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Ignazio Buttitta

di Giorgio Stella

A lu me paisi
lu populu è sicuru
ca un ghiornu
Cristu scinni di la cruci:
ddu jornu
lu parrinu un dici missa,
lu sagristanu
un sona li campani.

Al mio paese
il popolo è sicuro
che un giorno
Cristo scende dalla croce:
quel giorno
non dirà messa il prete,
il sagrestano non suonerà campane.

Andrea legge nel tubo: “Le parole sono pietre” di Carlo Levi.

Le ‘letture’ di Andrea Sciuto.

Nato in provincia di Bergamo da genitori siciliani, Andrea Sciuto vive tra Catania e Bergamo, dove lavora come insegnante di lettere. Fa parte del Circolo dei Narratori di Bergamo, gruppo di volontari che organizza iniziative di promozione della lettura insieme alle biblioteche pubbliche.
Oggi vi proponiamo una sua video-lettura dal titolo Le parole sono pietre di Carlo Levi.

La lettura, uscita a metà maggio del 2020, è ancora una volta, come sempre quando si ha a che fare con i “classici” di grandissima attualità.

Buon ascolto!

Nino De Vita, “Òmini”

di Manuel Cohen

De VitaSebbene non scriva versi per canzoni e non coltivi particolarmente la musicalità e la rima, un appartato, immaginiamo anche per scelta personale, come un Roversi del Mezzogiorno, lontano dai riti dell’editoria, eppure vitale autore che in questi anni ha stampato in proprio diverse suite di versi, alcune delle quali raccolte ora in Òmini, è Nino De Vita, senza ombra di dubbio uno dei massimi poeti italiani in circolazione – sul quale sono state scritte pagine critiche memorabili, tra gli altri, da Enzo Siciliano e da Emanuele Trevi. Ricorda molto e si ispira a quella lingua dell’oralità, tanto cara a Ignazio Buttitta, la cui sopravvivenza si deve in gran parte ai cantastorie che animavano le piazze e i centri abitati della Sicilia e del Sud.

Le poesie di De Vita hanno più di qualcosa di raro, di unico, nella prosodia e nel ritmo, nell’ostensione di una rara levità, nella molta umanità e nei sentimenti espressi con misura, garbo e pudore. Sono innanzitutto lunghe, articolate narrazioni, affidate a strutture di versi pressoché brevi che ruotano intorno al settenario. Da anni l’autore scrive in questa maniera, elaborando poemetti suddivisi in paragrafi, parti infinitesime di un discorso mai finito e mai pago. È come se le strutture canoniche o quelle rastremate e minime proprie di tanta lirica neodialettale squisita e preziosa, come pure di tanta versificazione in lingua, non fossero per lui bastevoli a dire il continuum di un mondo di uomini, di vicende e di ricordi. Continua a leggere