ancora non avevano smesso di baciarsi.

Ma Elisa cammina, di Barbara Gozzi

L’acqua è rumorosa. Scroscia e si infrange sul fondo della doccia dalle pareti di plastica.
Elisa si spoglia con calma. Entrando in bagno ha chiuso la porta, attenta a girare una sola volta la chiave.
Lei piange. In quel modo ossessivo, cadenzato ma adesso non può, proprio non riesce a darle retta. Per questo si è chiusa dentro, da lì è meno forte, il pianto. Apre l’acqua che scorre veloce, i primi vapori salgono mentre osserva la faccia riflessa nel piccolo specchio quadrato. Il pianto continua ma è meno pressante, sembra vicina ad addormentarsi. Sembra.

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Proprio non sono riuscito a farmi capire

di Emanuele Kraushaar

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Ho cambiato tredici volte il tono della voce, ma proprio non sono riuscito a farmi capire. Per questo ho pensato bene di andare dal ventriloquo a farmi impostare nuovamente il settaggio intonazione voce.
Perché è da quando ho iniziato questi corsi che sono perseguitato dall’incubo dell’alunno che mi dice: “Non ho capito” oppure: “Ma cosa significa?” o ancora: “In che senso?”, fino a quando uno mi ha urlato contro: “Smettila di fare il pupazzo!”.

Quanto volete guadagnare?

di Giorgio Morale

Paolo ed Elle decisero per le enciclopedie, risposero a un’inserzione e si scoprirono a fare anticamera con una decina di giovani e meno giovani in tenuta di rappresentanza. Elle fu ben accetta al primo contatto. Paolo fu rinviato a una seconda prova.
“Prima sfoltisca un po’ i capelli. Si procuri un abito adatto”.
Il giorno dopo fu ammesso anche lui alla seconda fase, tre giorni di training teorico.
“Dopo sarà un’altra persona” gli dissero. “Neppure sua madre la riconoscerà più”. Continua a leggere→

Il silenzio dell’innocente, di Gaja Cenciarelli

clarice_gaja.jpg[Mi sono decisa a postare questo divertissement perché non si dica poi che scrivo sempre cose pesaaaaanti, tristi, cervellotiche (agh: qualcuno lo ha detto? Non voglio saperlo. Sì, è vero: da me me la canto e da me me la suono). Anyway: tutto quello che leggerete qui sotto è assolutamente vero. E mi è successo una settimana prima di alcune consegne importanti – la traduzione di tre romanzi che dovevo inviare di lì a sette giorni – e nel momento più convulso dell’editing di un libro che sarebbe stato pubblicato da vibrisselibri. Non so bene come io ne sia uscita viva, ma è certo che quel periodo ha segnato irrimediabilmente il mio equilibrio psichico, d’altra parte già compromesso, come chiunque mi conosca ben sa. Siate pietosi, cari lettori: sono solo una scribacchina.]

Cinquantacinque minuti di attesa al telefono la prima volta che ho tentato di parlare con il servizio assistenza della wind.
“Ma signora, è un semplicissimo disservizio”, mi ha detto l’operatrice. “In fondo sono solo due ore che non ha l’adsl”.
“SOLO due ore?” Mi si sono svelati i misteri dei raptus che portano all’omicidio. “Ma lei lo sa che io lavoro tutti i sabati e le domeniche, per non parlare dei giorni infrasettimanali, fino a mezzanotte?”
“…”
“Ma lei lo sa che io ho tre romanzi da consegnare entro il 31 gennaio? TRE, DICASI TRE, libri le cui traduzioni aspettano di essere completate?”
“…”
“Segnali il guasto all’assistenza tecnica, almeno…” (petulavo io)
“No. Ci deve richiamare, staccare tutte le spine, e telefonare dal cellulare. Altrimenti non possiamo fare i test sulla sua linea e non possiamo aprire la segnalazione di guasto”.
“ALTRI CINQUANTACINQUE MINUTI AL TELEFONO?”
“Se è fortunata saranno di meno”. Continua a leggere→

Spoglie di biscotti, di Sabrina Campolongo

biscotti.jpg Mi hai portato dei biscotti.

Sono senza burro senza zucchero senza uova senza conservanti senza coloranti senza grassi vegetali idrogenati, hai detto.

Ti ho guardato. Hai abbassato lo sguardo.

Non ti faranno ingrassare, hai detto, la testa bassa e un mezzo sorriso.

Ti ho mai detto che sono a dieta? mi domando.

Hai voglia di fare due passi? mi domandi, tendendomi la mano.

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Elefante

di Emanuele Kraushaar

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Mi è incominciata a spuntare una strana protuberanza dalla faccia. Una proboscide che mi sta coprendo il naso. Sono due mesi che ho questa cosa che cresce e l’ultima volta che sono uscito di casa ho anche spaventato della gente.
Era la settimana scorsa che tre ragazzini ai giardini hanno preso a fissarmi impalliditi. E poi sono corsi via.
Sono stato da uno psichiatra, ma quello dice che non ho niente. Che mi curerà.
Adesso però sto nella crisi più nera. E lo chiamo solo per telefono.
Mi dice che tra qualche seduta telefonica mi farà riuscire di casa. Mi ha ordinato di guardarmi allo specchio ogni ora, per vedere che non ho nessuna proboscide.
Ma, come gli ho detto, da qualche giorno ho rotto tutti gli specchi, perché ho paura.
Solo da ieri notte ho iniziato a barrire e non riesco più a parlare.
Così ho deciso di non chiamare più lo psichiatra, perché tanto sarebbe impossibile farmi capire.

Portami al mare

di Emanuele Kraushaar

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Mi muovo di rado da Roma. L’estate anche se fa caldo me la cavo, tra una granita al limone e una cedrata. E poi quest’anno ho comprato il condizionatore e lo metto sempre al massimo.
Di solito mi alzo sul presto e faccio una passeggiata a Villa Pamphili, che non è lontana da casa mia.
Poi mi guardo qualche programma alla televisione. E più sono stupidi e più tempo li sto a guardare.
Sono uno che piace e ogni tanto mi telefona qualche ragazza e così la invito a casa, le offro da bere e me la porto a letto.
Spesso dopo aver fatto l’amore qualcuna mi dice: “Portami al mare”.
Io la accompagno delicatamente verso la porta e la spingo fuori con un sorriso di commiato che significa: “Non mi chiamare, tanto domani o dopodomani o fra tre giorni me ne trovo un’altra”.
Giovedì mi è capitata una che non mi ha chiesto niente e così ho pensato di richiamarla sabato.
E’ stata puntuale e me la sono proprio divertita. Di nuovo non ha avuto pretese di gite fuori porta.
Credo che la chiamerò di nuovo la prossima settimana. D’altronde l’ho detto che mi muovo di rado da Roma.

Antipodi, di Gaja Cenciarelli

sscan_minicover.jpg[Questo racconto è apparso nell’antologia natalizia di vibrisselibri, liberamente scaricabile dal sito della casa editrice]

Ma sai com’è, ultimamente mi piace fraintendere.
Mi chiedo ancora se ci sia un motivo valido per cui sono qui, ora. Non capisco la sua insistenza a voler restare sola. Sono a venticinque ore di volo da casa solo perché lei non ha voluto sentire le mie ragioni.
Quando sono arrivato a Rotorua la prima cosa che mi ha colpito è stato l’odore di zolfo che permeava tutto. Ogni millimetro quadrato, ogni immagine. Persino i cigni neri che ondeggiavano vicino alle sponde del grande lago.
Orribili, appena li ho visti ho rabbrividito. Forse perché mi sembravano l’immagine dell’inerzia: si lasciavano portare dal flusso dell’acqua senza opporre resistenza.
Naturalmente sarei potuto rimanere nei paraggi, quantomeno in Europa.
Guarda che me ne vado dall’altra parte del mondo!
Quello che fai non mi riguarda più, aveva risposto lei, stringendosi nelle spalle. Mi ha rivolto la schiena e ha continuato a scrivere al computer. Se solo avessi cancellato le e-mail ricevute nelle ultime due settimane, Alice non avrebbe scoperto nulla. Avrei avuto voglia di piantare un pugno in mezzo allo schermo del computer. In effetti, però, quella che avrei desiderato mandare in frantumi era la faccia imperturbabile di Alice.
Eppure lo sapeva che erano solo avventure senza importanza. Glielo avevo detto.
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Un fulmine, un pugnale

Da qualche giorno è in libreria il volume 68 lettere d’amore, curato da Marina Visentin per Ponte alle Grazie (conta 202 pagine e costa 10 euro). Sono love letters di grandi scrittori e scrittrici, pubblicate con un certo anticipo rispetto alla data canonica di San Valentino. Mi avevano chiesto una prefazione, io ho scritto un racconto. Questo.

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BABBO NATALE E LA BABY GANG

Racconto di
Guido Tedoldi

Quell’anno a Poffolo il Natale non fu una festa spensierata. La gente non aveva la voglia né i soldi per inseguire le solite nuove compere imposte dal consumismo, c’era in giro un’aria un po’ depressa. D’altra parte Poffolo era in Italia, nazione dove i cervelli erano in fuga, gli istituti di statistica scoprivano che eravamo immersi in una mucillagine e i mass media stranieri dicevano che eravamo in pieno declino.
Neanche nella redazione dell’Araldo le cose andavano bene. Per dirla tutta facevamo fatica a trovare di numero in numero dei titoli decenti con cui aprire la prima pagina. Per nostra fortuna, qualche giorno prima del 25 dicembre, Babbo Natale scomparve. Anche se in un primo tempo, nella concitazione, sembrò una storia del tutto diversa: il rapimento di un uomo politico
Mi fiondai alla caserma dei carabinieri per avere notizie. Continua a leggere→