E quindi, dato che Laura proprio non voleva saperne di farci un giro al mare, ce ne siamo andati a Calcata. In effetti c’era un cielo bianco che sembrava colarci addosso tutta l’angoscia di un altro anno passato a sentire di bombardamenti e devastazioni ecologiche.
“Dò un’occhiata in quel negozietto” ha detto.
Io me ne sono rimasto fuori a guardare il cielo. Un piccione è rimasto impigliato vicino ad una finestra e così un uomo si è arrampicato con mani e piedi incollati al muro.
Continua a leggere
Archivi categoria: Racconti
Zucchero. di Marta Baiocchi
La metro vibra sordamente, come un rombo nello stomaco, sembra immobile, mentre corre. Il caldo fermo e insopportabile come una sirena di fabbrica. Poca gente, nel vagone, squagliata nei sedili. Una coppia di coreani, immobili e uguali, i sacchetti della spesa tra le ginocchia, ciuffi di foglie spuntano dall’orlo. Continua a leggere
La doccia del sabato sera
La mia vita non è un granché. Anzi diciamola tutta: ho un lavoro da schifo, non sono innamorato, non ho amici e ho perso quasi tutti i capelli. La cosa che più mi piace della settimana è la doccia del sabato sera. Perché sto quasi un’ora sotto l’acqua e sogno di essere il mio vicino di casa. Quello ha una ragazza molto carina e il sabato vanno sempre a cena fuori o al cinema o a teatro oppure semplicemente se ne stanno a casa a fare l’amore.
Non provo invidia. Mi piace pensare di essere lui: tutto qui.
Continua a leggere
Rameria. di Andrea B. Nardi
Non avevo più molta scelta quando sono venuto a stare quassù, dove si cammina sul bordo, e, pure se c’è questo continuo rumore arrossato che potrebbe frullare i pensieri, non abbiamo certo motivo di preoccuparcene. Si ha parecchio da fare, sempre che uno voglia, con tutto il sali e scendi dal fondo del burrone fin sulla cima, e poi lo schianto dell’acqua che tampona di vetro le orecchie. Continua a leggere
Lettere di vita ordinaria
di Marieluise Fleißer
Carissimo Max!
Prima o poi te lo dovevo dire. Non ti ho voluto tenere nascosto nulla, quando ci siamo conosciuti. Tu sapevi che avevo avuto tanti altri uomini, ma la cosa, oggi, non mi importa molto, Max. Solo non avrei dovuto dirtelo così. Allora forse tu ti saresti comportato con me in tutt’altro modo.
Invece ho esagerato, quando ero seduta accanto a te in quel locale, perché ero così triste che non riuscivo a non farmi del male. Continua a leggere
Storia di un giorno
di Antonio Consoli
La lama del rasoio scorre sulla pelle, sulla faccia ferma e inespressiva. Il volto è segnato dalle rughe che increspano la superficie della fronte e il contorno degli occhi. Con un gesto meccanico, senza distogliere lo sguardo dallo specchio, apre il rubinetto dell’acqua calda e ci passa sotto la lama coperta di peli e schiuma. Il vapore sale ad appannare il vetro.
L’uomo osserva il suo riflesso farsi opaco, confuso, fino quasi a scomparire. Non distoglie lo sguardo, come di chi non vuole perdersi di vista. Chiude il rubinetto e con un gesto che appare ancor più del precedente inconsapevole, raccoglie una tovaglia e, senza perdersi di vista, perché non vuole perdersi di vista, si asciuga dapprima le guance, poi il collo. Viene il momento del congedo. Spegne la luce. Sullo specchio rimane una sagoma scura, appena riconoscibile. Continua a leggere
Personaggi precari
Enio
Enio realizza piccole terrificanti sculture lignee, ispirandosi ai feticci voodoo, all’espressionismo tedesco e alle tsansa amazzoniche, dopodiché le piazza con cura in giro per i boschi.
Opale
di Antonio Sparzani
Erano le sette di uno slavato pomeriggio della fine di maggio. Nel cortile del liceo artistico il preside, finito il lavoro durato inusitatamente a lungo, intratteneva un amico, un suo caro amico, che era andato a trovarlo e a confidargli i casi propri. L’amico stava vivendo un momento complicato della sua vita.
Improvvisamente il preside, che aveva alzato il viso – l’amico era più alto di lui – fu colpito da una sensazione di bellezza; aveva guardato distrattamente il cielo, mentre parlava, parlava con il suo inimitabile accento senese – che suonava sempre così strano nella sonnecchiante città dell’Emilia – e aveva subito decifrato un colore raro. Continua a leggere
Nebbia
![]()
di Lucia Marchitto
Se qualcuno mi chiedesse perché sto piangendo non saprei proprio cosa
rispondere.
Quarto racconto della raccolta: Nebbia – Lucia Marchitto
“Pronto?”
“Sì, pronto, dimmi” Continua a leggere
Una ragione per procedere
Prima di procedere c’è da capire questo: sono sempre stato solo e sempre ho cercato qualcuno con cui stare. I miei insuccessi mi hanno portato ad uno stato di completa afasia. Non dico più niente a nessuno, perché ho capito che nessuno ha interesse ad ascoltarmi.
Da tre mesi mi sono trasferito in un piccolo paese dell’Abruzzo. Ci sono capitato per caso, un giorno che ero in preda ad una delle mie crisi.
Qui ci sono più gatti che persone. Le piazze brillano di una luce bianca, infatti il sole si nasconde dietro grosse nuvole.
Gatti, piazzette vuote, un cielo che sembra infinito. Nient’altro.
Continua a leggere
Donazione di organo
L’altro giorno sono tornato a casa prima del previsto.
Siccome vivo da solo, non mi aspettavo sorprese.
Intendo, niente odore di soffritto nell’aria dell’ingresso,
niente luci accese, nessun moccioso festante.
Appendo le mie cose su un attaccapanni IKEA e quello crolla. Continua a leggere
La partenza

di Giorgio Morale
Era la soglia dell’anno 1960 e Paolo aveva ormai dimenticato l’America, quando nel suo universo fece l’ingresso un altro corpo celeste: la Germania. I pionieri ne tornavano già, portati dal caldo estivo, ed erano d’esempio ad altri. Con qualche parola straniera che s’inseriva nei discorsi rendendoli più convincenti, narravano di grandi fabbriche e miniere dove i soldi si scavavano insieme al carbone. Appena tornati, gettavano le fondamenta di case che avrebbero completato nei successivi ritorni. Continua a leggere
Passeggiata veneziana
[Questo racconto è stato pubblicato su Sinestetica il 19 febbraio 2007. Mi è stato ispirato dalla fotografia di Jerry Uelsmann che vedete qui a fianco – sì, sono monomaniaca, lo so: prima la Atwood, poi Uelsmann… E non posso trascurare di ringraziare il mio amico fraterno, nonché redattore e vice capo ufficio stampa di vibrisselibri, oltre che esperto d’arte moderna Stefano Mazzoni, grazie al quale ho scoperto il genio di Uelsmann. La mia guida a Venezia è stata Criscia (ossia Cristina), altra preziosa redattrice di vibrisselibri, e per questo le sono grata.
Nota a margine: nel racconto accenno spesso ad alcune mie difficoltà di deambulazione: cinque anni fa mi sono fratturata la gamba in tre punti ed evidentemente, quando fa molto freddo o è molto umido, il mio amato arto sinistro ne risente ancora. A dir la verità, quel giorno il dolore era davvero paralizzante. Se ci ripenso, rimango ancora sorpresa dalla mia resistenza e dal fatto di esser riuscita a camminare per ore senza desistere.]
La prima cosa che mi ha tolto il fiato è stata l’acqua. Come se il palazzo galleggiasse.
Cristina ha sorriso guardando il mio stupore. L’ho sentita scrollare la testa dentro di sé, divertita come davanti a un cucciolo testardo che tenta di acchiapparsi la coda.
Mi sono risvegliata dall’ipnosi, l’ho seguita, ho osservato il suo passo deciso, eppure lieve, l’effervescenza del suo sguardo ancor più brillante perché screziato da una vena di serietà. Le sono andata dietro con la certezza di non avere occhi abbastanza grandi per assorbire e trattenere. La mia imperfezione mi ha scosso. Lei cammina e sa dove stiamo andando, sa cosa vuole mostrarmi, sa cosa vedrò, e io d’un tratto mi sento fluttuare senza meta.
Portata e Incompleta.
Continua a leggere
Cattura la luna
![]()
di Roberto Tossani.
Forse non lo sai, ma catturare la luna è un metodo sicuro per non
dover più lavorare o, se va male, per perdere tutti i soldi che hai.
Cominciamo dall’inizio. “Come si fa a catturare la luna?” ti
chiederai. Ecco, per riuscirci non devi sapere come si fa. Se tu lo
sapessi e provassi a catturarla, la luna ti guarderebbe dritto negli
occhi e ti direbbe calmissima: “Cretino”. Quindi non posso insegnarti
come fare, ma darti soltanto delle idee su cui riflettere. Continua a leggere
Bloc notes. Appunti di viaggio: in Grecia. 4

di Giorgio Morale
Si festeggia il centenario della fondazione di Nea Anchialos. Ecco cos’erano quelle prove di danze che vedevamo nei giorni scorsi. Centinaia di persone assistono alle celebrazioni nei giardini pubblici, sedute a semicerchio attorno a un palco come nel teatro antico. Prima parla un oratore, poi uno spettacolo ripercorre la storia, alternando proiezioni, scene e letture, canzoni e balli. Demetrio traduce e sintetizza per noi. Poi il sindaco invita a continuare la festa altrove e augura buon divertimento. Continua a leggere
Noi, dandy di Lambrate – di Francesca Genti
Noi, dandy di Lambrate, ci ritroviamo alla stazione. Non quella Centrale, va da sé. Quella Centrale è sporca e rumorosa; non è contemplativa. Quella di Lambrate: piccola, vicina, familiare. Con davanti pochi alberi verdi che respirano l’aria di Milano. Ci ritroviamo ogni sera alle sette e la domenica mattina alle sette. La sera, all’imbrunire, ci beviamo l’aperitivo decadente: il chinotto e le noccioline, la cedrata e i pistacchi, la sanguinella e i fonzie. Noi, siamo disgustati dagli aperitivi non decadenti della Milano centrale. Continua a leggere
Aghi sul corpo di un’angela – Parte II
[Questo racconto sul tema del mobbing è stato scritto per il progetto Farelibri cui sono stata invitata a partecipare lo scorso aprile. Gli altri autori coinvolti sono: Remo Bassini, Saverio Fattori, Giulia Fazzi, Herzog (Flaviano Fillo), Sergio Kraisky, Yari Selvetella, Chiara Valerio. Divido la pubblicazione in due parti, data la lunghezza.
A sinistra: particolare di una foto di Jerry Uelsmann.]
E la sua malattia le faceva venire in mente un vortice, una corrente che tutto risucchiava, una confusione di forme e colori in cui nulla aveva una forma definita, niente emergeva come certo, come chiaramente identificabile.
«È una creatura spregevole. Come fai a resistere? Almeno rispondile! – l’aveva rimproverata la sua collega – Dimostrale che non ti fai mettere i piedi in testa, che anche tu hai carattere!».
Ma quel poco di carattere che le era rimasto le serviva per tranquillizzare sua figlia, per aiutarla a fare i compiti, per darle da mangiare. Non rispondeva mai a certi commenti della sua collega (nella sua mente le decine di donne che si erano avvicendate erano diventate una sola). Continuava a digitare sulla tastiera, facendo di tanto in tanto sì con la testa.
Continua a leggere
“Il miele” disse
All’età di nove anni, nell’estate dell’’83 a voler essere precisi, mi è cresciuto un alveare dietro la testa.
Ho incontrato molti problemi soprattutto a scuola e quando andavo a giocare a basket con gli amici, poi un giorno (nell’’89 credo) – era primavera perché ricordo l’affollamento intorno alla mia testa – mia madre sorridendo mi ha annunciato che non dovevo più andare a scuola.
“Il miele” disse “sarà la tua risorsa!”.
Aghi sul corpo di un’angela – Parte I
[Questo racconto sul tema del mobbing è stato scritto per il progetto Farelibri cui sono stata invitata a partecipare lo scorso aprile. Gli altri autori coinvolti sono: Remo Bassini, Saverio Fattori, Giulia Fazzi, Herzog (Flaviano Fillo), Sergio Kraisky, Yari Selvetella, Chiara Valerio. Divido la pubblicazione in due parti, data la lunghezza.
A sinistra: particolare di una foto di Jerry Uelsmann.]
Lo studio era di un bianco ghiaccio che travolgeva gli occhi e annientava la vista.
Tutto era bianco. Anche il pavimento. Anche le scrivanie.
La Mugghiani diceva che il bianco «allargava. Che faceva sembrare l’ambiente più grande, più pulito. Che la gente si sarebbe sentita a proprio agio. Perciò aveva fatto ridipingere tutto e buttato via le sedie e i divani beige che sembravano parte della tappezzeria. Appena arrivata aveva chiamato l’architetto: “Non importa quanto mi costerà, io pago cash. E la voglio qui, domattina all’alba”.
Tu alla cassa 5. Io alla 6
Signore, signore, fa 22 e 75, signore… guardi che c’è la coda.
C’era la coda, c’era ressa, c’era che non trovavo la carta di credito; e così ti ho persa di vista. Io ero alla cassa numero 6, tu alla 5.
Lo so, ne sono certo: mi hai visto, ne son certo, ma poi hai abbassato la testa. Non dovevi.
La canzone di Venditti diceva
la più carina, la più cretina, cretino tu, che rideva sempre…
Già: tu eri la più carina. Cretina no, non lo eri.
Bella, intelligente, inavvicinabile. Eri troppo per me. Per la mia timidezza. Mi bastava sognarti. Continua a leggere
