“Il richiamo della foresta”, di Jack London

Recensione di Giovanni Agnoloni


Jack London
Il richiamo della foresta. Bâtard. Preparare un fuoco
Traduzione e cura di Davide Sapienza

(ed. Feltrinelli, € 7,00)

Bâtard, Il richiamo della foresta, Preparare un fuoco. Tre racconti di Jack London (1878-1916) – due brevi, uno lungo e celeberrimo –, magistralmente inanellati, introdotti e tradotti da Davide Sapienza, per questa bella edizione Feltrinelli.
Il curatore mette fin dall’inizio in luce il valore di storia archetipica de Il richiamo della foresta, che condivide con Bâtard e Preparare un fuoco un aspetto essenziale: l’essere una rappresentazione emblematica dell’eterno confronto tra l’uomo e la Natura, colta nella sua componente selvaggia e indipendente.
Questa è la wilderness, in cui si gioca una partita decisiva, quella tra l’uomo e l’ambiente, ma soprattutto tra l’uomo e l’animale.
Il tutto, sullo sfondo del Grande Nord americano.

In Bâtard è il male il protagonista. È la storia di un odio radicale, quello di un padrone per il cane maltrattato da sempre, diventato feroce e determinato quanto lui. Il duello tra i due diventa sempre più accanito, in un reciproco ‘farsi la posta’ dall’esito tragico.

Nell’immortale Richiamo della foresta, l’elemento panico della Natura si manifesta attraverso un’esperienza dal profondo significato simbolico: quella che ha per protagonista il cane Buck, rapito dalla sua comoda vita in una lussuosa casa nel Sud e aggregato a una muta di cani da slitta nel Nord. Il confronto con la durezza degli uomini e dei loro bastoni, degli altri animali e del clima rigido è aspro. Attraverso questo percorso, di cui giustamente Sapienza, nella sua prefazione, sottolinea la valenza archetipica, Buck acquista non solo una forza smisurata, diventando il capo della sua muta, ma la percezione intima di una memoria ancestrale, che lo lega ai lupi del passato remoto e a quelli dell’oggi.
Solo l’amore immenso per un nuovo padrone, John Thornton, lo trattiene dal lasciarsi andare al richiamo della dimensione selvaggia, quel Call of the Wild (il titolo inglese dell’opera) che sposta l’asse della sua esistenza al di là delle abitudini legate al rapporto con l’uomo. Infine, però, la Necessità o il Destino troncheranno quel magico rapporto affettivo e lo spingeranno a mollare anche quell’ultima resistenza, e ad affidarsi totalmente alla profondità del suo essere.

Con Preparare un fuoco, il punto di osservazione si sposta ancor più sulla wilderness nella sua crudezza. Si tratta di un autentico capolavoro di filosofia epicurea, piccolo poema sull’indifferenza della Natura davanti all’impotenza (e all’ottusità) dell’uomo che cerca di farsi strada nel gelo estremo. La vita diventa una luce flebile come quella del fuoco che il viaggiatore cerca di accendere, dopo aver sfidato incautamente i limiti imposti da quell’ambiente. Resta lo sguardo del suo cane, che prende atto del dramma che si sta consumando e passa oltre.

Perfetta, la combinazione di queste tre storie, involontaria trilogia che fotografa il rapporto dell’uomo col cane da tre punti di vista diversi, ma tutti radicati in una natura dal respiro cosmico. Siamo alla radice di un approccio letterario di cui lo stesso Davide Sapienza è un felicissimo interprete: quella che io chiamo letteratura olistica, che ha il proprio punto di osservazione nel Tutto universale che è la vita.
L’uomo, l’animale e i luoghi sono parimenti protagonisti e spettatori, e ogni narrazione – comprese le tre splendide storie di questo volume – emerge come un piccolo iceberg dall’infinito mare del tempo, per poi reimmergervisi come ghiaccio sciolto, una volta finita, lasciando perdurare solo un’eco – o uno spirito aleggiante.
Come quello di Buck, alla fine de Il richiamo della foresta.

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Informazioni su giovanniag

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976), è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore del libro di viaggio "Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa" (Fusta Editore, 2020) e del romanzo psicologico "Viale dei silenzi" (Arkadia, 2019), ha anche preso parte al romanzo collettivo "Il postino di Mozzi", a cura di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia, 2019). È inoltre autore di una quadrilogia di romanzi distopici sul tema del crollo di internet e della società del controllo ("Sentieri di notte", "Partita di anime", "La casa degli anonimi" e "L’ultimo angolo di mondo finito", editi da Galaad tra il 2012 e il 2017 e in prossima riedizione in volume unico), in parte pubblicata anche in spagnolo e in polacco e in prossima riedizione in volume unico. Ha scritto, curato e tradotto vari libri sulle opere di J.R.R. Tolkien (su tutti, "Tolkien. Light and Shadow", opera bilingue italiana-inglese, ed. Kipple, 2019), e tradotto o co-tradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño ("Bolaño selvaggio" a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, ed. Miraggi, 2019, tradotto insieme a Marino Magliani), oltre a libri di Jorge Mario Bergoglio, Kamala Harris, Arsène Wenger, Amir Valle e Peter Straub. Ha partecipato a numerose residenze letterarie e reading in Europa e negli Stati Uniti, e traduce da inglese, spagnolo, francese e portoghese, oltre a parlare il polacco. I suoi contributi critici sono disponibili sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia, di Luigia Sorrentino” e “Postpopuli”. Insieme alla giornalista Valeria Bellagamba, ha creato e gestisce la pagina Facebook "Anticorpi letterari", con interviste in diretta video a protagonisti del panorama culturale italiani e internazionale. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com.

4 pensieri su ““Il richiamo della foresta”, di Jack London

  1. Valeria

    Accurata ed evocativa recensione!
    Complimenti Giovanni.

    Lo “spirito aleggiante”, in effetti, è anche una caratteristica dello stesso Sapienza scrittore…

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  2. Evi

    Bella recensione, soprattutto appassionata e vicina all’anima di Jack e di Davide. Li chiamo amichevolmente in questo modo perchè esiste un legame fortissimo tra queste due essenze. E’ la voce della vita che si fa parola restituendo l’immensa misteriosa armonia della Natura. Anche se per noi umani – più che per gli animali – è incomprensibile l’esistenza del dolore e della morte. Il Male, invece, appartiene interamente a noi.

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