
Mentre viviamo un tempo scandito da disagi sociali, economici e culturali, siamo costretti a spostare le nostre energie su inventari e universi sempre più distanti dall’interiorità perché la crisi della nostra epoca sacrifica e baratta continuamente la bellezza, le emozioni e l’arte in genere. Ma è anche vero che i momenti storici peggiori hanno dato vita a entusiasmanti e straordinari talenti e cambiamenti. Anzi, proprio nei periodi più bui, il mondo ha sempre più avvertito la necessità di affrontare rivoluzioni culturali, munendosi del potere evocativo, per riflettere e riconciliarsi con il creato in cui tutto è armonia e perfezione. Credo che dovremmo nutrirci di poesia al fine di cercare di cambiare e migliorare qualcosa nel mondo facendo spazio al valore dell’anima, cioè dando importanza all’urgenza del germoglio dei pensieri poetici e di bellezza legati alla speranza di ricostruire e rinascere. Se è vero che l’Arte nobilita l’animo umano rinvigorendo le coscienze e se è vero che nutre e accresce la sensibilità del pensiero, allora sarà sempre la poesia e tutta l’Arte a dare ricchezza e speranza al mondo e senza la quale non potrebbe esserci società evoluta. Continua a leggere
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Lo stato dell’arte. Massimiliano Bardotti

Vorrei cominciare a risponderti, Fabrizio caro, esprimendoti la mia gratitudine. Ritengo estremamente necessario porre delle domande di questo genere, credo sarebbe fondamentale ce le ponessimo continuamente, ma nel caso a volte la pigrizia, a volte la paura di non saper rispondere ci impedissero di farlo, credo sia vitale la presenza di qualcuno che pungoli, incalzando con le domande che contano. Un po’ come accadeva nel Medioevo quando il “ricordati che devi morire” era quotidiano. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Giacomo Cerrai

Caro Fabrizio, domande capitali le tue, che mi pare nascondano anche una certa angoscia. Se c’è, la condivido. Come dice un filosofo, non è la bellezza che salverà il mondo (come certo sai il principe Myshkin non lo ha mai detto davvero, sono relata refero di Ippolit) e neanche lo rovescerà, come dice il motto di LPELS, bensì è il mondo (noi) che deve salvare la bellezza. Credo che per la poesia sia lo stesso, che ha qualcosa da dire nella misura in cui noi abbiamo qualcosa da dire, magari allargando lo sguardo. Se c’è una speranza è proprio nella bellezza che sta a noi salvaguardare, e non parlo mica solo di estetica, ma soprattutto di etica, giustizia, indagine sulla e nella complessità, perché lì si nasconde il senso. Servirebbe una poesia analitica, sostenuta (ecco un’altra bellezza da salvare) da una lingua restituita non dico alla sua purezza ma alla sua proprietà, cioè non espropriata della sua capacità non solo di descrivere, ma di criticare, accusare, colpire se necessario, coltivare il dubbio, chiamare in giudizio il potere. E non parlo di una poesia cosiddetta civile, ma di una poesia che anche quando parla di un singolo disperso in una periferia o rovescia la lingua come un calzino lo faccia proprio per riappropriarsi di qualcosa di inalienabile. Compreso, almeno nello spazio di qualche verso, il senso di cui parli. Perciò la poesia (la buona poesia) deve essere salvaguardata, non solo come attività dello spirito (per quanto sommamente “inutile”, vedi Montale ed altri) ma anche come unico strumento (molto più della narrativa) che possa operare per lo sviluppo, l’articolazione, l’ampliamento di significato della lingua, e di conseguenza della capacità di dire le cose, che è libertà. Soprattutto perché il linguaggio dell’informazione, dei media, del commercio, dei social, della pubblicità, della cattiva politica (ma anche della cattiva poesia) va nella direzione opposta, che è quella dello slogan (ben descritto dal Canetti di “Massa e potere”), della semplificazione, della mozione elementare, della manipolazione.
La speranza, poi, è un’altra cosa. E’ il terreno della politica, che non andrebbe lasciato coltivare ai politicanti.
Un abbraccio.
Lo stato dell’arte. Domenico Lombardini

Ritengo che questo tipo di società forzi allo scrivere chi non trovi, per destino o vocazione o per punizione, sbocco a una attività strettamente politica.
Amelia Rosselli
Di cosa parliamo, qui? Di espressione artistica, di arte e, in particolare, di poesia. Ma, in generale, cosa possiamo dire dell’arte? Qual è il suo scopo? O, per meglio dire, cosa spinge una persona a produrre arte? Potremmo dire, cercando di cavarcela con poco: per affermare la sovranità dell’individuo come assoluto. Se ciò può essere detto in generale, allora cosa possiamo dire della poesia in particolare? Assolve la poesia al compito di rendere assoluto l’individuo? E l’individuo è pronto a portare questa sua assoluta – ossia slegata – individualità, o preferirebbe forse perdersi nell’indistinzione?
L’espressione genuina del proprio individuo come dispositivo produttore di senso, questo potrebbe essere lo scopo finale dell’espressione artistica e, quindi, della poesia. L’individuo ritiratosi nel proprio particulare, al crocevia tra politica e spiritualità, non può che fare arte; oppure non può che perdersi nella massa. Non trovando senso alla propria vita nella politica o nella spiritualità istituzionalizzata (le chiese, i dogmi, le teologie), l’urgenza di ricercarlo si proietta e concentra al centro dell’individuo dove crea vuoto e silenzio. L’ansia di riempirlo e di non sentirlo produce ricerca di assoluto al prezzo della solitudine (arte) o ricerca di rumore al prezzo della massificazione (indistinzione). Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Enrico Fraccacreta

Immagino paesi nei deserti
sino a scoprire le coperte
di ogni landa.
Avvitandomi nella scala elicoidale
di ogni discendenza.
Cercare nei secoli di ogni abitante
le virtù scomparse
i giorni tormentati.
Fare un giro nelle strade metafisiche
e bere un thè insieme
a un impenetrabile califfo,
nella città delle terre vergini
o nel silenzio calato sugli spazi.
Trovare l’avviso dei propri peccati
sulla faglia di Ninive,
e la forza di superare la montagna
il vento del deserto,
per la città immortale.
Lo stato dell’arte. Alberto Fraccacreta

La poesia ha oggi un singolare destino: è diventata a tutti gli effetti una merce di consumo, peraltro prodotta da centinaia di milioni di persone nel mondo (solo in Italia si contano due milioni di poeti), ma la sua reale incidenza nella società è minima, marginalissima, direi nulla. In alcuni paesi essa ha ancora una forza politica (comunque in senso lato), ma in Italia e in alcune parti dell’Occidente rischia di essere un momento di puro otium letterario, sganciato dalla realtà, non esente da tentazioni narcisistiche. In generale, la letteratura non gode più del prestigio e della considerazione di cui godeva nel Novecento e nei secoli passati. Il titolo di un libro di Todorov del 2007 è, non a caso, La letteratura in pericolo. Sarebbe sbagliato, tuttavia, cadere nell’insignificanza. Per massimizzare il potenziale della poesia bisogna lavorare umilmente dal basso, nella quotidianità: valorizzarla nei corsi universitari, costituire movimenti letterari, leggere libri ad alta voce in gruppo (come fanno a New York, notizia di pochi giorni fa), favorire il contatto con la musica. Ma soprattutto è necessario cambiare prospettiva: considerare la poesia e la letteratura come un patrimonio comune che si radica nel nostro partecipare al genere umano, che è di tutti, gratuitamente, e deve essere ‘vissuta’ nell’autenticità. In un’epoca in cui è in crisi la figura dell’autore, è certamente un’opportunità ricordare e riaffermare la centralità della poesia come postura esistenziale e non come possibilità di affermazione personale né come estetizzante solitudine del testo. Questa è la speranza, questa forse è la vera vita, secondo Adam Zagajewski.
Lo stato dell’arte. Marco Amore
Caro Fabrizio, la poesia conserva una voce significativa persino in ambiti estranei alla sua natura apparente, come l’urbanistica tattica, dove si sperimenta la reinvenzione di attività con una creatività che potremmo assimilare all’arte poetica, senza il timore di essere smentiti; il che, del resto, vale anche per l’art thinking e la logica d’impresa. Questo concetto è al centro del mio libro, L’Ora del Mondo (Samuele Editore, pag. 82, prefazione di Luigino Bruni), che propone di riconsiderare gli aspetti economico-finanziari da una prospettiva altra, attraverso lo strumento – non solo linguistico – della poesia. Se consideriamo la poesia come un filtro emotivo indispensabile per reinterpretare la realtà in tutte le sue sfaccettature, non solo stimolando l’intelligenza emotiva e il pensiero divergente, ma anche nella sua funzione primaria, la quale spesso è travisata dall’autore a meri fini promozionali, allora essa assume una utilità fondamentale. In risposta alla tua domanda sul “ritrovare una strada”, e spostandoci dalla sfera sociale a quella individuale, la poesia è certamente uno strumento efficace per tracciare un percorso personale o quantomeno utile a superare momenti difficili, poiché, come le tecniche immaginative proprie delle arti visive e, in particolare, della pittura (ut pictura poesis!), illumina il nostro mondo interiore e dà forma ai nostri pensieri e alle nostre emozioni più profonde, che altrimenti resterebbero sopite o inespresse, mentre incoraggia l’introspezione e il pensiero critico. Infine, per quanto riguarda la speranza, non credo che la poesia debba necessariamente risvegliarla, ma piuttosto essere uno strumento che favorisce il cambiamento.
Lo stato dell’arte. Raffaele Floris
1. Una delle poesie più popolari di Elizabeth Barrett Browning, The cry of the children, influì molto sul pubblico riconoscimento dell’iniquità dello sfruttamento dei fanciulli. Cosa può fare oggi la poesia, la letteratura, se non c’è una consapevolezza collettiva, o meglio comunitaria, su questi e altri temi? Niente, temo. E questo non lo dico io, lo ha affermato Valerio Magrelli lo scorso fine settimana a Volpedo, nell’ambito della rassegna Fiori di pesco (https://www.fioridipesco.it/). La poesia può soltanto offrire una visione che, pur partendo da elementi che possono anche essere autobiografici, non ceda il passo di fronte alla “logica binaria che ha ormai preso il sopravvento (…) e il pensiero tecnico ha determinato la svolta antropologica della persona da homo sapiens a homo videns” (Francesco Macciò, L’universo in periferia, ed. Moretti & Vitali 2023). Continua a leggere
