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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


XXVI domenica del Tempo Ordinario 

[Ez.18, 25-28; Fil. 2, 1-11; Mt. 21,28-32]

Capita di frequente di imbattersi in persone che si credono possessori della Verità, suoi custodi, suoi paladini, professionisti del Padreterno.

E si ergono a giudici, emettono sentenze. Sono quelli che si dicono sempre e profondamente cristiani, mostrandosi ossequiosi verso l’autorità, prodighi di plateali gesti di carità.  

L’unica Verità offertaci da Gesù è quella che coincide con la sua persona. Continua a leggere→

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


Primi e Ultimi

[Mt, 19,30; 20,1-16]

Quando Gesù chiama, c’è sempre un atto di rottura: giratosi, uscì etc… C’è, in sostanza una interruzione di una continuità. Come dire: da questo momento in poi, nulla sarà più come prima.

Non è solo una rilevazione di fatto, un comportamento suo, personale; è piuttosto una proposta di stile e una richiesta a fare altrettanto.

“Che ci guadagniamo, noi che abbiamo lasciato tutto, per seguirti?” è la domanda di Pietro e dei discepoli. Continua a leggere→

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. XV Domenica T.O.


Ascoltare e comprendere [Mt. 13,1-23]

Sembrano essere questi i due verbi centrali nel brano di Matteo: quello seminato nella terra buona è chi ascolta e comprende.
E sembra anche che non ci sia molta differenza tra i due.
Il verbo greco che possiamo tradurre “comprendere”, infatti, ha anche il significato di “ascoltare”. L’uso che se ne fa qui sembra voler sottolineare la quasi coincidenza dei due o, comunque, una innegabile interdipendenza.
Non si tratta di stabilire una priorità e una possibile conseguenza (prima si ascolta e poi, forse, si comprende), quanto piuttosto di trovare i nessi possibili (necessari?) fra i due verbi.
Chi ascolta si pone nell’atteggiamento di non accettazione supina della realtà. Presuppone che “qualcuno parli”. Dunque è in un atteggiamento aperto ad una alterità che, in quanto tale, non si mostra mai completamente.
Inoltre, l’ascolto presuppone l’inquietudine del desiderio. Solo chi desidera, riesce ad ascoltare. È proprio nel “cor inquietum” che risiede la possibilità di ascolto. Chi è pieno di sé (l’uomo che se ne va sicuro di montaliana memoria) non ascolta perché non presuppone una alterità. Ha in se stesso il proprio centro di ascolto, il proprio baricentro e, dunque, non cerca, non si interroga. Ha già tutte le risposte.
Nella Bibbia, l’ascolto è l’atteggiamento richiesto e il primo dei comandi: SHMA ISRAEL (ascolta israele). Da esso dipende tutto il resto. Non ci sarà costruzione di storia senza questo atteggiamento, che non è solo iniziale, ma costante e di fondo.
Nell’iconografia cristiana, molto spesso, nella rappresentazione dell’Annunciazione, Maria è colta in “atteggiamento di ascolto”, con il libro aperto. Come dire che Maria concepisce nell’ascolto. Nel racconto di Luca, però, Maria non comprende. Ciò che le viene annunciato la coglie in imbarazzo, nel “timore”. Dall’ ascolto non consegue, immediatamente, la comprensione. Anzi, sembra quasi che la “non comprensione” sia la chiave di lettura. Potremo dire che non capendo, Maria capì che era il Signore.
La comprensione, dunque, non si pone come capacità logica di dare un ordine a ciò che si ascolta. Piuttosto, sembra che qui, la comprensione sia nel lasciare che l’ascolto dia il suo frutto. La fecondità di Maria, come di chi accoglie la parola seminata, è tutta nell’ascolto, ma è questa fecondità che rivela la reale comprensione.
Comprende chi riesce a mettere insieme, ad individuare il filo conduttore, senza che questo diventi mai acquisizione definitiva e definitoria di senso. Comprendere non è mai un aver compreso, archiviando, così, ogni ulteriore tentativo di ricerca e di domanda. È un processo che si nutre costantemente di ascolto, quindi, di desiderio. Ogni fecondità da qui è generata.
Un cristianesimo propositivo ha generato guasti. Solo quando abbiamo sposato la domanda dell’uomo, siamo stati profeti, suscitatori, cioè, di ulteriore domanda che obbliga all’ascolto dell’altro, all’accoglienza dell’altro, alla non esclusione presuntuosa, arrogante e violenta.
Non abbiamo principi non negoziabili da vendere, abbiamo, piuttosto, un cuore inquieto da aprire a tutte le inquietudini che generano condivisione e fecondità.
“Tutta la creazione geme e soffre nelle doglie del parto” (Rm 8,22): è il partecipare a questo travaglio che fa di noi donne e uomini che ascoltano e che comprendono.

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. XIII Domenica T.O.


XIII Domenica 

Mt 10, 37-42

Agape e Filìa sembrano confrontarsi in questo passo del Vangelo di Matteo. “chi ama ( filìa) ….più di me non è degno di me”. Padre, madre, figlio, figlia, suocera etc… sono rapporti di consanguineità, dati da una affinità non elettiva ma precedente la volontà dei soggetti coinvolti nei rapporti. Non abbiamo scelto di chi essere padre o madre o figlio. Questa affinità genetica può determinare un serio ostacolo all’opzione fondamentale della propria esistenza. I rapporti familiari ripropongono continuamente lo schema di appartenenza che, in sostanza, risulta escludente, definendo confini coincidenti con gli ambiti di appartenenza familiare, etnica, tribale. Questi confini risultano potenzialmente degli ostacoli importanti a uno sviluppo di una più ampia visione della propria relazionalità. Continua a leggere→

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. Pentecoste


Pentecoste

[Gn 11,1-9;  Rm 8,22-27;At 2,1-11;  1Cor12,3-7ss; Gv 20, 19-23]

?Quando percepiamo la realtà, lo facciamo sempre a partire dalla nostra esperienza, che, però, essendo, appunto, la nostra esperienza, in quanto tale, è limitata e frammentaria. La percezione della realtà, quindi, risulta frammentaria e la realtà percepita, è percepita come frammentata. Solo il frammento è a portata del nostro pensiero. Tanto, che ci convinciamo che quel frammento sia tutta la realtà, e il nostro modo di percepirla sia l’unico possibile. In questo modo di concepire il mondo, radichiamo la nostra ricerca di identità. Siamo bisognosi di identità. La cerchiamo e la  stabiliamo, cercando continuamente di definire, di porre confini, di autodeterminarci, di stabilire una identità chiara ed evidente. E ci imbattiamo subito in una apparente contraddizione: ricerca di unità e constatazione di differenza. Continua a leggere→

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. Ascensione

Ascensione [At 1,1-11; Ef 1,17-23;  Mt 28,16-20]

 

 

Siamo abituati a considerare con positività gli incontri e  le presenze, e continuamente cerchiamo di accorciare le distanze, non accettando che ci sia spazio fra chi si cerca.

Allo stesso modo, vediamo come distruttiva l’assenza, come vuota la distanza che si pone fra chi si ama. Sarebbe strano e incomprensibile il contrario.

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. Sesta domenica di Pasqua


V
I domenica di Pasqua, anno A, [Gv. 14,15-21]

 

Sarà possibile qualunque acquisizione di sé che non parta da una spoliazione di sé?

Quante volte abbiamo sentito dire che per amare gli altri, prima bisogna amare se stessi? E, siccome, ci si ritiene (falsamente e ipocritamente) incapaci di amarsi, non si ritiene possibile l’amore verso gli altri. Continua a leggere→

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. Quinta domenica di Pasqua

“Io sono” (Egò eimì, in greco) è il Nome di Colui che manda Mosè a liberare il popolo di Israele. Così i LXX traducono in greco quello che in ebraico, in realtà, è meno definitorio e meno assertivo. Ehyeh asher ehyeh (Es 3,14) implica una affermazione che non è ontologica, ma che definisce ciò che si è a partire dalla storicità del coimplicarsi, del divenire storico, del farsi per e con il popolo.

In questo senso, la lettura dell’affermazione presente nel vangelo di questa domenica (Io sono la via, la verità e la vita) si apre a considerazioni sempre più provocanti per noi.

La solennità dell’affermazione è data proprio dall’incipit: Io sono. Non si può non pensare ad un riferimento al Nome di IHWH. Siamo di fronte ad una manifestazione di come si deve intendere Dio. Continua a leggere→

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. Quarta domenica di Pasqua


IV domenica di Pasqua, 
Anno A, [Gv.10,1-10]

?L’immagine del Buon Pastore è stata una delle prime raffigurazioni della iconografia cristiana.  È un’ immagine amorevole e rassicurante. Il riferimento al capitolo 34 di Ezechiele è evidente e converrà tenerlo presente per una corretta lettura di questo capitolo 10 di Giovanni.

Alcune particolarità, però, nel brano di questa domenica, sembrano attrarre la nostra attenzione. Gesù è il pastore del gregge perché chiama le pecore per nome, una ad una, ciascuna con il suo nome. Continua a leggere→

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. Domenica in Albis


Domenica in Albis

Anno A

[Gv 20,19-31]

 

 

?Abbiamo lasciato il sepolcro vuoto, inquietante assenza, per incontrare, oggi, una nuova presenza.

Le apparizioni del Risorto sono l’espressione di una fede pasquale lenta e progressiva. Essa richiede un travaglio, un forte lavoro simbolico fra la visione della pietra rimossa e quella del Signore elevato.

Quanta corporeità c’è in questi versetti di Giovanni. Continua a leggere→

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. Giovedì santo


Giovedì Santo

[Gv 13,1-15]

 

?“Se non avessi l’amore…”

“Se non avessi l’amore, sarei nulla” dice Paolo.

Oggi, l’Amore rivela il suo volto. Volto di Altro. Altro che lava i piedi.

Ogni volta che il volto dell’altro appare, de-lude. L’altro crea sempre de-lusione.

Per questo l’altro è altro. Perché obbliga ad uscire dal gioco, de-lude.

Di fronte all’apparire del volto dell’altro, non è possibile restare indifferenti.  L’altro, la concretezza dell’altro esige decisioni. Così fonda la libertà. Ed è proprio da questa de-lusione che la libertà ha vita. L’altro non è mai come te lo aspetti. Non sta al gioco delle sovrapposizioni, delle immagini, delle maschere. Per questo de-lude. Continua a leggere→

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. Prima domenica di Quaresima


Prima domenica di Quaresima anno A

[Gn 2,7-9;3,1-7    Rm 5,12-19   Mt 4,1-11]


“si accorsero di essere nudi”.

Forse, quaresima è proprio accorgersi di “essere nudi”.

Erano sempre stati nudi, Adamo ed Eva, ma ora si accorgono di esserlo. Il fatto nuovo è la loro consapevolezza.  Era stato preannunciato dal serpente: “qualora ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi”. Ora, gli occhi si aprono e la prima cosa che vedono è che “sono nudi”. Continua a leggere→

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. Presentazione al tempio


Festa della Presentazione di Gesù al Tempio

Festa dell’Incontro

(2 febbraio)

Libere riflessioni su   Lc 2,22-40

La Legge di Mosè prevedeva (Levitico 12,2-4,8; Es. 13,2,11) che il primogenito di ogni coppia appartenesse al Signore e a Lui dovesse essere offerto, con una offerta rituale.

La coppia, poi, avrebbe potuto “riscattare” il figlio con l’offerta di animali, in proporzione al proprio stato sociale. Per la condizione di Giuseppe e Maria era prevista l’offerta di due tortore, in “riscatto” per il figlio. Continua a leggere→

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. Il peccato del mondo

di Lucio Brandodoro

Il peccato del mondo 

[Gv 1,29-34 ]

 

L’indicazione di Giovanni Battista non deve essere apparsa  molto chiara a chi ascoltava. Erano abituati ad annunci di remissione dei peccati, ma nessuno aveva annunciato che era arrivato Colui che toglie il peccato.

Credo che sia ben altra cosa parlare di peccati (al plurale) e di peccato (al singolare).

Naturalmente non è questione di numeri.

Peccati, al plurale, si intendeva come trasgressione ad una norma, che poteva essere trasgredita più volte. E ogni trasgressione ad una o più norme era un peccato. Più trasgressioni, più peccati. Continua a leggere→

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. Epifania

?“[I Magi] fecero ritorno per un’altra strada.” (Mt 2,12)

 

C’è sempre una strada che separa il desiderante dall’oggetto desiderato.

Unica traccia è l’attrazione del desiderato sul desiderante. Seguirla implica uno spaesamento. Uscire dalla propria terra. Uscire. E andare verso.

Non è noto l’oggetto dell’attesa, è noto solo il desiderio. Per esso si attraversano deserti, si scavalcano montagne, portando con sé ciò che si ha. Quale gioia, quale struggimento per via.

Si segue una stella. “Se ben ch’i sia mortal corpo di terra, lo mio fermo desir ven da le stelle”, dice Petrarca. E come ogni stella, è lontana, è oltre. Come il desiderio, viene da un oltre e ad un oltre conduce. Continua a leggere→

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