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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


Fluidità e Concretezza

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo» [Mc 1.12-15]

La Quaresima comincia nel deserto.
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La pelle, il confine

[Mc  1,40-45]


?La tradizione rabbinica ha sempre considerato attentamente il simbolismo legato ai fenomeni osservabili in natura e, in particolar modo, nel corpo umano. Così, la malattia è sempre vista, non tanto come fenomeno scientificamente studiabile, ma soprattutto per l’alto valore simbolico attribuitole. In questo contesto religioso-culturale, la pelle ha assunto un forte significato legato alla sua funzione (per quanto si potesse cogliere) nel corpo umano.

È un confine, la pelle, fra dentro e fuori, fra sé e tutto il resto. Dunque, una malattia della pelle era vista innazitutto come alterazione di questo confine. Alterando il confine, si altera tutto il rapporto fra le parti segnate dal confine stesso. Si instaura una relazione fra le parti separate dal confine non più rispettosa delle alterità ma, appunto, alterata, confusa, in una parola, impura. Questo concetto (purità/impurità) è legato non alla natura o alla derivazione morale della malattia, ma alla confusione generata dal “non essere al proprio posto” proprio di ciò che avrebbe dovuto segnare un confine, una separazione che poteva permettere una relazione fra diversità. Continua a leggere→

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Come se

[1Cor. 7,29-31]

Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo!
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Eccomi [1Sam3, 3-10]

“Eccomi”, è la risposta di Samuele.
Ecco-mi. È il modo di situarsi. Sono qui.
Nella Scrittura, sempre il situarsi è risposta ad una interpellanza. È a partire da questa che si rende possibile la risposta. Eccomi. Sono qui. E il qui è lo spazio fra domanda e risposta, fra un chi che chiama e un chi che risponde. In questo spazio trova consistenza l’Io del chiamato. Eccomi non è solo un proclama di disponibilità, è una affermazione di sé come essere in relazione. Eccomi vuol dire che Io sono Io a partire dalla mia risposta a qualcuno che chiama e chiama me. Questa relazione determina non solo i due soggetti ( il chiamante e il chiamato) ma anche la concretezza dello spazio fisico in cui collocarsi. Eccomi è la rilevazione che Io sono Io e che Io sono qui. Sentirsi chiamare è sempre un sentirsi nominare. Chi chiama chiama per nome. È a me che si rivolge. Proprio a me. Adamo nel giardino dell’Eden, Samuele nel buio della notte, Maria Maddalena nel giardino della nuova creazione, Simone a cui addirittura viene dato un nome nuovo. La mia vita si rivela in obbedienza ad una interpellanza. L’altro è il principio di realtà a partire dal quale esisto.
Da qui, l’autenticità della vita di ognuno risiede nella capacità di ascolto della parola dell’ altro. E non sarà parola vana, non sarà chiacchiera portata dal vento, sarà, invece, concretezza di fecondità tutta racchiusa in quell’ Eccomi che può cambiare la mia storia

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Festa della S. Famiglia
[Lc 2,22-40]

Famiglia è porto di partenze.
Maria e Giuseppe vanno al Tempio per offrire il figlio. Non è solo un’offerta formale. Le prescrizioni sono chiare: il primogenito ( in cui riposa la discendenza, quindi il futuro della famiglia) appartiene al Signore.
I figli non ci appartengono. E ogni volta che usiamo il pronome possessivo in riferimento ai figli commettiamo una appropriazione indebita.
La famiglia non si pone così come ambito esclusivo ed escludente ma come spazio in cui ogni membro è soggetto di costruzione e crescita
La relazione intrafamiliare cessa di essere semplicemente un argine contro le cattiverie di tutto ciò che è fuori e diventa realtà inclusiva fatta da soggetti che, ognuno con il suo compito, godono e si rivestono di responsabilità.
In questo scambio amoroso è tutta la consistenza della famiglia. Essere responsabili è sentirsi interpellati da un chi che chiama e, in questa interpellanza, scoprirsi capaci di risposta. Non sempre questa è adeguata. A volte è improntata alla fuga per tirarsi fuori da impegnativi coinvolgimenti, altre volte è mera manifestazione di potere che può diventare violenza. Può essere necessario conservare i turbamenti del cuore nel segreto, come fa Maria e saperli ascoltare e saper lasciarsi interrogare dalle provocazioni che la relazione mette in campo.
Famiglia non è semplice generazione biologica. Famiglia è coeducarsi lasciando che ognuno sia soggetto della crescita altrui. Il prendersi cura e il prevenire i bisogni dell’altro sono i capisaldi di ogni convivenza umana. Così, nel tempo, si arriva a darsi del tu, in modo pieno coinvolgente, oltre i ruoli e le definizioni senza mai perdere di vista che tutti i termini usati per definire i rapporti familiari sono termini relazionali. Padre, figlio, madre, sorella, fratello implicano un tu, nel nome del quale e a partire da cui ci si definisce.
È in questa relazionalità che si gioca la appartenenza non proprietaria di ognuno. È in questa continua donazione di sè che si stabilisce la bellezza della non appartenenza.

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Natale 2023

Il linguaggio di Dio, spesso, è linguaggio di sottrazione. La gloria è svuotamento. Il potere è servizio. La presenza è mistero.

Così, Natale è celebrazione del mistero che si rivela, ma si rivela come mistero.

Il fatto del Natale non impone la sua evidenza, quasi fosse inoppugnabile che un Dio si facesse uomo. Piuttosto, resta nel nascondimento di un sorriso, quello di un bambino alla sua mamma, come di nuova promessa. E come il sorriso non è una risata fragorosa, così il Bambino di Betlemme non è la gloria di un Dio che sbaraglia. Quella che è gloria nei cieli è pace in terra. Quello che è visione nella realtà di Dio è nascondimento nella realtà umana.

Quello che per noi è concretezza carnale è svuotamento, in Dio.

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IV  d’Avvento Anno B

(2Sam 7,1-5.8b-12.14a.16; Rm 16,25-27; Lc1,26-38)

Dal deserto, una parola trova compimento. Dalla voce soffiata, urlata, al Logos, parola che si va compiendo, al “rema”, parola accaduta. “Accada di me secondo la tua parola accaduta”.

Quello Spirito che ha sovvertito l’architettura del deserto scompigliandone la sabbia e le rocce, che ci costituisce annunciatori di deserti fioriti, ora compie, e si compie compiendo, la sua parola.

Luca, nel passo del vangelo di oggi, usa sia il termine “logos” sia il termine “rema”. All’inizio del dialogo fra l’angelo e Maria, usa “logos”, poi, alla fine, usa “rema”.

La promessa si va compiendo. Continua a leggere→

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Non spegnete lo Spirito

[1Ts 5, 16-24]

C’è chi vede i deserti fiorire. C’è chi vede le lance diventare falci e le bombe diventare aratri che fendono la terra per fecondarla e non per uccidere.

C’è chi sa fasciare le piaghe dei cuori spezzati. C’è chi porta una buona notizia ai poveri. C’è chi libera gli schiavi salvandoli dal mare, e chi annuncia la fine pena ai carcerati.

?Non spegnete lo Spirito. Continua a leggere→

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II Avvento Anno B

(Is. 40,1-5.9-11; 2Pt 3,8-14; Mc.1, 1-8)

  “Nuovi cieli  e terra nuova”. Ogni inizio si comprende dalla fine. L’accorata invocazione di Isaia, “se squarciassi i cieli”, della prima domenica di Avvento, trova una prima risposta: “inizio della buona notizia”. Quando i cieli si squarciano ed è rivelato il vero volto di ciò che era nascosto, appare l’insufficienza di ciò a cui siamo aggrappati. Da qui il “Vegliate” della scorsa domenica. Quando si comincia a prendere consapevolezza della insufficienza e della inadeguatezza della nostra risposta, allora è il tempo dell’inizio. E questo inizio non può che essere novità assoluta. Non sarebbe inizio se fosse semplicemente una ripetizione o la realizzazione di un progetto. Inizio segna una cesura, un ricominciare totalmente nuovo. Quando meno lo si aspetta, in un’ora che non sappiamo, giunge un Inizio ed è una buona notizia. Novità che riguarda cielo e terra. “Nuovi cieli”  segna un modo nuovo di considerare il rapporto con Dio. “Terra nuova” è il nuovo modo di guardare dentro l’orizzonte della storia. Entrambi hanno al centro l’uomo. Non è per nostra iniziativa che si realizzano “cieli nuovi”, ma è per noi, anzi, con noi, che questo accade. La novità assoluta di Dio, nella sua totale indisponibilità,  costruisce la mia nuova umanità. Continua a leggere→

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Festa dell’Immacolata

[Gen. 3, 9-15.20; Lc 1,26-38]
La domanda rivolta ad Adamo (Dove sei?) è al contempo situante e spiazzante.
Non ci aveva mai pensato Adamo a porsi questa domanda.
Dove vuoi che sia? Dove sono sempre stato
È solo a partire da una domanda rivoltaci che proviamo a situarci.
Solo da un altrove viene a noi la domanda che ci situa.
Non sarà possibile avere di noi un’ idea di dove siamo se non siamo sollecitati dall’ apparire dell’ alterità.
Quando l’altro pone la domanda siamo obbligati alla risposta.
È importante questa dimensione della consapevolezza. Sembra che non si giunga alla consapevolezza di sè se non a partire da una domanda rivolta da una altro che non siamo noi. La realtà su noi stessi ci appare solo a partire dalla interpellanza dell’ altro.
È l’altro il principio di realtà.
In altre parole, la possibilità che ognuno ha di pensare se stesso è solo a partire da una relazione. È qui, nello spazio creato dall’ apparire dell’altro e dalla sua interpellanza, nello spazio della relazione, che si aprono gli occhi su noi stessi. E ci scopriamo nudi. E abbiamo paura.
Qui nasce il pudore. Non è vergogna, quella di Adamo. È pudore. Non origina da una mancanza o da una azione compiuta che si vorrebbe non aver commesso. Origina da un senso di insufficienza. È dallo scoprirsi nudo che origina il pudore di Adamo. Nasce, il pudore, dalla percezione che l’altro possa cogliere di me ciò che non sono io, possa cogliere una parzialità di ciò che sono e non percepire la totalità. Il pudore nasce dalla consapevolezza di essere più di quanto si mostri, più di quanto si appaia.
La nudità si rivela un equivoco. Sembra dire tutto di noi, privati di orpelli e di accessori, e invece nasconde la verità su ciò che siamo, dirottando l’ attenzione di chi ci guarda su altro che non
siamo noi. È fuorviante la nudità, per questo fa paura ad Adamo. Anche stavolta non si tratta di i rimorso morale. La paura è paura di rompere una relazione perché l’altro non ci capisce fino in fondo, perché coglie solo parzialmente ciò che siamo.
Non ha paura chi si affida. L’ atteggiamento di Maria, di fronte all’angelo, non è dí paura ma di timore, che è ben altra cosa. Il “timore del Signore” nasce dall’affidarsi, dalla fiducia. Non c’è paura perché chi ci interpella conosce di noi la nostra totalità . Si dona tutto e tutto chiede. In questa relazione di affidamento reciproco, tutta la bellezza di una umanità pura che si gioca la sua libertà nella fedeltà al progetto originario

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I di Avvento

Tempo di Avvento. Tempo di attesa. Tempo di desiderio.

Di fronte a qualcosa che accade, non si resta ad occhi chiusi, pacificamente dormienti. Chi attende non dorme, ma scruta.

La realtà va scrutata, perché ci si accorga che qualcosa sta accadendo. Non è una evidenza che si impone, di fronte alla quale non è possibile non vedere. Ciò che sta accadendo necessita di occhi capaci di scrutare, di mente allenata ad intuire, di cuore capace di contenere.

Di fronte all’accadimento che attendiamo  siamo chiamati ad operare un discernimento, che aprirà o chiuderà vie percorribili. Continua a leggere→

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Qual è il mio peso?

[Mt 25,31-46]

?Il grande affresco raccontato da Matteo parte da un termine: gloria.

In ebraico, gloria è kabod e kabod si può tradurre con peso.

Dunque siamo nel tempo in cui il peso si manifesta. È il tempo in cui viene presa in considerazione la consistenza, ciò che conta di ognuno, della realtà.

Subito appare chiaro che ciò che conta è il fare o il non fare.

“Ciò che avete fatto..” e “ciò che non avete fatto…”

Questo è il peso che viene dato ad ognuno. Non conta come ci si è comportati verso Dio o verso il culto, conta solo ciò che abbiamo fatto o non fatto verso uno dei più piccoli.

Non si tratta di compiere una certa azione in se stessa, quanto piuttosto di vedere l’altro come termine del nostro agire o come mezzo per ottenere una ricompensa. Prova ne è la meraviglia con cui i due gruppi rispondono: “Quando ti abbiamo visto?” Chi non ha esitato ad avvicinarsi al povero, al nudo, al carcerato, non aveva la consapevolezza di avvicinarsi al re. Semplicemente ha visto qualcuno che aveva bisogno di lui o di lei in quel momento. L’altro era visto come fine del proprio agire, non si chiedeva nessun ritorno per questo.

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Il dono del desiderio

[Mt 25,14-30].

?E’ l’assenza che accresce il desiderio.

Così, un uomo, partendo per un viaggio, lascia, in  dono, del denaro.

In ebraico biblico, denaro e desiderio hanno la stessa radice (k-s-f). kasaf (desiderio) e kesaf (denaro). (da Simone Venturini)

Come dire: l’assenza viene riempita dal desiderio. Chi parte lascia, in dono, il desiderio di sé.

È solo una suggestione, ma può offrirci una interessante chiave di lettura del passo di Matteo. Continua a leggere→

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La lampada e l’olio

XXXII domenica

[Mt 25,1-13]

A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo.

Nel cuore della notte, quando il sonno incombe e tutto sembra sospeso, un grido squarcia il buio. È il momento atteso, il termine di ogni desiderio, il compimento della speranza. È per questo incontro che abbiamo speso ogni grammo delle nostre forze e adesso, rischiamo di non essere pronti perché non abbiamo olio a sufficienza per la nostra lampada?

Che cos’è questa lampada che ci ritroviamo fra le mani? E che cos’è l’olio che ci manca?

La lampada serve a fare luce, a illuminare una stanza, una via lungo il cammino. Qual è la lampada che illumina il nostro buio? Continua a leggere→

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Tutti fratelli

[Mt 23,1-12]

 

“ La legge è preceduta da Tu sei amato e seguita da un Tu amerai.

Tu sei amato: fondamento della Legge.

Tu amerai: il suo superamento.

Chi astrae la Legge da tale fondamento e da tale fine amerà il contrario della vita, fondando la vita sulla Legge invece che la Legge sulla vita ricevuta” (P. Beauchamp)

In altri termini, al di fuori di una logica di amore, tutto, anche la Legge, diventa Idolo. Diventa, cioè, manipolazione, seduzione schiavizzante, illusione di giustizia, alienazione.
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Festa di Tutti i Santi 

Che cosa resta? Che resta dopo che ogni cosa sia passata? Che resta delle nostre vite? Gli affetti, le conquiste, i fallimenti?

 Ho sentito spesso, in questi giorni, parlare di crollo delle certezze. L’esperienza della guerra porta subito a questa sensazione di non avere più certezze. È un’esperienza destabilizzante. È uno spiazzamento. Più ci affanniamo ad abbarbicarci a scogli sicuri, più la presa diventa viscida e incerta. Più cerchiamo porti riparati, più la forza delle onde è invadente e distruttiva. Continua a leggere→

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Di due, uno

[Mt 22,34-40]

“Amerai il Signore tuo Dio…”

“Amerai il prossimo tuo…”

Due amori, una sola misura: tutto.

Se amare è recepire il Tu in tutto il suo essere se stesso, così com’è, per quello che è, allora, o è tutto o non è.

Non può esistere un confine all’amore. “Tutto il tuo cuore, tutta la tua anima, tutta la tua mente”. Nulla è escluso.

Anche il termine greco esprime la globalità: òlos. Non si ama fino ad un certo punto. O si ama totalmente o non si ama. Continua a leggere→

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L’Immagine

[Is. 45,1.4-6; Mt. 22 15-21]

 E’ tutta in un verbo, la possibilità interpretativa di questo passo del vangelo di Matteo.

Il verbo di cui parliamo è apodìdomi (rendere, restituire) del verso 21.

Non si tratta di pagare o, anche semplicemente, di dare qualcosa a qualcuno. Si tratta di restituire. Si restituisce ciò che non è di proprietà di chi dispone di un bene, ma che appartiene ad un altro, il legittimo proprietario, a cui il bene va restituito. Continua a leggere→

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La Festa

[Is. 25,6-10a; Mt. 22,1-14]

“Ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto, finché non trovi in te il suo riposo”

Così, s. Agostino.

Che altro è l’invito alla festa di nozze, se non questa inquietudine da cui siamo abitati?

Ad ognuno è rivolto l’invito. Ognuno lo percepisce e lo intuisce. Non c’è data, non c’è ora, ma l’invito alla festa è talmente  presente che anima, in un modo o nell’altro, tutto lo svolgersi di una vita.

La consapevolezza di questo invito, poi, accende il desiderio. Qui è il discrimine di un’esistenza: acconsentire a questo desiderio o farlo tacere. Accettare l’invito o respingerlo, o far finta di nulla. Continua a leggere→

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La pietra scartata

[Mt 21,33-43]

Forse è nella natura umana la ricerca di acquisizioni tacitanti la coscienza. Tendiamo naturalmente a stabilire delle ordinate sistematizzazioni in cui incasellare l’esistente e i significati che dell’esistente indicano il senso.

Altrettanto naturalmente, tutto ciò che non rientra ( cioè, che non facciamo rientrare) nelle nostre sistematizzazioni viene tenuto fuori, viene scartato, perché inutile, ingombrante o, peggio, pericoloso per la tenuta dell’intero sistema. Continua a leggere→

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