di Mauro Baldrati
“Il romanzo non sta mai nella trama, sta nella scrittura” scriveva il giallista Marco Vichi. In fondo non è difficile inventare buone trame nel giallo. Con studi approfonditi, lavoro di documentazione, e una buona capacità di sintesi si può impostare un intrigo avvincente, con dinamiche e variabili interne, colpi di scena. Ma, precisava Vichi, un’ottima trama può generare un brutto libro giallo, quando i personaggi sono pedine senza spessore, funzionali solo all’intreccio, i dialoghi irreali, gli ambienti rigidi scenari. E’ la scrittura che fa il libro, la sua forza evocativa, i suoi codici e sussurri, o le sue grida, le sue allusioni. Probabilmente questo vale per tutta la narrativa, ma è particolarmente vero per il giallo. E per il noir. Ma che differenza c’è fra giallo e noir? E l’horror? Non dobbiamo avere timore delle definizioni di genere, anche perché negli ultimi tempi gli scrittori assumono le sembianze di navigatori, e i generi li attraversano, li usano per altri scopi. Si può affermare che quando il giallo contiene elementi predominanti di ansia, inquietudine, angoscia, senso di turbamento, ossessioni, insomma tutte componenti “nere” di pesatura variabile della psiche umana, si ha il noir: crimini efferati, atmosfera di minaccia, di catastrofe incombente. E quando queste componenti esplodono, come una furia che si scatena, e l’angoscia libera fino in fondo tutto il suo potenziale distruttivo e negativo, entriamo nell’horror.
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