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Giuliano Mesa

a cura di Giorgio Stella

“Piangi? Alla tua età? Per un paio di merli?
Dammi retta! lo sono un gatto pratico,
non perdo tempo in chiacchiere
(infatti, i tuoi merli: neanche il tempo di fiatare!)
… be’, e adesso perché ridi?
O piangi o ridi, se no mi confondo: io sono un gatto pratico!».
“E smettila! Chi credi di ingannare? Un gatto pratico!
Se tu lo fossi, lo sapresti che non puoi parlare!».

«Be’, sì, però… «Però che cosa?». «Se mi concedi un’altra strofa…”
“Ormai, l’hai cominciata…» «Però i tuoi merli erano proprio buoni!».
“Ah sì? Prova a mangiare solo merli parlanti,
e vedi quanto ca?p?!». «??mpo, campo…
Allora non lo sai che i merli parlano davvero?
A dire il vero, sono anche un po’ scoccianti:
ascoltano, ripetono: sempre a rifarti il verso!».
“Ma tu di quali merli stai parlando?».
“Io? lo sono un gatto pratico! I gatti non parlano!».

Federico Garcìa Lorca

 

a cura di Giorgio Stella

Sogno

Il mio cuore riposa presso la fonte fredda.

(Disponi i tuoi fili,
ragno dell’oblio.)

L’acqua della fonte gli confidava la sua canzone.

(Disponi i tuoi fili,
ragno dell’oblio.)

Il mio cuore accorto le confidava i suoi amori.

(Ragno del silenzio,
distendi il tuo mistero.)

L’acqua della fonte lo ascoltava malinconica.

(Ragno del silenzio,
distendi il tuo mistero.)

Il mio cuore scivola sopra la fonte fredda.

(Mani bianche, lontane,
frenate le acque.)

E l’acqua lo porta via con sé cantando allegramente.

(Mani bianche, lontane,
nulla resta nelle acque!)

Maggio 1919

Garcìa Lorca

 

a cura di Giorgio Stella

Teorias

Canzone delle sette donzelle
(Teoria dell’arcobaleno)

Cantano le sette
donzelle.

(Sopra il cielo un arco
di esempi d’occaso).

Anima con sette voci
le sette donzelle.

(Nell’aria bianca
sette lunghi uccelli).

Muoiono le sette donzelle.

(Perché non sono state nove?
Perché non venti?)

Il fiume le trasporta,
nessuno le può vedere.

Garcia Lorca

a cura di Giorgio Stella

Ninnananna per Rosalia De Castro, morta

Alzati, amica mia
che già cantano i galli del giorno!
Alzati, amata mia
perché il vento muggisce come una vacca.

Gli aratri vanno e vengono
da Santiago a Belén.

Da Belén a Santiago
un angelo venne in una barca.
Una barca d’argento fino
che portava il dolore di Galizia.

Galizia distesa e quieta
affranta sotto l’erba triste.
Erba che copre il tuo letto
e la fonte nera dei tuoi capelli.
Capelli che arrivano al mare
dove le nubi hanno il loro nido di colombe.

Alzati, amica mia
che già cantano i galli del giorno!
Alzati, amata mia
perché il vento muggisce come una vacca.

Giuseppe Ungaretti. Se tu mio fratello

 

a cura di Giorgio Stella

Se tu mi rivenissi incontro vivo,
Con la mano tesa,
Ancora potrei,
Di nuovo in uno slancio d’oblio, stringere,
Fratello, una mano.

Ma di te, di te più non mi circondano
Che sogni, barlumi,
I fuochi senza fuoco del passato.

La memoria non svolge che le immagini
E a me stesso io stesso
Non sono già più
Che l’annientante nulla del pensiero.

[da Il Dolore]

Basilio Stella. Una poesia

a cura di Giorgio Stella

Tomba

Tutti hanno una tomba,
avrò io una tomba?
Da vivo ho una tomba.
Tutte le tombe hanno una lapide,
non avrò io una lapide,
perché non servirà ricordare
un nome che dice nulla.
Tutte le tombe hanno fiori,
non voglio che i fiori
che danno allegria alla giovinezza
si rattristino col fetor
della mia carne marcia.
Tutte le tombe hanno una preghiera,
quella voglio,
anche se non credo,
e la croce sia piccola sopra
e ben in vista e leggera,
perché questa che porto ora
è grande, invisibile, grave.

Sylvia Plath

a cura di Giorgio Stella

Specchio

Sono d’argento e rigoroso. Non ho preconcetti.
Quello che vedo lo ingoio all’istante
così com’è, non velato da amore o da avversione.
Non sono crudele, sono solo veritiero –
l’occhio di un piccolo dio, quadrangolare.
Passo molte ore a meditare sulla parete di fronte.
È rosa e macchiettata. La guardo da tanto tempo
che credo faccia parte del mio cuore. Ma c’è e non c’è.
Facce e buio ci separano ripetutamente
Ora sono un lago. Una donna si china su di me,
cercando nella mia distesa ciò che essa è veramente.
Poi si volge alle candele o alla luna, quelle bugiarde.
Vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
Lei mi ricompensa con lacrime e un agitare di mani.
Sono importante per lei. Va e viene.
Ogni mattina è sua la faccia che prende il posto del buio.
In me ha annegato una ragazza e in me una vecchia
sale verso di lei giorno dopo giorno come un pesce tremendo.

23 ottobre 1961

Antonella Anedda

 

a cura di Giorgio Stella

Per trovare la ragione di un verbo
perché ancora davvero non è tempo
e non sappiamo se accorrere o fuggire.

Fai sera come fosse dicembre
sulle casse innalzate sul cuneo del trasloco
dai forma al buio
mentre il cibo s’infiamma alla parete.

Queste sono le notti di pace occidentale
nei loro raggi vola l’angustia delle biografie
gli acini scuri dei ritratti, i cartigli dei nomi.

Ci difende di lato un’altra quiete
come un peso marino nella iuta
piegato a lungo, con disperazione.

Giorgio Stella. Una poesia

Tempo di scirocco antico tempo stolto da nessuna Dio che non sia Dio – tempo del terzo piano dove chiunque era al piano terra per la guerra, la guerra in famiglia. Tempo di conserve col miele nel cuore di onore come canto di foche, prese a bastonate per le mignotte ma non è questo ma neppure quell’altro stesso. La betoniera accende il faro di ceramica nel museo delle cere. (###)
Gli ordini pregati nel sangue, pregando bene chi o colui che gli offese – pure/purè di vendemmia se ne vergognano: la betoniera accende il faro nel museo delle cere…. La conchiglia abbraccia il faro per clessidra di ceramica.
Il faro della betoniera alle bocce di onore come se la clessidra di ceramica avanti la boa fosse rosa.
Mamma perché mi hai abbandonato nell’ Eden!? Non ti ho mai cercato nella confettura dei fiori nel nulla. La betoniera, mamma cara ha il faro nella conchiglia di ceramica, avvolta nella questua del principe e della principessa della seta. Antico corredo della betoniera medesima.

Roberto Carifi

a cura di Giorgio Stella

Le cose non dimenticano,
hanno troppa memoria.
Si rammenta di noi questa finestra
che un tempo, chiusa, proteggeva
i nostri corpi, lasciava passare
uno spiraglio che ti baciava il viso.
Chi sa se vedeva la minaccia,
chi sa se piange la finestra!
Ma noi duriamo, nelle cose.
E parlano, ragionano di noi,
specialmente se si accende un lume
e lo porta una mano misteriosa.
Chi sa se piangono le cose,
se questo freddo è la loro nostalgia.
Ricordi, stanza, come l’aspettavamo?
E tu, quaderno consumato, e voi,
finestra, porta, sedia con le sue forme,
terrazzo che mi somigli, cosí sospeso,
avete atteso invano il suo ritorno?

*

Eccola qui la casa, vedi,
l’angelo è venuto anche stanotte,
la creatura che mi mostrò, ragazzo, il mio destino
nelle foglie secche, nei ponti abbandonati,
nelle passanti curve in un dolore ignoto.
Presto sarò piegato come un giunco,
inginocchiato pregherò da solo,
nelle mie ore che il tempo ha disertato
rammenterò che solo tu mi amavi

Jorge Luis Borges

 

a cura di Giorgio Stella

Ho commesso il più vile dei peccati
Da addebitare a un uomo. Io non fui
Felice. Che i ghiacciai dell’oblio
Mi travolgano e annullino, spietati.
Mi vollero i miei padri per il giuoco
Umano delle albe e delle notti,
Per la terra e per l’acqua e l’aria e il fuoco.
Li ingannai. Non fun felice. Tradita
Fu quella voglia giovane. La mente
S’involò alle simmetriche insistenze
Dell’arte, che ricamano sui niente.
Stima ne trassi. Ma non fui eccellente.
Non mi abbandona. Sempre mi sta a lato
La colpa d’esser stato un disgraziato.

Traduzione di Domenico Porzio, da La Nacion di Buenos Aires del 21-9-1975.

Dario Bellezza

 

a cura di Giorgio Stella

La sofferenza del corpo
Dio abbine pietà
Lo sconvolgimento aumenta
Dio abbine pietà
In questa giornata in queste idi
di dolore dici vieni
col nemico allontana da me
il calice amaro

*

Inediti, rari, -variante- e tracce

Non merito aiuti né misericordie.
Cantando la scenata ai gatti di casa
mia, rivolgo all’Assente il vangelo
di una rosa rossa; portiamola
alla vita che è passata, o al cuore
che non batte più.

Giorgio Stella. Una poesia

La coccarda può essere nera e tarda ma le tende ne nascondono il futuro della medaglia – al sicuro – la betoniera è una ceramica nel museo delle cere, un camice di cocco nei punti della miralanza… Per il quarzo del marmo il peso dell’arco di macello nel poligono del golf. Chi diresse il faro nella rosa dei venti? Il calco rosa di vento giù di allora, io sono la corazza nell’elmo della conchiglia. ———————————————–*

Giorgio Stella. Una poesia

(Cocchiere) – cocchiere, quale è strada per la betoniera? Nel museo delle cere, ovviamente. E la ceramica? La veste antica è un’ombra di riflesso della corazza nell’armatura stata elmo di razza pura… Chi ha vinto il labirinto? Gli angeli che portano alle madri preghiere dei figli assenti dai padri. —————————————————–

Allen Ginsberg

a cura di Giorgio Stella

Flash back

In macchina fumo Grigio sopra Elmira
La grande fabbrica di mattoni riformatorio maschile
Nella valle sotto colline nebbiose 25 anni fa
Stavo in visita con Joe Army e mormoravo Erba verde.
Jack non è più qui, ceneri di Neal
La solitudine fa gemere i vecchi, solitudine di Dio,
O donne tacete, urlanti per altra carne di bimbo.

10 Novembre 1969

Giorgio Stella. Una poesia

Trittico nel putto di misericordia – avevi detto che il nulla è di nessun niente & lo avevi giurato nel picco della ceramica nella betoniera – nel museo delle cere – ora il diritto di quella fiamma non ha nucleo flessione rivoluzione! Quanti erano? Vallanzasca Licio Gelli Renato Curcio… Il carbonaro di de Andrè Fabrizio! Ogni rosa ha una mediocre spina come a Natale la rotonda sul mare. Ma dilla tutta? La spina dell’Eden i frutti maturi di cocco, la ragione nel torto l’ortica di Pasqua ti basta!?. ———————

Giorgio Stella. Una poesia

DOVIZIA – 1 – nell’ anno della scure la gavetta pianse la cima in vetta, in vetta sua – nessuna trincea è una buca. – 2 – nel museo delle cere le betoniere di ceramica sono offerte ai cicli dei tempi civili – dal porto il faro è mosso… Quale luce? Nessuna Signore, troppo buio brucia il tronco della conchiglia. – 3 – il lago di Pan ad est del fiore del mare, vanta una reciproca rosa di porpora rossa come una aragosta sullo scoglio della forma – le cere del museo hanno una betoniera di ceramica e un faro acceso quando è spento il pieno nudo… Perche si avvicina la tempesta? La sabbia è del mulino a vento con la taglia nel petto. – 4 – ti sei mai domandato perché tutti ti hanno abbandonato? La betoniera la ceramica il museo delle cere la conchiglia gravida di faro ecc…. No, sinceramente mi trovavo alla fiera delle ombre in festa. (Una pausa) # – 5 – leggo sulla mia lapide il nome cosacco del crisantemo rotto dalle doppie spade del lordo col netto e mi accorgo che la morte è di ceramica l’anima di betoniera e lo spirito un faro in un bordello dove non pago! Gli amministratori lo sanno? Cosa? Così. (Una pausa) # – 6 – il sasso della conchiglia è una bilancia di frodo all’io che non sono – eppure il Duca del cavallo era nobile di schermo nell’armatura dura di calco. A tutto tondo nessuna gondola spacca il cristallo dove è nato lo specchio nel parto di vetro! Ti vedo preoccupato…. No Signore, la Madonna è il mio amore del cuore non ha bisogno del sangue, Lei Te sei. – 7 – la matrioska è un uovo di Pasqua senza uomo Continua a leggere→