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Lirico terapia. Boris Pasternak, Essere rinomati non è bello.


Essere rinomati non è bello

Essere rinomati non è bello,

non è così che ci si leva in alto.

Non c’è bisogno di tenere archivi,

di trepidare per i manoscritti.

Scopo della creazione è il restituirsi,

non il clamore, non il gran successo.

È vergognoso, non contando nulla,

essere favola in bocca di tutti.

Ma occorre vivere senza impostura,

viver così da cattivarsi in fine

l’amore dello spazio, da sentire

il lontano richiamo del futuro.

Ed occorre lasciare le lacune

nel destino, non già fra le carte,

annotando sul margine i capitoli

e i luoghi di tutta una vita.

Ed occorre tuffarsi nell’ignoto

e nascondere in esso i propri passi,

come si nasconde nella nebbia

un luogo, quando vi discende il buio.

Altri, seguendo le tue vive tracce,

faranno la tua strada a palmo a palmo,

ma non sei tu che devi sceverare

dalla vittoria tutte le sconfitte.

E non devi recedere d’un solo

briciolo dalla tua persona umana,

ma essere vivo, nient’altro che vivo,

vivo e nient’altro sino alla fine.

***

Chiunque può trarre un frutto da questi versi di Pasternak, di una chiarezza disarmante.

“Scopo della creazione è il restituirsi”: come dire meglio il circolo virtuoso della vita? Come intravedere più nitidamente “il lontano richiamo del futuro”?

Il testo è pieno di perle, un invito efficacissimo a “essere vivo”.

Luigi Maria Corsanico legge Boris Pasternak

[youtube=https://youtu.be/6mWGX2d1-r4]

da qui

Boris Pasternàk
La neve cade
(Traduzione di Angelo Maria Ripellino,
“Poesie” Boris Pasternàk, Einaudi,1960)

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Claude Debussy – Des pas sur la neige (Préludes – Book I)
Daniel Barenboim (excerpt)

Image by Ron Hallman, United States

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Nella tormenta morale di Vladimir Sorokin

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Garin Platon Il’ic è un medico. Ha un compito importante da portare a termine; dovrebbe essere un eroe, come nella migliore tradizione romantica, un eroe carico di un imperativo etico. È diretto a Dolgoe, dove è scoppiata un’epidemia, la boliviana nera. Il dottor Zil’berštejn è già in loco, ha inoculato il vaccino-1, mentre lui deve portare il vaccino-2, assolutamente indispensabile.

Ma come in ogni missione che si rispetti Garin, partito alla mattina da Repišnaja, incontra degli ostacoli – ostacoli, si noti fin da ora, generati delle proprie errate decisioni. Ormai è tardi, la strada normale non è stata percorsa, la cittadina di Zaprudnyj non è stata toccata, e adesso si ritrova in un posto da lupi, nella stazione di posta accanto al villaggio di Dolbešino, “una frazione di dieci case disseminate lontane le une dalle altre”. Un bel guaio perché lì, a causa dell’abbondante neve, il mastro di posta dice che di cavalli statali pronti a partire non ce ne sono. L’unica soluzione è andare a cercare il trasportapane Raspino che con quel tempaccio “sarà rimasto coricato sulla stufa” (come il mitologico eroe Il’ja Muromec che, accovacciato nella sua isba, ci stette per trentatré anni). Continua a leggere