Archivi categoria: Roberto Rossi Testa

Provocazione in forma d’apologo 199

Abbiamo tutti un vicino ombroso, o che cerca di nascondere i suoi problemi sotto la strafottenza.
Il mio è specializzato nei saluti ad eco. Ad esempio, quando incontrandolo gli dico “Salve”, invariabilmente risponde “Regina”. La volta in cui, conoscendo un po’ la sua storia, aggiunsi “Mater misericordiae”, accusò il colpo e si allontanò bofonchiando.
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Provocazione in forma d’apologo 198

Da ragazzo conoscevo un colonnello in pensione. Allora non sapevo che cosa significasse per un colonnello in s.p.e non ricevere all’atto del congedo il grado di generale. Ciò che sapevo era che il Colonnello era stato un capo partigiano, fatto che costituiva il baricentro della sua esistenza e il tema principale, se non l’unico, delle nostre conversazioni.
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Provocazione in forma d’apologo 196

Le sei meno un quarto, a quest’ora in genere mi svegliano i piccioni che tubano sul balcone. Sono anni che cerco di scacciarli ma senza riuscirci, alla fine mi sono rassegnato a sopportarli, limitandomi a grattar via di quando in quando il loro guano.
Questa mattina però non è il loro tubare a svegliarmi, ma un vocio che viene dal basso della strada.
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Provocazione in forma d’apologo 195

Sono un tipo sgradevole. I primi a dirmelo furono mamma e papà, appena fui in grado di capire il concetto e le espressioni colorite con cui lo illustrarono. Poi me lo dissero maestri e professori, datori di lavoro, compagni di studi e d’ufficio. Me lo disse scappando e strillando la mia unica donna, che durò nemmeno tre giorni e che sostituii vantaggiosamente con rapporti basati su chiarezza e sveltezza.
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Provocazione in forma d’apologo 191

Come aprii la porta, al leggero rumore si volse e cominciò a parlare: “Eccoti a giocare coi treni, le centrali e le dighe. E non ti accontenti di terre e di acque, ma ti arrampichi sopra le nubi e da lì minacci con la tua riserva di fulmini che credi infinita. Al di sopra non guardi, per non sentirti schiacciato. Bestie che siete, bestie senza la semplicità di quelle vere, tu e quelli come te, che usate il pollice opponibile per costruire macchine e il collo capace di levarsi in alto per prendere distanze e fare calcoli; invece di spianare i monti col pensiero, di camminare sulle acque, di volare allargando le braccia”.
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Provocazione in forma d’apologo 190

E va bene, ci sono cascato anche stavolta. Lo so che avrei dovuto tacere a costo di staccarmi la lingua a morsi, ma come al solito la foga del dire è stata più forte di me; e del resto la mia dolce 3/4 (7/8, 10/11…) avrebbe letto ciò che avevo in animo sul mio viso troppo eloquente, e che per lei ha meno segreti che per chiunque altro. Così ora lei, signora delle mansuetudini, forte del buon diritto suo e dell’Umanità cui quelli come me attentano, m’incombe di fronte con occhi che lanciano lampi e un sorriso di sprezzo, e incalza sibilandomi: “Tu che sussulti, tu che tremi ad ogni nonnulla… tu sei un guerrafondaio, un violento… con uno come te che ci sto a fare…”.
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Provocazione in forma d’apologo 189

Inutile girarci intorno: se il referto non è positivo stavolta, lo sarà la prossima, o la prossima ancora.
E intanto cure su cure, controlli intermedi, attenzioni speciali.
E intanto il balletto del non-si-dice a Tizio che ci starebbe troppo male (sicuro?), e non-si-dice a Caio che ne approfitterebbe subito per farti le scarpe sul lavoro, necessario come non mai.
E intanto sonni sempre più brevi, più interrotti, più popolati di incubi.
È vita questa?
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Provocazione in forma d’apologo 187

Ho passato da un pezzo i trent’anni; dopo la laurea, per ingannare il tempo, ho fatto qualche master. Ovviamente sono ancora precario. Ma oggi è la grande occasione, mi hanno preso in una televisione come intervistatore e devo recarmi a un oceanico evento di piazza tra il sociale e il politico per sondare gli umori della gente.
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Provocazione in forma d’apologo 186

Questa sera è venuto a cena da me mio nipote, come fa ogni quindici giorni, con l’ubi consistam di incassare la paghetta ziesca (rinforzo di quelle parentali) che prima del suo congedo non manco mai di elargirgli.
Si tratta ovviamente di visite brevi: inghiotte la mediocre pizza che gli preparo, passa nello studio per controllare sul mio pc la posta (in fondo è un ragazzo all’antica), quindi – ricevuto il viatico – se ne va a raggiungere la tribù.
Stasera però mi sono accorto subito che c’era qualcosa di diverso, anche se formalmente il protocollo della visita veniva rispettato. La pizza non è stata divorata bensì biascicata; lui non ha risposto alle mie domande di prammatica nemmeno con gli usati monosillabi né con i soliti sorrisi di compatimento; incredibile a dirsi, non ha controllato la posta; ma soprattutto, pur limitandosi a contorcersi prima sulla sedia e poi sul divano, non accennava ad andarsene.
Allora è toccato a me di sorridergli con aria di comprensione, quindi gli ho chiesto: “C’è qualcosa che forse non sarei indegno di conoscere?”.
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Provocazione in forma d’apologo 185

Mi capita ormai raramente di riuscire a sedermi a questa scrivania solenne e un po’ buffa, e di potervi ancora sfogliare annotando qualche vecchio volume già letto innumerevoli volte.
Dalla frizione di tali note col testo ispiratore e fra loro si affacciano a tratti versi curiosi, cui non do in genere seguito anche per scarso coraggio.
Oggi però mi sento più incosciente del solito, sotto la dettatura procedo benché non ci capisca una parola: letteralmente, poiché le parole (le stringhe di caratteri alfabetici separate da spazi) che mi escono dalla penna non appartengono ad alcuna lingua a me nota.
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Provocazione in forma d’apologo 184

Esco con le braccia cariche per la periodica visita ai cassonetti della raccolta differenziata, a qualche isolato da casa.
Dopo aver introdotto la plastica nell’apposito oblò passo al vetro, in massima parte vuoti di birra, bottigliette da un terzo di vetro spesso e opaco. Sto per versare il contenuto del sacco nella campana quando una signora mi ferma chiedendomi: “Quelle boccette vanno giusto bene per metter via la salsa, invece di buttarle me le potrebbe dare?”
“Ma certo, signora” faccio appena in tempo a risponderle sfilando la bocca del sacco dall’oblò in cui l’avevo proprio allora introdotta, quando un tale che non avevamo notato si avvicina e in tono professionale snocciola: “Buon giorno signore. Sono un ispettore ecologico, ecco la tessera. Lei è in contravvenzione”.
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“Poesie per un no” lette da Riccardo Ferrazzi & Provinformd’ap 183

Ricevo da Riccardo Ferrazzi la seguente nota critica, da lui con eccesso di modestia definita “non-recensione”, e ringraziandolo la pubblico. La mia “Provocazione in forma d’apologo 183” si trova in commento, a mo’ di risposta all’intervento dell’amico Riccardo.
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Poesie per un no. Roberto Rossi Testa

Di Nadia Agustoni

Da “una distanza ampiamente inferiore a quella di sicurezza” Roberto Rossi Testa perviene con Poesie per un no Aragno Edizioni 2010, a un colloquio con il proprio doppio che nel lettore suscita sentimenti di riconoscimento e disconoscimento davanti a quell’io che “ Se anche tornasse indietro,/ se pure risalisse,/ non riconoscerebbe;/ non riconoscerebbero/”. Tanto più quell’io ci costringe a una dura riflessione, nel suo non riconoscere e nell’essere così “solo”, perché per Rossi Testa l’io e il tu sembrano assumere il significato di un duello interiore con il poeta che dice a se stesso:” finalmente a noi due”. Nel due c’è la finzione della lingua, un prendersi gioco di se stessi non più con l’interrogazione, ma in uno specchio spezzato. La figura si osserva e sembra indicare una colpa, un errore compiuto, senza dirci quale. Continua a leggere→